ELIAS CANETTI.
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LA COSCIENZA DELLE PAROLE.
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Titolo originale: Das Gewissen der Worte. 
Traduzione di: Renata Colorni e Furio Jesi.
1984. Adelphi Editore, MILANO.
ISBN 88-459-0585-3.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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 In questo volume sono presentati in ordine cronologico i saggi che ho scritto fra il 1962 e il 1974. A un primo sguardo potr sembrare un po' strano trovare qui riunite figure come Kafka e Confucio, Bchner, Tolstoj, Karl Kraus e Hitler, catastrofi terrificanti come quella di Hiroshima e considerazioni letterarie sulla stesura dei diari o sulla genesi di un romanzo. Ma io mi sono appunto occupato man mano di queste cose, poich solo in apparenza esse sono fra loro incompatibili. Il pubblico e il privato non sono pi separabili ormai, si compenetrano a vicenda in modi che in passato sarebbero apparsi inauditi. I nemici dell'umanit hanno acquistato potere rapidamente, sono assai prossimi alla meta finale, la distruzione della terra,  impossibile non tener conto di loro e ritrarsi
nella esclusiva contemplazione di modelli spirituali che ancora possono avere per noi un certo significato. Questi sono diventati pi rari, molti che potevano bastare alle epoche passate non hanno in
s una ricchezza sufficiente, il campo che abbracciano  troppo limitato per poter essere utili anche a noi. Tanto pi importante diventa dunque parlare dei modelli che hanno retto perfino alla mostruosit di questo nostro secolo. Cos scriveva Elias Canetti presentando la prima edizione di questo volume (1974). E spiegava poi che, unica eccezione, era incluso nel libro il suo discorso su Hermann Broch, tenuto a Vienna nel 1936?, soprattutto perch in esso aveva formulato i tre comandamenti dello scrittore. Essi ci mostrano, nella loro congiunzione, il nodo inestricabile dei rapporti fra lo scrittore e il suo tempo: esserne l'umile e devotissimo schiavo, avere la ferma volont di darne una visione
d'insieme e, infine, opporvisi, essere contro il suo specifico odore, contro il suo aspetto, contro la sua legge. A distanza di quarant'anni, nel discorso di Monaco che chiude questo volume, Canetti offriva poi una definizione che implica quei tre comandamenti e schiude l'accesso a tutta l'opera sua, oltre che a questo libro stesso: lo scrittore come custode delle metamorfosi, erede della capacit mitica di aprire in s un vasto spazio dove ospitare le figure pi contrastanti. Figure che, per lo scrittore, sono la sua molteplicit, articolata e consapevole, e siccome vivono dentro di lui, rappresentano la sua resistenza alla morte.

L'AUTORE.
Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905  Zurigo, 14 agosto 1994)  stato uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico, di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.
Era primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita di origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che si erano stabiliti in Bulgaria). La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca, usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).
Dopo avere appreso il bulgaro, si trov ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911.
Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spost prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni pi felici. 
I viaggi, le relazioni e le numerose lingue praticate, costituiscono il corposo patrimonio culturale di Canetti. La sua opera, oltre ad essere incentrata sulla metamorfosi,  essa stessa una metamorfosi continua: un solo romanzo, un solo libro di "antropologia", pochi testi teatrali, alcuni saggi, alcuni aforismi, un diario di viaggio e un'autobiografia.

LA COSCIENZA DELLE PAROLE.
A Veza Canetti.

PREMESSA.
In questo volume sono presentati in ordine cronologico i saggi che ho scritto tra il 1962 e il 1974. A un primo sguardo potr sembrare un po' strano trovare qui riunite figure come Kafka e Confucio, Bchner, Tolstoj, Karl Kraus e Hitler, catastrofi terrificanti come quella di Hiroshima e considerazioni letterarie sulla stesura dei diari o sulla genesi di un romanzo. Ma io mi sono appunto occupato man mano di tutte queste cose, poich solo in apparenza esse sono fra loro incompatibili. Il pubblico e il privato non sono pi separabili ormai, si compenetrano a vicenda in modi che in passato sarebbero apparsi inauditi. I nemici dell'umanit hanno acquistato potere rapidamente, sono assai prossimi alla meta finale, la distruzione della terra,  impossibile non tener conto di loro e ritrarsi nella
esclusiva contemplazione di modelli spirituali che ancora possono avere per noi un certo significato.
Questi sono diventati pi rari, molti che potevano bastare alle epoche passate non hanno in s una ricchezza sufficiente, il campo che abbracciano  troppo limitato per poter essere utili anche a noi.
Tanto pi importante diventa dunque parlare dei modelli che hanno retto perfino alla mostruosit di questo nostro secolo.
Tuttavia, la ricognizione dei modelli positivi e negativi, ammesso che si riuscisse a farla, non sarebbe sufficiente. Non  superfluo, a mio avviso, parlare anche per noi stessi - in quanto, tra i
moltissimi altri, siamo noi pure testimoni di questa nostra epoca -illustrando gli sforzi che abbiamo compiuto per difenderci da essa. Forse non si parla di un fatto meramente privato quando si mostra
come un uomo giunga oggi a scrivere un romanzo se la sua intenzione era quella di raffigurarvi il proprio tempo in maniera veritiera; o quando si mostra in che modo egli tiene un diario per evitare che i
tempi in cui vive giungano a stritolarlo spiritualmente. Spero che si comprender perch ho accolto in questa serie di scritti anche il breve saggio sugli Accessi di parole. In esso prendo invero in esame un aspetto dell'emigrazione, ma non per lamentarmi di un destino che ho condiviso con milioni di uomini cacciati dal loro paese, mentre altri, assai pi numerosi, perivano in guerra o in prigione. In esso ho voluto illustrare che cosa succede a una lingua che  decisa a non capitolare, il vero oggetto di quel brano  la lingua, e non colui che la parla.
Il saggio Potere e sopravvivenza riprende, applicandola in un contesto un po' diverso e con una pi spiccata accentuazione, una delle idee principali di Massa e potere.  stato pi volte dimostrato che nella forma concentrata di questo saggio essa  in effetti una buona introduzione al libro pi vasto.
Hitler secondo Speer  un'applicazione delle nozioni teoriche di Massa e potere a una figura ben precisa che ci  ancora abbastanza vicina da consentire a chiunque di verificare l'utilit di quelle
nozioni.
Il discorso su Hermann Broch, con cui si apre questo volume, fuoriesce clamorosamente dall'ambito temporale test indicato. L'ho pronunciato a Vienna nel 1936 in occasione del cinquantesimo compleanno di Broch. Tra esso e il saggio che segue, Potere e sopravvivenza, esiste un intervallo di ventisei anni. Il lettore potrebbe chiedersi che cosa mi abbia indotto a inserire in questo
volume quell'unico discorso tenuto tanto tempo fa, e in effetti gli devo una spiegazione. A quell'epoca le opere di Hermann Broch erano state scritte soltanto in parte; le pi importanti erano la trilogia
narrativa degli Schlafwandler (I sonnambuli) e alcune brevi prose come Die Heimkehr (Il ritorno a casa). Sempre pensando a lui e anche basandomi sulla conoscenza della sua personalit, ho provato a
stabilire ci che bisognerebbe pretendere da uno scrittore perch egli possa significare qualcosa per l'epoca in cui viviamo. Le tre qualit che allora ho enunciato sono tali che a tutt'oggi non ho nulla da modificare rispetto alle cose gi dette. Vari anni dopo mi resi conto con stupore che fin da allora io stesso - sia pure in maniera inadeguata - mi ero sforzato di soddisfare quelle pretese. Volgendo il mio pensiero a Hermann Broch, insomma, ero giunto a stabilire ci che io stesso avrei chiesto in seguito alla mia propria vita. Da allora ho avuto un criterio in base a cui potevo valutare la minaccia del fallimento. Nei momenti di stanchezza, che non sono stati rari durante la stesura durata molti anni di Massa e potere, mi attenevo ai  tre comandamenti , come allora li chiamavo con una certa presunzione, e mi lasciavo guidare da una speranza che pur nella sua smodata immensit mi era indispensabile. Non ritengo dunque insensato che il volume cominci con lo scritto su Broch.
L'abisso temporale che separa questo primo discorso dai saggi pi tardi  tra l'altro un abisso solo in apparenza. Spesso questi ultimi trattano infatti temi ed esperienze che risalgono a tempi remoti
e, quando li ho letti uno dopo l'altro nell'ordine che essi hanno adesso, mi  parso che rendessero conto delle tappe spirituali di tutta la mia vita adulta.
1974.

NOTA ALLA SECONDA EDIZIONE.
Da quando  stato presentato al pubblico questo libro, che ai miei occhi si giustifica solamente per la sua polivalenza, non mi ha pi abbandonato la sensazione che ad esso mancasse qualcosa: un brano finale che ne compendiasse l'intima sostanza. Che cosa ci possiamo aspettare oggi da uno scrittore, sapendo il poco che noi stessi siamo riusciti a fare?  mai possibile, per uno che cominci oggi, ritrovare il senso di questa parola che appare distrutta? Nel discorso La missione dello scrittore pronunciato a Monaco di Baviera nel gennaio 1976 ho provato a dire qualche cosa in proposito. Mentre lo scrivevo, esso mi appariva autonomo e in s conchiuso, ma quando l'ho finito mi sono reso conto che il suo posto  alla fine di questo libro. Mi  parso quindi naturale accoglierlo nella seconda edizione come espressione della mia speranza che altri, meglio di me, possano adempiere le sue pretese.
1976.

HERMANN BROCH.
Discorso per il suo cinquantesimo compleanno.
Vienna, novembre 1936.
Traduzione di Renata Colorni.
 bello e significativo che si usi il cinquantesimo compleanno di un uomo per rivolgergli un
discorso davanti a tutti, e quasi strappandolo con violenza alle fitte trame della sua vita si eriga per lui
un piedistallo, a tutti visibile da ogni parte, come se egli fosse completamente solo, condannato a una
solitudine di pietra e immutabile, bench certamente la solitudine intima e segreta della sua umile vita
che ispira tenerezza, sia gi causa per lui di notevoli pene.  come se rivolgendogli questo discorso gli
si dicesse: Non ti angosciare, ti sei angosciato abbastanza per noi. Tutti noi dobbiamo morire, ma non 
ancora sicuro che debba morire anche tu. Non  escluso che proprio le tue parole ci rappresentino
presso i posteri. Tu ci hai servito con fedelt e lealt. Il nostro tempo non ti mette in congedo.
Per conferire la massima efficacia a queste parole, su di esse viene impresso,  quasi un incanto,
il sigillo dei cinquant'anni. Giacch, per il nostro modo di pensare, il passato  suddiviso in secoli; non
c' spazio per nulla all'infuori dei secoli. Da quando l'umanit  interessata ai grandi collegamenti tra
le proprie memorie, tutto ci che le appare importante e peculiare lo introduce nel sacco dei secoli. La
parola stessa che indica questo periodo ha acquistato un alone di venerabilit. Si parla di ci che 
secolare in una specie di enigmatico linguaggio ecclesiastico. La forza magica che in passato, presso i
popoli primitivi, veniva attribuita ai numeri pi modesti, al tre, al quattro, al cinque, al sette,  ora
passata al secolo. Perfino coloro, e sono molti, che al passato si volgono soltanto con l'intento di
rintracciarvi le cause della propria scontentezza per un presente in cui vedono addensarsi tutte le
perfdie che gli uomini hanno conosciuto nei secoli passati, perfino costoro amano trasporre i loro
vagheggiamenti nei secoli a venire che sperano migliori.
 fuor di dubbio che il secolo ha la giusta estensione per la nostalgia dell'uomo. Infatti, se
l'uomo ha una grande fortuna, pu raggiungere l'et del secolo;  una cosa che ogni tanto succede,
bench sia improbabile. I pochi che sono veramente riusciti a vivere cos a lungo sono circondati dallo
stupore degli altri, che su di essi raccontano una quantit di storie. Nelle antiche cronache questi uomini
figurano con nomi e professioni in appositi elenchi. Di loro ci si occupa ancor di pi che degli uomini
molto ricchi. Non  escluso che dopo l'introduzione del sistema decimale sia stato proprio l'ardente
desiderio di vivere cent'anni a conferire al secolo la sua posizione preminente.
Ma l'epoca che festeggia i suoi cinquantenni va incontro a mezza strada a questo desiderio
dell'uomo. Alle generazioni pi giovani essa addita nel cinquantenne un uomo degno di essere
preservato e protetto. Forse contro il volere dell'interessato, gli attribuisce una posizione di spicco nel
tremante drappello di quei pochi che sono vissuti pi per il loro tempo che per se stessi. Si rallegra del
rotondo piedistallo sul quale lo ha innalzato e a ci collega una lieve speranza: forse quest'uomo, che
non pu mentire, ha visto una terra promessa, forse di essa pu ancora parlare; a lui la sua epoca
presterebbe fede.
A questa altezza  stato oggi innalzato Hermann Broch, e dunque osiamo dire senz'altro che in
lui dobbiamo onorare uno dei pochissimi scrittori rappresentativi del nostro tempo; affermazione,
questa, che acquisterebbe tutto il suo peso solo se potessimo anche presentare l'elenco dei molti
individui che passano per scrittori pur non essendolo affatto. Ma ritengo che anzich dedicarsi a questa
attivit di giustizieri implacabili, importi assai di pi riuscire a individuare le qualit estremamente
contraddittorie che lo scrittore deve possedere affinch lo si possa considerare rappresentativo per la
sua epoca. Se ci accingiamo con scrupolo a una simile ricerca, ne risulter un'immagine dello scrittore
che non  certo rassicurante, e men che meno armoniosa.
La violenta e spaventosa tensione in cui viviamo e che nessuna delle burrasche da noi tanto
sospirate ha potuto scaricare si  impadronita di tutte le sfere, anche di quelle, pi libere e pure, della
meraviglia. Addirittura, se dovessimo definire in due parole la nostra epoca, potremmo dire che 
l'epoca nella quale ci si pu meravigliare contemporaneamente di cose tra loro del tutto opposte: del
fatto che l'efficacia di un libro pu durare millenni, per esempio, e nello stesso tempo che i libri in
generale non durino di pi nel tempo. Della fede degli uomini negli di e nello stesso tempo del fatto
che non cadiamo a ogni ora in ginocchio di fronte a una nuova divinit. Della sessualit che decide la
nostra vita e nello stesso tempo del fatto che la divisione tra i sessi non vada pi in profondit. Della
morte che non vogliamo mai e nello stesso tempo del fatto che gi non moriamo nel grembo materno
per l'angoscia di ci che ci aspetta. Una volta la meraviglia era davvero lo specchio, se ne parla
volentieri ancora oggi, che riproduceva i fenomeni su di una superficie pi tranquilla e levigata. Oggi
questo specchio si  infranto e la nostra meraviglia si  divisa in piccoli frammenti. Ma anche nel pi
minuscolo di questi frammenti non si rispecchia pi un solo fenomeno; inesorabilmente esso si trascina
con s il proprio opposto; quale che sia e per piccolo che sia il fenomeno che vedi, mentre lo stai
guardando esso si abroga da s.
Non dovremo dunque aspettarci, se proviamo a cogliere in questo specchio l'immagine dello
scrittore, che le cose per lui vadano diversamente che per le misere quisquilie della vita di ogni giorno.
A tutta prima ci scontriamo con un errore assai diffuso, e cio con l'idea che il grande scrittore deve
porsi al di sopra del proprio tempo. Non c' nessuno che di per s si ponga al di sopra del suo tempo.
Gli uomini sublimi non esistono. Se ne pu forse trovare qualcuno che si  rifugiato o nell'antica
Grecia o in qualche paese barbarico. Questo glielo possiamo concedere: certo bisogna essere ciechi per
appartarsi in mondi cos lontani, ma non si pu contestare a nessuno il diritto di chiudersi a ogni
sollecitazione dei sensi. Cos facendo, tuttavia, uno non si pone al di sopra del nostro mondo, ma
semplicemente prescinde dall'insieme dei nostri ricordi, quelli, per esempio, dell'antica Grecia: costui
 per cos dire uno storico sperimentale della civilt che verifica ingegnosamente sulla propria persona
gli elementi che sa di dover far coincidere con le sue pi sicure percezioni. L'uomo sublime  ancora
pi impotente del fisico sperimentale, che certo si occupa di un limitato settore della fisica, ma almeno
in quel settore conserva una possibilit di controllo. Le pretese di chi si presenta come un uomo
sublime sono pi che scientifiche, sono addirittura rituali; costui, perlopi, non agisce nemmeno come
il fondatore di una setta, bens come un sacerdote che basta a se stesso; celebra un culto destinato a lui
solo, di quel culto egli  l'unico seguace.
Il vero scrittore, invece, come noi lo intendiamo,  soggetto al suo tempo in tutto e per tutto, ne
 l'umile e devotissimo schiavo. Ad esso  legato da un vincolo strettissimo, una breve catena
impossibile da strappare. Cos grande ha da essere la sua servit che non dovrebbe essere possibile
trapiantarlo altrove. Addirittura, se l'espressione non suonasse un po' ridicola, direi semplicemente: lo
scrittore  il segugio del suo tempo. Egli ne percorre i terreni fermandosi di continuo ora qua ora l;
sembra che vada dove lo    porta il suo capriccio, e invece, sensibile com', bench non sempre, al
fischio del suo padrone, facile da aizzare e pi difficile da richiamare indietro, egli  sospinto
ininterrottamente da una inspiegabile propensione al vizio; ficca dappertutto il suo umido muso, non
tralascia nulla, qualche volta ritorna sui suoi passi e ricomincia da capo,  insaziabile; mangia e dorme,
del resto, ma non in questo si differenzia dalle altre creature, si differenzia invece per la tenacia
inquietante con cui persevera nel suo vizio, per quel suo intenso e profondo godimento interrotto da
continue scorribande; non gode mai abbastanza, e il tempo che ci mette gli pare sempre troppo; sembra
addirittura che abbia imparato a correre solo per soddisfare quel suo vizioso muso.
Vi prego di scusarmi per questa immagine che certo vi apparir quanto mai indegna
dell'oggetto di cui stiamo parlando. Ma ci che mi preme  porre in cima ai tre attributi che lo scrittore
rappresentativo di questa nostra epoca deve possedere proprio quell'unico elemento di cui non si parla
mai e dal quale gli altri prendono le mosse, quel vizio peculiare e concreto che pretendo da lui, senza il
quale, come un povero bambino prematuro, egli verrebbe allevato con fatica a forza di pappine per
diventare qualcuno che poi comunque non sarebbe mai.
Questo vizio crea un legame molto stretto tra lo scrittore e il mondo che lo circonda, simile a
quello che il muso crea tra il cane che corre e la riserva di caccia dove pu scorrazzare. Si tratta ogni
volta, e per ogni scrittore, di un vizio diverso e speciale, un nuovo vizio nella nuova situazione. E non
bisogna confonderlo con la normale integrazione e cooperazione delle attivit sensoriali che ciascuno
possiede in ogni caso; anzi, proprio un disturbo nell'equilibrio di questa cooperazione, per esempio il
venir meno di un senso, o lo sviluppo smodato di un altro senso, pu rappresentare un buon pretesto per
lo sviluppo del giusto vizio, che  sempre inconfondibile, violento e primitivo. Esso si esprime con
chiarezza nella figura e nei tratti del volto. Lo scrittore che si lascia possedere dal suo vizio  ad esso
debitore delle sue esperienze essenziali.
Ma anche il problema dell'originalit, su cui si  pi spesso litigato che parlato, viene posto da
ci in una nuova luce. L'originalit, com' noto, non  cosa che si possa pretendere. Non succede mai
che chi vuol essere originale lo sia. Noi tutti ricordiamo con un senso di imbarazzo le ridicole e vane
acrobazie escogitate ad arte da tanta gente che vuol essere per forza originale. Comunque  enorme il
passo tra il rifiuto della caccia spasmodica all'originalit e la balorda affermazione secondo cui uno
scrittore non ha bisogno affatto di essere originale. Uno scrittore  originale o non  uno scrittore. Lo 
in una maniera semplice e profonda grazie a ci che abbiamo chiamato il suo vizio'. Lo  cos tanto
che neanche lo sa. Il suo vizio lo spinge a dar fondo all'universo, cosa di cui normalmente nessuno lo
avrebbe ritenuto capace. Immediatezza e inesauribilit, le due caratteristiche che da sempre sono state
chieste all'uomo di genio, il quale in effetti le possiede sempre, derivano direttamente da questo vizio;
avremo in seguito occasione di provare questa tesi con degli esempi e di riconoscere di che tipo di vizio
si tratti nel caso di Broch.
La seconda caratteristica che oggi dobbiamo pretendere da uno scrittore rappresentativo  la
ferma volont di dare una visione d'insieme del suo tempo, una spinta all'universalit che non arretra
spaventata di fronte a nessuna incombenza singola, che non elude, non dimentica, non trascura nulla, e
che in nessun caso cerca facili scorciatoie.
Broch stesso si  occupato pi volte e in modo approfondito di questa universalit. Si pu dire
di pi : la sua volont letteraria si  accesa veramente proprio anelando all'universalit. Dedito in
origine e per lunghi anni alla filosofa in senso stretto, Broch non si permetteva di prendere
particolarmente sul serio le opere letterarie. Gli sembrava che in esse convivessero troppi elementi
concreti da una parte e astratti dall'altra, erano opere frammentarie e contorte in cui mai si trovava la
totalit. All'epoca in cui egli cominci a filosofare, ogni tanto la filosofia si compiaceva ancora della
sua antica pretesa di universalit, sia pure con cautela, dal momento che ormai quella pretesa aveva
fatto il suo tempo; Broch, tuttavia, che aveva uno spirito magnanimo e attratto da tutto ci che 
infinito, si lasci di buon grado allettare da questa pretesa. A ci si aggiungeva l'impressione profonda
suscitata in lui dall'universale armonia e compiutezza dello spirito del Medioevo, impressione che egli
non super mai del tutto. Broch  dell'avviso che a quell'epoca, nel Medioevo, esistesse un sistema di
valori armonico e compiuto in se stesso, e per un lungo periodo della sua vita si  occupato di una
ricerca sulla disgregazione dei valori, che avrebbe inizio nel Rinascimento e che, con la guerra
mondiale, giungerebbe soltanto al suo catastrofico epilogo.
Nel corso di questo lavoro, a poco a poco gli elementi letterari hanno preso in lui il
sopravvento. La sua prima grande opera, la trilogia narrativa I sonnambuli, rappresenta a ben guardare
la realizzazione poetica della sua filosofia della storia, sia pure circoscritta alla propria epoca, ossia agli
anni tra il 1888 e il 1918. La disgregazione dei valori vi  raffigurata in personaggi vividi e altamente
poetici. Non riusciamo a liberarci dalla sensazione che la pienezza, il valore, e talvolta l'ambiguit di
questi personaggi si siano affermati nonostante la volont contraria o comunque con la pudica
riluttanza del loro autore. Non cesseremo di stupirci del fatto che in quest'opera lo scrittore abbia
tentato in ogni modo di seppellire la propria essenza pi vera sotto una montagna di concettose
riflessioni.
Attraverso I sonnambuli Broch ha trovato una possibilit di attingere all'universale dove meno
se lo sarebbe aspettato, cio nella forma frammentaria e contorta del romanzo; e di questo parla infatti
nei luoghi pi svariati :  Il romanzo ha da essere lo specchio di ogni altra immagine del mondo . E
ancora:  L'opera poetica nella sua unit deve cogliere tutto quanto il mondo  oppure  Il romanzo
moderno  diventato erudito  e infine  L'opera letteraria  sempre una manifestazione di impazienza
gnoseologica .
Ma soprattutto egli formula con chiarezza la sua nuova concezione nel discorso James Joyce e i
tempi attuali:
 La filosofia ha posto fine da sola all'epoca dell'universalit filosofica, e cio all'epoca delle
grandi sintesi, essendo stata costretta ad allontanare dall'ambito logico che le  proprio i suoi
interrogativi pi brucianti, o, come dice Wittgenstein, a relegarli nel mistico.
 Ed  a questo punto che interviene la missione del poeta e dello scrittore, missione di una
conoscenza che tende a cogliere la totalit ponendosi al di sopra di ogni condizionamento empirico o
sociale; per lo scrittore non ha alcuna importanza che l'uomo viva in un'epoca feudale, borghese o
proletaria, essendo il compito della poesia solamente l'assolutezza del conoscere .
La terza esigenza che dovremmo porre allo scrittore  che egli si metta contro il suo tempo.
Contro tutto il suo tempo, non solamente contro uno o pi aspetti particolari di esso, contro l'immagine
comprensiva e unitaria che lui solo  riuscito a farsene, contro il suo specifico odore, contro il suo
aspetto, contro la sua legge. La sua opposizione deve prendere forma ed esprimersi a voce alta; non
basta che egli si irrigidisca e taccia rassegnato. Deve strillare e sgambettare come un bambino piccolo;
ma nessun latte al mondo offerto dal pi amorevole dei seni deve poter placare la sua opposizione e
ninnarlo nel sonno. Pur anelando al sonno, mai deve poter dormire. Se dimentica la sua opposizione
diventa un rinnegato, come nei tempi antichi dominati dalla fede accadeva che un popolo intero
rinnegasse il suo dio.
 una pretesa crudele e radicale, crudele perch in forte contrasto con ci che ho detto prima.
Lo scrittore o il poeta non  infatti un eroe che doma il suo tempo e lo assoggetta a s. Al contrario,
abbiamo visto che  in sua bala, che ne  il servo umilissimo, il cane fedele; e questo stesso cane, che
insegue il proprio muso per tutta la vita, gaudente e abulica vittima, libertino lui stesso oltre che preda
dell'altrui sensualit, questo povero essere dovrebbe ad un tratto mettersi contro tutto ci, contro se
stesso e contro il proprio vizio, del quale per non pu mai liberarsi, e cos andare avanti ed essere
sdegnato, e per di pi consapevole del proprio dissidio!  davvero una pretesa crudele, e anche una
pretesa radicale; crudele e radicale come la morte stessa.
Giacch  proprio dalla morte come realt che si diparte questa pretesa. La morte  la prima e
pi antica realt, anzi saremmo tentati di dire:  l'unica realt.  di una mostruosa vecchiezza e nuova
ogni momento. Ha un grado di durezza dieci ed  tagliente come un diamante. Ha la massima freddezza
che esiste nel cosmo, duecentosettantatr gradi sotto zero. Il suo vento  il pi forte di tutti,  il vento
dell'uragano. La morte  il superlativo pi reale che ci sia; soltanto non  interminabile, perch la si
raggiunge da ogni strada. Fintanto che esiste la morte, tutto ci che vien detto  detto contro di lei.
Fintanto che esiste la morte, ogni luce  un fuoco fatuo, poich porta ad essa. Fintanto che esiste la
morte, il bello non  bello, il buono non  buono.
I tentativi di venirne a capo - e cos'altro mai sono le religioni? - sono falliti. La consapevolezza
che dopo la morte non esiste nulla, ed  una consapevolezza tremenda che mai potr essere assoluta, ha
conferito alla vita una nuova disperata sacralit. Lo scrittore, che in forza di quello che abbiamo
sommariamente chiamato il suo vizio' ha la possibilit di essere partecipe di numerose vite, partecipa
altres di tutte le morti da cui quelle vite vengono minacciate. La sua personale angoscia di fronte alla
morte, e chi potrebbe non averla?, deve diventare l'angoscia di morte di tutti gli uomini. Il suo
personale odio, e chi potrebbe non odiare la morte?, deve diventare l'odio di tutti gli uomini. In questo
e in nient'altro consiste la sua opposizione al tempo in cui vive, che  pieno e strapieno di miriadi di
morti.
In questo modo ricade in parte sullo scrittore l'eredit dello spirito religioso, e si tratta
certamente della sua parte migliore. Lo scrittore porta il peso di pi di un'eredit: come abbiamo visto,
la filosofia gli ha lasciato in testamento la sua pretesa di universalit; la religione la problematica della
morte nella sua purezza. E la vita in quanto tale, la vita cos com'era prima di tutte le filosofie e di tutte
le religioni, la vita animale inconsapevole di s e della propria fine, ha trasmesso allo scrittore, nella
forma concentrata e ben canalizzata della passione, la sua inesauribile voracit.
Il nostro compito consiste ora nell'indagare come queste diverse eredit si connettano insieme
nella singola personalit di Hermann Broch. Esse acquistano rilievo, infatti, solo integrandosi a
vicenda. La rappresentativit della persona di Broch  data dalla loro unit. La passione assolutamente
concreta da cui Broch  posseduto deve offrirgli il materiale che egli riesce poi a condensare in
un'immagine vincolante e universale del suo tempo. Ma questa stessa passione assolutamente concreta
non pu far altro, in ogni sua oscillazione, che mettere a nudo la morte nella maniera pi ovvia e
univoca. Ed  in questo modo che essa alimenta l'opposizione che ininterrottamente e inesorabilmente
egli manifesta nei confronti di un'epoca che vezzeggia la morte,
Permettetemi ora di passare di colpo al tema dell'aria, che d'ora in avanti sar la materia di cui
ci occuperemo in maniera quasi esclusiva. Forse vi stupirete che io parli di una cosa cos banale. Vi
sareste aspettati di sentire qualcosa sulla specificit di questo scrittore, sul vizio di cui  prigioniero, la
sua tremenda passionalit. Sospettate che essa nasconda qualcosa di imbarazzante, o almeno, se siete
particolarmente ottimisti e fiduciosi, qualcosa di assai enigmatico. Ebbene, devo deludervi. Il vizio di
Broch  un vizio comunissimo, pi comune, perch pi antico, di quello del tabacco, dell'alcool, delle
carte: il vizio di Broch  il suo respiro. Egli respira con un piacere voluttuoso, non ne ha mai
abbastanza di respirare. E dovunque si trovi, egli ha mentre respira, un sol modo inconfondibile di stare
seduto;  assente in apparenza, perch solo di rado e malvolentieri reagisce con i mezzi normali che
sono quelli del linguaggio, in realt  pi presente di chiunque altro, giacch si interessa dell'ambiente
in cui si trova come di un tutto, come se si trattasse di una unit atmosferica.
Per far questo non basta sapere che qui c' una stufa e l un armadio; o ascoltare ci che uno
dice e l'altro ragionevolmente risponde, come se in precedenza quei due si fossero messi d'accordo; e
non basta neppure registrare il decorso e la massa del tempo, quando uno arriva, quando l'altro si alza
in piedi e quando il terzo se ne va; giacch a tutto questo gi provvede l'orologio per noi. Si tratta
piuttosto di percepire tutto ci che succede alle persone che si trovano nella stessa stanza e in essa
respirano. La stanza pu essere piena d'aria buona e le finestre possono essere aperte. Pu essere
piovuto. La stufa pu diffondere aria calda e questo calore pu raggiungere in maniera diversa le
persone presenti. L'armadio pu essere rimasto chiuso per parecchio tempo; se qualcuno lo apre, l'aria
fresca che vi entra all'improvviso pu alterare gli atteggiamenti reciproci fra le persone. Le quali, 
vero, si parlano, e certo hanno qualcosa da dirsi, ma dicono parole fatte d'aria, e mentre le pronunciano
la stanza si riempie ad un tratto di nuove e strane vibrazioni che alterano in maniera catastrofica lo stato
precedente. E men che mai il tempo, mi riferisco al vero tempo psichico,  regolato dalle lancette
dell'orologio; esso  piuttosto in grandissima parte una funzione della propria atmosfera.  dunque
assai difficile stabilire, sia pure approssimativamente, il momento in cui uno  davvero entrato in una
compagnia, l'altro si  alzato in piedi e il terzo se n' andato.
Certo tutto questo pu sembrare grossolano, ed  probabile che un maestro esperto come Broch
sorrida degli esempi che ho portato. Ma io volevo solo alludere al fatto che  diventato essenziale per
Broch stesso tutto ci che si riferisce al respiro e alla capacit di trattenerlo, che egli si  impadronito
totalmente dei rapporti atmosferici, tanto che sovente essi prendono per lui direttamente il posto delle
relazioni tra gli esseri umani; che egli ascolta mentre respira, che tocca mentre respira, e che tutti i suoi
sensi sono subordinati al suo senso del respiro, sicch qualche volta sembra che voglia tramutarsi in un
grande e bellissimo uccello al quale siano state tarpate le ali ma concessa per il resto ogni libert.
Anzich rinchiuderlo crudelmente in una sola gabbia, i suoi tormentatori gli avevano spalancato in
passato tutte le gabbie del mondo. L'insaziabile fame d'aria di quell'epoca concitata ed euforica lo
spinge tuttora di continuo ora qua ora l; per placarla corre di gabbia in gabbia. Da ognuna prende un
assaggio di aria, di essa si riempie e poi la porta con s. Prima era un predatore pericoloso che la fame
spingeva ad attaccare ogni essere vivente; ora ha solo voglia di aria,  l'unico bottino che lo alletti. Non
si trattiene a lungo da nessuna parte; arriva in fretta e altrettanto in fretta se ne va. Si sottrae agli
abitanti e ai veri padroni delle gabbie, sa bene che mai pi potr come prima respirare
contemporaneamente da tutte le gabbie del mondo. Conserva per sempre la nostalgia di questo grande
nesso, di questa libert su tutte le gabbie. Rimane perci il grande e bellissimo uccello che era una
volta, riconoscibile agli altri per le briciole d'aria che ha loro sottratto, e a se stesso per la propria
irrequietezza.
Ma parlando di questa fame d'aria e del perpetuo mutare dei luoghi in cui respira, ancora di
Broch non si  detto tutto. Le sue doti si spingono pi in l; egli rammenta alla perfezione ci che ha
respirato, lo ricorda nella forma esatta sperimentata di volta in volta. E per quante nuove percezioni si
aggiungano, magari pi forti, egli non corre mai il rischio, che per noi tutti sarebbe ovvio, di una
confusione tra le percezioni atmosferiche. Nulla per lui si cancella e nulla perde la sua vividezza: Broch
ha una ricca e ordinata esperienza dei vari luoghi in cui ha respirato. Sta a lui fare l'uso che vuole di
questa esperienza.
Bisogna dunque ammettere che Broch ha una dote particolare che posso chiamare solamente
memoria respiratoria.  ovvio domandarsi che cosa sia in realt questa memoria respiratoria, come
funzioni e quale sia la sua sede.  una domanda che qualcuno mi porr, e io nel rispondere non sapr
dire nulla di preciso. E pur col pericolo di essere disprezzato e ritenuto un cialtrone dagli esperti in
materia, devo concludere, basandomi su alcuni fenomeni ben precisi che altrimenti non troverebbero
spiegazione, che una simile memoria respiratoria esiste davvero. Per non rendere troppo facile il
disprezzo degli esperti, bisognerebbe far loro memoria che la civilt occidentale si  allontanata
moltissimo da tutti i problemi pi delicati attinenti al respiro e all'esperienza respiratoria. La psicologia
pi antica che si conosca, esatta e gi quasi sperimentale, una psicologia che sarebbe pi giusto definire
dell'auto-osservazione e dell'esperienza interiore, fu opera degli Indiani, e assunse il respiro come
oggetto della propria indagine. Non ci stupiremo mai abbastanza che gli psicologi di mestiere, veri e
propri parvenu del genere umano, individui che nel corso degli ultimi secoli si sono spudoratamente
arricchiti a scapito di tanta gente, abbiamo disimparato, proprio nell'ambito dell'esperienza
respiratoria, cose che in India gi in tempi remoti si conoscevano benissimo e venivano praticate ogni
giorno da un grande numero di adepti.
Certamente, anche nel caso di Broch, entra in gioco una tecnica inconscia che gli consente di
cogliere, trattenere e poi elaborare le impressioni atmosferiche. L'osservatore ingenuo noter in lui
parecchie cose che potrebbero avere a che fare con questa tecnica. I dialoghi con lui, per esempio,
hanno una speciale e indimenticabile interpunzione. Egli preferisce non rispondere mai con un s o con
un no, che sarebbero cesure troppo violente. Il discorso di colui che gli parla egli lo suddivide di
proposito in parti che sembrano prive di senso. Esse sono caratterizzate da un suono particolare, del
quale bisognerebbe fornire una fedele riproduzione fonografica, e mentre questo suono  interpretato
dagli altri come un suo assenso, in realt esso indica soltanto che egli ha registrato le cose dette. Quasi
mai si sente da lui una negazione. Broch recepisce piuttosto poco del modo di pensare e di parlare del
suo interlocutore; gli interessa molto di pi sapere in quale modo specifico l'altro fa vibrare l'aria.
Quanto a lui, emette poca aria e d come l'impressione di trattenere le parole, di essere chiuso in se
stesso e assente.
Ma lasciamo da parte questi aspetti personali, che in effetti richiederebbero una trattazione
approfondita e solo in seguito ad essa acquisterebbero valore, e domandiamoci piuttosto come Broch
utilizza nell'ambito artistico la sua vasta esperienza respiratoria. Gli d essa la possibilit di esprimere
qualche cosa che altrimenti non sarebbe esprimibile? Un'arte da essa forgiata  in grado di offrirgli
un'immagine nuova e diversa del mondo? O meglio,  possibile figurarsi un'arte poetica che prenda
forma dall'esperienza respiratoria? E quali sono i mezzi di cui essa si serve con l'intermediazione della
parola?
A questi interrogativi bisognerebbe rispondere innanzitutto che in effetti la variet del nostro
mondo coincide in gran parte con la variet dei luoghi nei quali respiriamo. La stanza nella quale voi
ora siete seduti in un ordine ben preciso, quasi del tutto segregati dal mondo esterno, la maniera in cui
si mescola il vostro respiro in un'aria che  comune a voi tutti, e il modo in cui esso si scontra con le
mie parole, i rumori che vi disturbano e il silenzio nel quale poi ricadono, i movimenti che reprimete, il
vostro rifiuto o l'assenso alle cose che dico, tutto questo, dal punto di vista di chi respira, d luogo a
una situazione peculiare, irripetibile, e in s ben circoscritta. Ma basta che muoviate qualche passo,
subito troverete la situazione completamente diversa di un altro luogo respiratorio, che pu essere una
cucina o una stanza da letto o una piccola osteria o un tram, e in ognuno di questi luoghi bisogna
pensare a una costellazione concreta e irripetibile di esseri umani che respirano appunto nelle cucine,
nelle stanze da letto, nelle piccole osterie o nei tram. La metropoli  piena zeppa di questi luoghi
respiratori, cos come brulica di persone singole. E come il disperdersi di questi esseri umani, ciascuno
dei quali non assomiglia a nessun altro - essendo ogni individuo una specie di vicolo cieco a s stante -,
come tutto questo costituisce l'attrattiva principale, ma anche la principale disperazione dell'esistenza,
nello stesso modo potremmo rammaricarci per la dispersione delle varie atmosfere.
La variet del mondo e la sua frammentariet, che costituiscono il materiale vero e proprio della
creazione artistica, sono dunque caratteristiche che appartengono anche a colui che respira. Fino a che
punto l'arte del passato aveva coscienza di questo?
Non si pu dire che gli elementi atmosferici siano stati trascurati dagli uomini nelle loro pi
antiche riflessioni. I venti appartengono alle creazioni pi remote del mito. Ogni popolo li ha pensati a
modo suo; pochi spiriti e poche divinit sono stati popolari come i venti. Le creature oracolari dei
Cinesi tenevano in gran conto la direzione dei venti. Bufere, temporali e tornadi costituiscono un
elemento portante delle gesta eroiche che vengono narrate nelle pi antiche epopee. Anche in seguito
sono spesso ricomparsi, e tuttora li vediamo a teatro, sono anzi tra gli oggetti scenici pi richiesti
dell'arsenale del Kitsch. Una scienza recente, la meteorologia, che ha pretese di notevole seriet in
quanto si cimenta in pronostici, ha a che fare in buona parte con le grandi correnti d'aria. Ma in fondo
tutto ci  ancora molto grossolano, perch si tratta pur sempre degli elementi dinamici dell'atmosfera,
di modificazioni che per poco non ci abbattono, di assassinii e colpi mortali inferti nell'aria, di grandi
freddi, grandi calure, velocit folli, record pazzeschi.
Provate a immaginare che la pittura moderna consista in una semplice e grossolana
raffigurazione del sole o dell'arcobaleno! Certamente di fronte a queste immagini saremmo assaliti
dalla sensazione di una barbarie senza eguali. Saremmo tentati di colpire quelle tele e riempirle di
buchi. Negheremmo ad esse qualsiasi valore. Diremmo semplicemente che non sono quadri. Perch
una lunga pratica ha insegnato agli uomini che a partire dalla ricchezza e mutevolezza dei colori che
essi sperimentano, si possono trarre delle opere su una superfcie piana, opere che poi essi chiamano 
quadri , le quali, pur essendo statiche e in s delimitate, contengono un numero infinito di differenti
sfumature.
La poesia degli elementi atmosferici come qualcosa di statico si pone ai primordi dello sviluppo
dell'umanit. Ma quasi nessuno  ancora riuscito a dare forma artistica al luogo del respiro come un
che di statico. Chiamiamo dunque immagine del respiro' ci che qui bisognerebbe creare, per
differenziarla dalla immagine variopinta creata dal pittore e, data la grande parentela che certamente
esiste tra respiro e linguaggio, atteniamoci fermamente all'ipotesi che il linguaggio sia un mezzo
adeguato per la realizzazione dell'immagine del respiro. E a questo punto bisogna riconoscere che
Hermann Broch dev'essere considerato il fondatore di questa nuova arte, il suo primo rappresentante
consapevole, colui che  riuscito a creare un'opera classica, ossia un modello per altre opere della
stessa specie. Un classico (splendido)  certo Die Heimkehr (Il ritorno a casa), un racconto di circa
trenta pagine nel quale viene descritto come un uomo, essendo appena giunto in una citt, desidera
lasciarla, e allora si reca nella Piazza della Stazione e prende una stanza nell'alloggio di un'anziana
signora e di sua figlia. Stando alla vecchia arte narrativa,  questo il contenuto, o trama, del racconto. In
verit oggetto della descrizione sono la Piazza della Stazione e l'alloggio della vecchia signora. Broch
usa qui una tecnica nuova e veramente perfetta. Poich analizzarla richiederebbe una trattazione a s
stante, che dovrebbe addentrarsi in molti particolari, non ritengo che questa sia la sede giusta per farlo.
I suoi personaggi non rappresentano per lui una prigione. Egli se ne allontana di buon grado.
Deve allontanarsene; ma rimane lo stesso accanto a loro per molto tempo. Essi riposano nell'aria che
Broch ha respirato per loro. Quel vegliare sui suoi personaggi  una specie di pudore per il suo stesso
alito, il timore che la pace degli altri possa essere turbata dal suo respiro.
Ma la sua sensibilit lo separa anche dagli uomini del suo tempo, i quali in fin dei conti si
credono ancora al sicuro. Eppure non si tratta di gente del tutto ottusa. Nel mondo civile si sono
assommate grandi sensibilit. Comunque anche questa sensibilit - per quanto strano possa sembrare -
ha una sua ben precisa tradizione che niente pu riuscire a smuovere. Deriva da qualcosa che ormai
conosciamo bene. Torture che sono state tramandate fino a noi, delle quali si parla spesso, e spesso con
i medesimi accenti, mi riferisco per esempio alle torture che venivano inflitte ai martiri, suscitano in noi
il pi profondo disgusto. Parecchie epoche storiche, essendo stata fortissima l'impressione di certi
racconti e di certe raffigurazioni, sono ormai segnate nell'insieme da un marchio di crudelt. Il
Medioevo, per esempio, per la stragrande maggioranza degli uomini che sanno leggere e scrivere, 
l'epoca delle torture e delle streghe mandate al rogo. E anche se qualcuno dovesse loro garantire che la
pratica di mandare al rogo le streghe  stata inventata e messa in atto in un'epoca pi tarda, ci non
muterebbe quasi affatto la loro opinione. L'uomo comune ripensa con orrore al Medioevo, che
identifica con la torretta del condannato a morte preservata con gran cura in una citt medioevale che
egli ha visitato magari durante il viaggio di nozze. L'uomo comune prova tutto sommato pi orrore per
il remoto Medioevo che non per la guerra mondiale che ha vissuto in prima persona.  una nozione che
si pu riassumere con una sola frase raccapricciante: sarebbe pi difficile, oggi, condannare
pubblicamente una persona singola a morire bruciata sul rogo, piuttosto che scatenare una guerra
mondiale.
L'umanit  dunque indifesa solo di fronte a ci di cui non possiede n esperienza n memoria.
I nuovi pericoli, per grandi che siano, troveranno gli uomini impreparati o al massimo attrezzati solo
superficialmente. Il pi grande di tutti i pericoli che mai sia apparso nella storia dell'umanit ha
comunque scelto come propria vittima la nostra generazione.
Prima di concludere voglio dire ancora qualcosa sul respiro e su quanto esso sia indifeso.
Difficilmente possiamo farci un concetto troppo grande della sua inermit. Non c' niente al mondo a
cui l'uomo sia disponibile come l'aria. In essa egli si muove come Adamo nel paradiso terrestre, 
puro,  innocente, non si attende che lo assalgano le bestie feroci. L'aria  il suo ultimo pascolo. 
uguale per tutti, e giunge a tutti insieme. Non  spartita tra pochi, anche l'uomo pi povero pu
prenderne. E se uno dovesse morire di fame, certo potrebbe dire, anche se non  molto, di aver almeno
respirato fino alla fine.
E quest'ultimo elemento, che tutti quanti abbiamo in comune,  destinato ad avvelenarci tutti
quanti insieme.  una cosa che sappiamo, ma non riusciamo ancora a percepire poich la nostra arte
non  il respirare.
L'opera di Broch si colloca tra una guerra e l'altra, tra una guerra chimica e un'altra guerra
chimica. Non si pu escludere che egli percepisca ancora da qualche parte le venefiche particelle
dell'ultima guerra. Ma  improbabile.  sicuro invece che sapendo respirare meglio di noi, Broch si
sente gi oggi soffocare a causa dei gas che a noialtri toglieranno il respiro in un futuro chiss quanto
lontano.
POTERE E SOPRAVVIVENZA
Traduzione di Furio Jesi
Schivare il concreto  uno dei fenomeni pi inquietanti della storia dello spirito umano. C' una
netta tendenza a buttarsi verso le cose pi lontane, subito, e a trascurare cos tutto ci contro cui si va
continuamente a sbattere. Lo slancio del gesto di partire, l'audacia avventurosa delle spedizioni in terra
remota, ingannano circa le loro motivazioni. Non di rado si tratta semplicemente di evitare quanto ci sta
dappresso, poich non siamo all'altezza di affrontarlo. Ne avvertiamo la pericolosit e preferiamo aver
a che fare con altri pericoli di ignota entit. Anche quando ci imbattiamo in questi ultimi, e accade
puntualmente, essi posseggono pur sempre il brillio delle cose improvvise e uniche. Solo una persona
molto limitata potrebbe condannare questa qualit avventurosa dello spirito, sebbene essa derivi
talvolta da palese debolezza. Ci ha condotto a un ampliamento del nostro orizzonte di cui siamo
orgogliosi. Ma oggi, come tutti sappiamo, la situazione dell'umanit  cos seria che dobbiamo volgerci
a quanto vi  di pi vicino a noi e di pi concreto. Neppure presagiamo quanto tempo ci sia rimasto per
vedere il peggio; ma potrebbe darsi benissimo che il nostro destino sia subordinato a determinate, dure
conoscenze che ancora non possediamo.
Voglio ora parlare della sopravvivenza - mi riferisco naturalmente alla sopravvivenza degli altri
- e cercare di dimostrare che questa sopravvivenza sta nel nocciolo di tutto ci che chiamiamo, un po'
genericamente, potere.1 A questo proposito incomincer con alcune considerazioni molto semplici.
L'uomo che sta in piedi agisce in piena autonomia, come se fosse l ritto di per s solo e gli
restasse ancora aperta ogni decisione. L'uomo seduto esercita una pressione, il suo peso  rivolto verso
l'esterno e desta un senso di durata. Finch siede, egli non pu cadere; quando si alza diviene pi alto.
Ma l'uomo che si  abbandonato al riposo, l'uomo giacente, si  disarmato. Mettergli le mani addosso
mentre dorme, inerme,  cosa da nulla. Il giacente  forse caduto, forse  stato ferito. Fino a quando non
si drizza di nuovo sulle gambe, non viene preso realmente sul serio.
Il morto tuttavia, che non si drizzer pi, suscita un'impressione enorme. Il primo impulso in
chi vede dinanzi a s un morto, specialmente se il morto in qualche modo lo riguarda, ma non solo in
tal caso,  l'incredulit. Con diffidenza se  un nemico, con aspettazione tremante se  un amico, si spia
ogni moto del suo corpo. Si  mosso, respira. No. Non respira. Non si muove.  proprio morto.
Subentra allora il terrore di fronte alla realt della morte, che si potrebbe definire l'unica realt, una
realt talmente inaudita che include in s tutto il resto. Il confronto con il morto  un confronto con la
propria morte, meno di essa poich non si muore veramente, pi di essa poich ce n' sempre anche
un'altra. Anche l'uccisore di professione, che prende la sua insensibilit per coraggio e intrepidezza,
non sfugge a questo confronto: in un luogo ben celato del suo animo, anch'egli  preso dal terrore. Ci
sarebbe molto da dire circa questa assunzione del morto nell'osservatore, l'assunzione pi profonda e
pi degna dell'uomo; con la sua descrizione precisa si possono riempire ore e notti. La pi grandiosa
testimonianza di essa  la pi antica: il lamento del sumero Gilgamesh per la morte dell'amico Enkidu.
Qui tuttavia non ci occuperemo di questo stadio palese di un'esperienza della quale non
dobbiamo vergognarci d'essere vittime e che proprio per questo si staglia nella vivida luce delle
religioni - bens dello stadio seguente, nel quale non ci riconosciamo volentieri: dello stadio, molto pi
ricco di conseguenze del precedente e per nulla degno dell'uomo, che sta nel cuore del potere e anche
della grandezza, e sul quale dobbiamo aprire gli occhi senza paura, senza riguardi, se vogliamo
comprendere che cosa sia davvero e che cosa apparecchi il potere.
Il terrore suscitato dal morto quando giace dinanzi a chi lo guarda  compensato da un senso di
sollievo : chi guarda, non  lui il morto. Sarebbe potuto esserlo. Ma chi giace  l'altro. Chi guarda sta in
piedi, indenne, incolume; il morto pu essere un nemico ucciso o un amico venuto a mancare: in
ambedue i casi sembra d'improvviso che la morte da cui eravamo minacciati si sia stornata da noi su di
lui.
 questa la sensazione che, rapidissima, ha il sopravvento; ci che dapprima era terrore trapassa
in soddisfazione. Colui che sta ritto, per il quale tutto  ancora possibile,  ora pi che mai consapevole
di stare in piedi sulle proprie gambe. Non c' istante in cui si senta meglio nella posizione eretta. E
l'istante lo blocca l, il senso d'essere alto sul morto lo lega a lui. Se chi sta ritto avesse le ali, ora non
si librerebbe in volo. Resta l dove si trova, nell'immediata prossimit dell'esanime, con lo sguardo
rivolto a lui; e il morto, chiunque sia,  per lui come se l'avesse proprio ora sfidato e minacciato, e si
trasforma in una sorta di preda.
Questo fatto  cos orribile e nudo che lo si vela con ogni mezzo. Che ci si vergogni di esso
oppure no,  determinante per la valutazione dell'uomo. Ma ci non muta nulla quanto al fatto in s. La
situazione del sopravvivere  la situazione centrale del potere. Sopravvivere non  solo spietato, 
qualcosa di concreto: una situazione ben delimitata, inconfondibile. L'uomo non crede mai del tutto
alla morte finch non l'ha sperimentata. E la sperimenta negli altri. Essi muoiono dinanzi ai suoi occhi,
ciascuno singolarmente, e ogni singolo che muore lo convince della morte. Alimenta il terrore dinanzi
alla morte, ed  morto in sua vece. Il vivo lo ha spinto avanti al suo posto. Il vivo non si crede mai cos
alto come quando ha di fronte il morto, che  caduto per sempre: in quell'istante  come se egli fosse
cresciuto.
E' tuttavia una crescita di cui solitamente non si fa sfoggio. Pu passare in secondo piano dietro
a un genuino dolore ed esserne del tutto celata. Ma anche se il morto importava poco per il vivo e non
ci si aspetta da questo alcuna particolare esibizione di lutto, sarebbe assolutamente contrario a ogni
buona creanza lasciar trasparire qualcosa della soddisfazione che deriva dal confrontarsi con il morto. 
un trionfo che rimane nascosto, che non si ammette con nessuno e forse neppure con se stessi. La
convenzione ha qui il suo valore: cerca di occultare e di contenere un moto la cui libera manifestazione
avrebbe conseguenze assai pericolose.
Non in tutti i casi ci resta cos occultato. Per comprendere come dal trionfo segreto al cospetto
della morte nasca un trionfo palese, ammesso, che procura onore e gloria e che perci  ambito, 
indispensabile configurare la situazione della battaglia, proprio nella sua forma originaria.
Il corpo dell'uomo  cedevole, esposto alle ferite e molto vulnerabile nella sua nudit. Tutto pu
penetrarvi; a ogni nuova ferita gli riesce pi arduo portarsi sulla difensiva; e in un attimo per lui 
finita. Un uomo che si pone in battaglia sa cosa rischia; se egli non  cosciente di alcuna superiorit,
rischia al massimo. Chi ha la fortuna di vincere sente crescere le proprie forze e affronta con pi
ardimento il successivo avversario. Dopo una serie di vittorie egli acquister ci che vi  di pi
prezioso per il combattente: un senso di invulnerabilit; e dall'istante in cui l'avr acquisito oser
cimentarsi in battaglie sempre pi pericolose.  come se egli disponesse ormai di un altro corpo, non
pi nudo, non pi esposto, corazzato grazie agli istanti dei suoi trionfi. Finalmente pi nessuno pu
nuocergli,  un eroe. Da tutto il mondo e dalla maggior parte dei popoli ci giungono storie di eroi
sempre vincitori; e anche se, come accade non di rado, essi restano vulnerabili in un punto segreto del
corpo, ci serve soltanto a conferire maggior valore alla loro invulnerabilit, altrimenti assoluta. La
reputazione dell'eroe e la sua coscienza di s si compongono di tutti gli istanti in cui egli si drizz
vittorioso sul nemico abbattuto. L'eroe  ammirato per la superiorit che gli viene conferita dal suo
senso di invulnerabilit e che non appare come ingiusto vantaggio sull'avversario. Egli sfida senza
esitare chiunque non gli si sottometta. Combatte, vince, uccide; colleziona vittorie.
 Collezionare  va qui inteso alla lettera.  come se le vittorie entrassero nel corpo del
vincitore e vi rimanessero a sua disposizione. Noi non riusciamo pi, ormai, a concepire questo
processo come una prassi concreta, non lo intendiamo pi nel modo giusto, e tuttavia la sua sotterranea
efficacia sopravvive indiscutibilmente fin nel nostro secolo. Pu essere istruttivo esaminarlo in una
cultura nella quale  ancora palese : una delle culture che con qualche imprecisione chiamiamo
primitive.
Con la parola Mana si designa nei Mari del Sud una sorta di potere soprannaturale e
impersonale, che pu passare da un uomo all'altro. Molto desiderato, esso pu concentrarsi in singoli
individui. Un guerriero valoroso pu acquisirlo deliberatamente. Ma non lo    deve alla sua abilit
guerresca o alla sua forza fisica, bens lo riceve come Mana che trapassa in lui dal nemico abbattuto.
Cito dall'opera di Handy sulla religione polinesiana :2
Nelle Isole Marchesi un membro della trib poteva divenire capo nelle imprese di guerra per
valore personale. Si credeva che il guerriero contenesse nel proprio corpo il Mana di tutti coloro che
aveva ucciso. In proporzione con il suo valore cresceva il suo Mana. Secondo la concezione degli
indigeni il suo valore non era, per, la causa ma l'effetto del suo Mana. A ogni uccisione da lui
compiuta, cresceva il Mana della sua lancia. Di volta in volta che vinceva un uomo in battaglia, il
guerriero assumeva il nome dell'avversario abbattuto: e questo significava che il potere del nemico ora
apparteneva a lui. Per incorporarsi direttamente il    Mana del vinto, il guerriero mangiava le carni di
quello; e per vincolare a s in una battaglia questo accrescimento di potere, per garantirsi l'intimo
rapporto con il Mana predato, il guerriero portava su di s come parte del suo equipaggiamento bellico
un avanzo corporeo del nemico vinto : un osso, una mano disseccata, talvolta anche un intero teschio.
Cos Handy. Non si potrebbe cogliere pi chiaramente l'effetto della vittoria sul sopravvivente.
Poich ha ucciso l'altro, egli  divenuto pi forte, e il suo accrescimento di Mana lo rende capace di
nuove vittorie. Ci che egli strappa al nemico  una sorta di grazia: pu ottenerla, per, solo se il
nemico  morto. La presenza fisica del nemico, vivo e poi morto,  indispensabile. Ci dev'essere stata
necessariamente battaglia e uccisione; tutto dipende dallo specifico atto di uccidere. Le parti
maneggevoli del cadavere che il vincitore si assicura, si incorpora, porta su di s, gli ricordano sempre
l'accrescimento del suo potere. Grazie a esse si sente pi forte e con esse suscita terrore: ogni nuovo
nemico che egli sfida trema di fronte a lui e ha dinanzi agli occhi, spaventoso, il proprio destino.
Presso altri popoli si ritrovano concezioni di tipo diverso, che tuttavia servono al medesimo
scopo. Non sempre la forza viene acquisita in un combattimento fanco e palese. Presso i Murngin della
Terra di Arnhem ogni giovane si cerca un nemico per impadronirsi della sua forza. Deve per ucciderlo
di nascosto, di notte, e solo se ci riesce lo spirito del morto penetra in lui e gli conferisce raddoppiate
energie. Si dice espressamente che, grazie a questo processo, il vincitore cresce, diviene di fatto pi
grande. Anzich la forza impersonale del Mana che abbiamo incontrato nel caso precedente, qui si
tratta di uno spirito personale, che si cerca di predare; e questo spirito non deve presentarsi alla vista
dell'uccisore durante l'impresa di morte, poich si adirerebbe e ricuserebbe di penetrare in lui. Appunto
per questa ragione  indispensabile che l'assalto avvenga di sorpresa, nell'oscurit della notte. Il modo
in cui l'anima del morto penetra poi nel corpo dell'uccisore viene descritto con precisione.
Padroneggiata e incorporata, l'anima del morto diviene utilissima all'uccisore. Non solo l'uccisore
stesso, grazie a essa, cresce fisicamente, ma anche la preda che essa gli procaccia - un canguro, una
testuggine - cresce dopo esser stata colpita, ancora mentre agonizza, e negli ultimi istanti diviene pi
grassa a vantaggio del fortunato uccisore.
Nelle Isole Figi incontriamo eroi che assomigliano maggiormente a quelli delle nostre
tradizioni. Si narra che un ragazzo, il quale viveva lontano dal padre e non era ancora completamente
cresciuto, si rec da lui e per fargli impressione affront da solo tutti i nemici del padre.
Il giorno successivo, di primo mattino, i nemici salirono verso la citt con grida di guerra... Il
ragazzo si lev e disse: Nessuno mi segua. Rimanete tutti in citt!. Prese in mano la clava che s'era
fabbricato da s, si gett in mezzo ai nemici e colp furiosamente intorno, colp a destra, colp a sinistra.
A ogni colpo ne uccideva uno, finch fuggirono dinanzi a lui. Egli sedette su un mucchio di cadaveri e
grid alla sua gente nella citt: Venite fuori e trascinate via gli abbattuti! . Vennero fuori, cantarono il
canto funebre, trascinarono via i 42 cadaveri degli abbattuti, mentre in citt risuonavano i tamburi .3Il
ragazzo ha tenuto testa da solo a un'intera muta di nemici, e inoltre con ogni colpo ne ha steso uno
morto; non uno dei suoi colpi  stato vano. Infine egli siede come vincitore su un mucchio di cadaveri,
e ognuno di coloro sui quali siede  stato abbattuto personalmente da lui. Nelle Isole Figi la reputazione
di tale virt guerresca era cos grande che si usavano quattro diversi nomi per designare gli eroi, a
seconda del numero dei nemici uccisi. Al gradino pi basso della scala c'era il Koroi, l'uccisore di un
uomo solo. Koli si chiamava, poi, chi aveva ucciso dieci nemici; Visa, chi ne aveva uccisi venti;
Wangka, chi ne aveva uccisi trenta. Un celebre capo venne chiamato Koli-Visa-Wangka: era l'uccisore
di 10 + 20 + 30, dunque di 60 uomini.
Non  mai del tutto privo di pericoli accostarsi ai cosiddetti primitivi. Li studiamo affinch da
essi ricada su di noi una luce spietata; e tuttavia suscitano spesso l'effetto opposto. Ci vediamo
enormemente superiori a essi, poich ci che essi fanno con le clave noi lo facciamo con le bombe
atomiche. In realt il solo punto sul quale possiamo compiangere il capo Koli-Visa-Wangka  il fatto
che la sua lingua lo metta in cos gravi difficolt con il far di conto. Certo, per noi la cosa  pi facile,
molto pi facile.
Sono ricorso all'ultimo esempio solo per mostrare dove porti la scoperta abitudine al
sopravvivere. La cosa non si ferma, infatti, al caso per cos dire pulito' dell'eroe che gradualmente, in
duelli da lui stesso cercati, acquista il senso della propria invulnerabilit per rinnovarlo poi sempre nei
successivi combattimenti, quando la sua gente sia minacciata da mostri o da nemici. Pu anche darsi
che vi siano stati eroi di questo genere, cos disciplinati. Ma sono propenso a riconoscervi delle figure
ideali. Il senso di felicit del sopravvivere concreto rappresenta infatti un intenso piacere. Una volta
subentrato e approvato, esso esiger la sua ripetizione e crescer rapidamente fino a diventare una
passione insaziabile. Colui che ne sar invasato si approprier delle forme di vita sociale intorno a lui
nella maniera pi adatta a soddisfare questa passione.
La passione  quella del potere. A tal punto  legata alla realt della morte che ci appare
naturale; la accettiamo come accettiamo la morte, senza porla davvero in discussione, senza renderci
conto seriamente delle sue diramazioni e delle sue conseguenze.
Chi ha preso gusto al sopravvivere vuole accumularlo. Cercher dunque di provocare situazioni
in cui possa sopravvivere a molti. Gli sparsi momenti del sopravvivere, offerti a lui dall'esistenza
quotidiana, non gli basteranno pi. Poich tutto dura troppo a lungo, egli non pu essere soddisfatto.
Non pu trovare soddisfazione tra gli uomini che realmente gli stanno vicino. Nella maggior parte delle
societ umane l'esistenza pacifica ha il suo corso ingannevole che cerca di mascherare pericoli e
fratture. L'incessante svanire di uomini che qui e l, d'improvviso, cessano d'essere in vita, viene
concepito e rappresentato come se essi non fossero veramente del tutto scomparsi. Speciali procedure
di acquietamento fanno s che ci si volga a essi come se ancora potessero partecipare alla societ.
Perlopi si credette che godessero ancora di una vera esistenza in qualche luogo e si temette la loro
invidia per i viventi, che poteva recare conseguenze pericolose.
L'attivit di coloro che miravano al sopravvivere fisico  stata sempre rivolta contro questa rete
di rapporti, una rete talmente fitta che nessuno, neppure un defunto, poteva uscire dal mondo. Ed
essendo tra l'altro gli appassionati del sopravvivere di natura relativamente ingenua, essi si sentivano a
loro agio nelle guerre e nelle battaglie. In simili casi si  sempre parlato del fascino del pericolo, come
se il pericolo fosse il senso autentico della situazione bellica. E tuttavia non c' alcun dubbio: in guerra
si tratta di uccidere, di uccidere moltissimi uomini. L'obiettivo  un mucchio di nemici morti, e chi
vuole vincere s'immagina ben chiaramente di sopravvivere a quel mucchio di nemici morti. Non  per
tutto qui: cadono anche molti dei propri compagni, ai quali pure si sopravvive. Chi parte volentieri per
la guerra, agisce con la convinzione di ritornare, di non essere colpito;  una sorta di lotteria al
contrario, nella quale vincono i numeri che non escono. Chi parte volentieri per la guerra, va con
fiducia, e questa fiducia consiste nell'aspettarsi che i caduti da ambo le parti, anche dalla propria parte,
siano assolutamente altri, e che l'io sia il sopravvivente. La guerra offre cos all'uomo semplice, che in
tempo di pace non aveva modo di farsi avanti come personaggio di primo piano, l'opportunit di
sperimentare il senso del potere proprio laddove codesto senso ha la sua radice, nel sopravvivere a
mucchi di morti. In guerra la presenza dei morti non pu essere assolutamente evitata, tutto  basato su
di essa; e anche chi personalmente non ha fatto gran che in questa direzione, si sente elevare alla vista
di tutti quei caduti, fra i quali egli non si trova.
Ci che in tempo di pace  vietato con le pi dure sanzioni, qui  non solo preteso dal singolo,
ma praticato in massa. Il sopravvivente ritorna dalla guerra con accresciuta coscienza di s, anche
quando i combattimenti non sono stati favorevoli alla sua parte. Altrimenti non si capirebbe perch
uomini che hanno visto da vicino gli aspetti pi orrendi della guerra, ben presto poi li dimentichino o li
trasfigurino. Un certo splendore di invulnerabilit irraggia intorno a chi ritorna dalla guerra sano e
salvo.
Ma non tutti sono semplici, non tutti si accontentano di ci. Di questa esperienza c' una forma
pi attiva, ed  quella che ora ci interessa in particolare. Un individuo singolo non pu uccidere da solo
tanti uomini quanti la sua passione di sopravvivere gli farebbe desiderare. Egli per pu indurre altri a
uccidere, pu dirigerli. In qualit di comandante, egli stabilisce la forma del combattimento. Lo
progetta in anticipo e impartisce l'ordine di cominciare. Si tiene informato circa l'andamento della
battaglia. Un tempo si preoccupava di osservarne lo svolgimento da un luogo elevato. Egli  dunque
sottratto alla lotta diretta; pu anche darsi che non gli capiti di uccidere neppure un nemico. Ma gli altri
che sono ai suoi ordini ci pensano per lui. Ci che riescono a fare viene ascritto a lui.  lui il vero
vincitore. Il suo nome e il suo potere crescono con il numero dei morti. Egli non trae particolare
reputazione da una battaglia in cui non si sia combattuto duramente, da una battaglia troppo facile e
quasi senza vittime. Non si edifica un vero potere su facili vittorie. Il terrore che esso, il potere, dovr
suscitare e del quale propriamente consiste, dipende dalla grande quantit delle vittime.
Questa  stata la strada di tutti i famosi conquistatori della storia. In seguito si sono attribuite
loro virt di ogni sorta. Dopo secoli ancora, gli storici raffrontano e soppesano scrupolosamente le loro
qualit, per pronunciare su di essi una sentenza giusta - cos credono. Si pu toccare con mano la
profonda ingenuit degli storici in queste faccende. In realt essi subiscono ancora il fascino di un
potere che  svanito da lungo tempo. Il fatto che si immedesimino in un'epoca li rende suoi
contemporanei, sicch una parte della paura suscitata a quell'epoca dalla spietatezza del potente penetra
in loro; non si rendono conto di arrendersi a lui mentre vagliano coscienziosamente i fatti. Vi  in ci
anche un nobile motivo, dal quale furono influenzati anche alcuni grandi pensatori : non si sopporta di
dichiarare a se stessi che un numero enorme di uomini, ciascuno dei quali recava in s tutte le
possibilit dell'umanit, siano stati massacrati inutilmente, assolutamente per nulla; e perci si va in
cerca di un qualche significato. Poich la storia  andata avanti,  sempre facile trovare un senso palese
nella sua continuit; e si fa in modo che tale senso acquisti una certa dignit. La verit tuttavia non ha
alcuna dignit.  tanto umiliante quanto fu annientatrice. Si tratta di una privata passione di chi ha il
potere: il piacere che egli trae dal sopravvivere cresce con il suo potere; il suo potere gli consente di
abbandonatisi. Il contenuto vero di questo potere  la brama di sopravvivere a una massa di uomini.
Per il potente  pi utile che le vittime siano dei nemici; ma anche gli amici servono allo scopo.
In nome di virt virili, egli esiger dai suoi sudditi le cose pi difficili, o addirittura impossibili. Che
cos soccombano, non ha per lui la minima importanza. Pu dar loro a intendere che ci sia un onore.
Li legher a s con il bottino che da principio procura loro. Si servir del comando, che appunto  fatto
per i suoi scopi (non possiamo ora addentrarci nella disamina precisa, ed enormemente importante, del
comando). Se ne  capace, li ecciter a formare masse guerresche e far balzare dinanzi ai loro occhi
tanti di quei nemici pericolosi che infine sar loro impossibile separarsi dalla propria massa di guerra.
Egli non rivela loro le sue intenzioni profonde; pu fingere bene, e trova cento pretesti convincenti per
ogni ordine che impartisce. Pu darsi che nella sua arroganza egli si tradisca quando si trova fra gli
intimi, e allora lo fa in termini assai chiari, come Mussolini che parlando con Ciano dichiara il suo
popolo uno spregevole branco di pecore, della cui vita naturalmente non gli importa.
L'intenzione autentica del vero potente , infatti, incredibilmente grottesca: egli vuole essere
l'unico. Vuole sopravvivere a tutti, affinch nessuno sopravviva a lu. A ogni costo vuole sfuggire la
morte, e perci non deve esserci nessuno, da nessuna parte, che possa dargli la morte. Finch ci sono
uomini, qualsiasi uomo, egli non si sentir sicuro. Perfino le sue guardie, che lo difendono dai nemici,
possono volgersi contro di lui. Non  difficile dimostrare che egli nutre sempre un segreto timore nei
confronti di coloro cui comanda ; e sempre nasce in lui la paura anche verso chi gli  pi vicino.
Vi sono stati dei potenti che per questa ragione non vollero avere figli. Il fondatore del regno
Zulu nel Sudafrica, Chaka, un uomo valorosissimo, non vinse mai l'angoscia d'avere un figlio. Aveva
1.200 mogli che ufficialmente portavano il titolo di sorelle. Era loro proibito restare incinte: la
gravidanza veniva punita con la morte. Sua madre, l'unica creatura al mondo cui fosse affezionato e
della quale gli era indispensabile il consiglio, desiderava ardentemente un nipote, e quando una moglie
rimase incinta la nascose presso di s e l'aiut a partorire un bambino. Questi crebbe presso di lei, in
segreto, per alcuni anni. Ma un giorno Chaka, recatosi dalla madre, la sorprese mentre giocava con un
bambino. Subito comprese che era figlio suo e lo uccise sul posto con le sue stesse mani. Egli non
riusc tuttavia a eludere il destino che temeva: a quarantun anni fu ucciso, anzich da un figlio, da due
suoi fratelli.
Questa paura di un figlio ci sembra strana; inusitato, nella vicenda di Chaka,  per solo il fatto
che egli non volesse avere neppure un figlio. Le lotte fra sovrani e i loro figli sono, peraltro, all'ordine
del giorno. La storia orientale ne  colma, tanto che esse rappresentano la regola anzich l'eccezione.
Ma quale significato pu avere l'affermazione che il potente vuole essere l'unico? Sembra naturale - lo
abbiamo sperimentato - che egli voglia essere il pi forte, che combatta contro altri potenti per
sottometterli, che accarezzi la speranza di soggiogare tutti e di diventare il sovrano del pi grande
regno esistente, forse addirittura dell'unico regno. Mi si conceder facilmente che egli voglia essere
l'unico sovrano; troppi sono i conquistatori che svolsero questa parte, e alcuni riuscirono perfino a
essere veramente tali nell'ambito del loro orizzonte. Ma l'unico uomo? Che senso pu avere, dire che il
potente desidera essere l'unico uomo?  proprio dell'essenza del potere che esistano degli altri su cui
signoreggiare : senza di essi, non  pensabile alcun atto di potere. Si dimentica, con questa obiezione,
che l'atto di potere pu consistere nell'allontanamento degli altri, e l'atto in tal caso  tanto pi grande
quanto pi l'allontanamento  radicale e globale.
Una vicenda di tali amplissime proporzioni si ritrova nell'India del XIV secolo. A parte la sua
coloritura esotica, essa suona cos moderna che vorrei sinteticamente riferirla. Il pi energico e
ambizioso re del suo tempo, Muhammad Tughlak, sultano di Delhi, trov ripetutamente delle lettere
che venivano gettate di notte oltre i muri della sua sala di udienza. Non ne conosciamo il contenuto
preciso; si dice comunque che fossero piene di ingiurie e di insulti. Il sultano decise allora di ridurre in
macerie Delhi, a quei tempi una delle pi grandi citt del mondo. Poich, da musulmano rigoroso,
teneva molto alla giustizia, egli comper a tutti gli abitanti le loro case, e le pag a prezzo pieno. Poi
ordin loro di trasferirsi in una nuova citt, molto lontana, Daulatabad, che voleva eleggere a sua
capitale. Gli abitanti di Delhi rifiutarono; il sultano fece annunciare dall'araldo che entro tre giorni non
si sarebbe pi dovuto trovare un solo uomo nella citt. La maggior parte dei cittadini obbedirono, ma
alcuni si rinchiusero nelle case. Poi il sultano fece rastrellare la citt, alla ricerca di chi vi fosse ancora
rimasto. I suoi schiavi trovarono nella via due uomini, uno storpio e un cieco. Vennero portati dinanzi
al sultano; questi ordin che lo storpio fosse lanciato con una catapulta e che il cieco venisse trascinato
da Delhi a Daulatabad, un viaggio di quaranta giorni. Durante il percorso il cieco cadde in pezzi, e tutto
ci che di lui raggiunse Daulatabad fu un osso. Tutti allora fuggirono da Delhi, abbandonando mobili e
beni; la citt rest completamente deserta. La devastazione fu cos totale che neppure un gatto, neppure
un cane rimasero negli edifici della citt, nei palazzi o nei sobborghi. Una notte il sultano sal sul tetto
del suo palazzo, volse gli occhi su Delhi ove non si vedeva alcun fuoco, alcun fumo, alcuna luce, e
disse :  Ora il mio cuore  quieto e la mia collera  placata.
 vero che pi tardi egli scrisse agli abitanti di un'altra citt, ordinando loro di recarsi a Delhi
per ripopolarla;  anche vero che solo pochi vi giunsero e che Delhi rimase a lungo quasi vuota nella
sua smisurata grandezza. Ma l'istante che conta  quello dell'unicit solitaria del sultano: l'istante in cui
egli, di notte, dal tetto del suo palazzo, guard la citt vuota: tutti gli abitanti, perfino i gatti e i cani,
lontani, a quaranta giorni di viaggio; nessun fuoco, nessun fumo, nessuna luce, ed egli, il sultano, solo:
Ora il mio cuore  quieto .
Va osservato che questa frase del sultano :  Ora il mio cuore  quieto non  un'invenzione o
un abbellimento tardivo; essa  ben degna di fede, riferita dal celebre viaggiatore arabo Ibn Battuta, che
visse sette anni alla corte del sultano e lo conobbe a fondo.
Il suo cuore  quieto poich per un vastissimo spazio non c' un solo uomo che possa volgersi
contro di lui. Egli ha inoltre la sensazione d'essere sopravvissuto a tutti gli uomini: la popolazione della
capitale vale qui per l'umanit intera. Certo, questo istante di unicit fu solo passeggero. Ma la
consapevole pertinacia con cui fu provocato, l'enorme spesa che cost, le sue conseguenze - la
desolazione, per molti anni, di una capitale gi ricca e brillante, il fatto che un sovrano lodato per
saggezza e giustizia, avveduto, attivo e pratico si fosse deciso a trattare la propria capitale come quella
del peggiore dei nemici -, tutto ci dimostra che l'impulso a quell'unicit  qualcosa di estremamente
reale: un'autentica forza di prim'ordine, che si deve prendere molto sul serio e scandagliare a fondo
ogni volta che se ne offra l'opportunit.
Come molte altre cose, la si pu specialmente trarre in luce studiando alcune psicopatie, e in
particolare la paranoia. A mia conoscenza, il documento di gran lunga pi importante circa l'Unico in
questo senso sono le Memorie di Schreber,4 gi presidente della Corte d'Appello a Dresda. Un
paranoico che trascorse nove anni in casa di cura ha esposto in quel libro tutto il suo sistema, in modo
completo e organico. Il libro, del resto, non  interessante solo per il nostro scopo; esso tocca fenomeni
cos molteplici e cos frequentemente ricorrenti che non esito a definirlo il documento pi importante
della intera letteratura psichiatrica. Ancora in forma di manoscritto, port alla revoca giudiziaria
dell'interdizione di Schreber. L'autore lo pubblic a sue spese nel 1903. Ma la sua famiglia, che si
vergognava del libro, comper la maggior parte della tiratura, cos che l'edizione originale  diventata
rarissima.
Bisogna tuttavia prescindere da uno scritto che Freud pubblic nel 1911 sul caso Schreber.5
Non  affatto uno dei lavori pi felici di Freud. Sembra soltanto un primo tentativo, esitante, di ricerca,
e si ha l'impressione che Freud stesso ne avvertisse le carenze. Egli prese in considerazione solo una
minima parte del materiale, e di rado sbagli come in questo caso la sua interpretazione. Per
convincersene  indispensabile conoscere davvero le Memorie. Nelle successive discussioni intorno a
questo scritto sono stati presi in considerazione solo i brani di Schreber che Freud stesso aveva citato.
Soltanto negli ultimissimi anni uno o due autori si sono preoccupati di riattingere direttamente al
documento, nessuno ancora in modo esauriente, posto che ci sia davvero possibile. Va detto
d'altronde, per giustizia, che Freud scriveva nel 1911, quando ancora non era scoppiata la Prima guerra
mondiale con cui ebbe inizio propriamente il nostro secolo. Chi, dopo aver vissuto consapevolmente i
quasi sessant'anni che da allora sono trascorsi, pu dire di esser rimasto il medesimo? Per chi non si
sono riproposti in maniera nuova tutti i problemi? Solo agli uomini della nostra generazione  divenuto
possibile capire Schreber e interpretarlo in modo che l'essenziale di quanto egli espone non vada
perduto.
Mi limiter a porre in evidenza nelle pagine seguenti due delle immagini principali da cui
Schreber era dominato.  lecito dar loro particolare rilievo, poich stanno senza dubbio al centro del
suo delirio.
L'umanit intera era perita. L'unico uomo rimasto, l'unico che fosse ancora in vita, era lui. Egli
riflett su quale catastrofe avesse potuto provocare la fine dell'umanit, e formul pi d'una
supposizione. Forse il sole s'era allontanato dalla terra ed era sopravvenuta una glaciazione generale.
Forse s'era trattato di un terremoto, come una volta quello di Lisbona. Schreber per si sofferm
specialmente sull'ipotesi di una spaventosa epidemia: lebbra e peste. Se ne convinse appieno, pensando
a nuove e sconosciute forme di peste. Mentre tutti gli altri uomini ne erano periti, egli solo era stato
guarito da raggi  benedicenti .
Nell'agitato periodo iniziale della malattia ebbe grandiose visioni. Una di queste visioni lo
condusse su una specie di ascensore nelle profondit della terra. Speriment cos tutti i periodi
geologici e d'improvviso si trov in una foresta di carbon fossile. Per un certo tempo abbandon il suo
veicolo e si aggir in un cimitero ove giacevano tutti gli abitanti di Lipsia. L visit la tomba di sua
moglie.
In realt sua moglie era ancora in vita e si recava regolarmente a fargli visita nella clinica di
Sonnenstein presso Dresda, dove egli trascorse come paziente otto o nove anni. Di queste visite egli era
perfettamente consapevole. Inoltre vedeva e udiva il suo medico, gli altri medici della clinica e gli
infermieri. Quando il suo stato di eccitazione cresceva, aveva con loro aspri scontri. Vedeva anche altri
pazienti. Come si conciliava tutto ci con la sua granitica convinzione della propria unicit? Egli non
negava ci che aveva dinanzi agli occhi, ma lo interpretava a modo suo. Gli uomini che vedeva non
erano reali : erano  uomini fatti fugacemente . Cos li definiva; e quelle parvenze fallaci che si
presentavano e svanivano, e alle quali lui non dava importanza, erano apprestate solo per ingannarlo e
turbarlo.
Non si creda tuttavia che egli, unico uomo, conducesse una vita solitaria. Era in rapporto con le
stelle, e questo rapporto aveva caratteristiche molto particolari. Le anime dei morti sopravvivevano
sulle stelle, erano collegate in enormi schiere a costellazioni a lui familiari come Cassiopea o le Pleiadi;
egli si rappresentava questi corpi celesti come se fossero propriamente costituiti di anime di morti. Su
tali anime Schreber esercitava una possente attrazione. Si radunavano in moltitudini intorno a lui, per
dileguarsi poi nella sua testa o nel suo corpo. Di notte, gocciavano a migliaia dalle stelle su di lui, come
 piccoli uomini , minuscole figurette in sembianze umane, alte pochi millimetri, e menavano una
breve esistenza sopra il suo capo. Ma ben presto per loro era finita: il suo corpo le risucchiava ed esse
svanivano in lui. Talvolta egli udiva ancora i loro ultimi, brevi rantoli di agonizzanti, prima che fossero
assorbite in lui. Le aveva messe in guardia contro la sua forza d'attrazione, e tuttavia con-tinuavano a
giungere. In tal modo si dissolsero intere costellazioni; l'uno dopo l'altro, gliene giungevano gli
annunci funesti. Raccogliendo insieme le stelle superstiti, si cercava di salvare questa o quella
costellazione, ina tutto finiva per essere vano: nulla poteva arrestare la catastrofica influenza di lui
sull'universo.
Dato questo suo rapporto con le anime, egli si considerava il pi grande veggente, interlocutore
di spiriti, d'ogni millennio. Tuttavia, in base alle descrizioni che egli stesso fornisce della sua influenza,
l'espressione  veggente   imprecisa e, si sarebbe tentati di dire, troppo modesta. La vera immagine
che egli offre  un'altra. Schreber rappresenta al tempo stesso due diversi stadi del potere. Poich
appaiono contemporaneamente, l'uno di fianco all'altro, possono in un primo momento generare
confusione. Ma non  difficile separarli e coglierli nel loro preciso significato. Il primo riguarda coloro
che per Schreber sono il prossimo: tutti sono gi periti, ed egli, come appunto vuole,  il solo, l'unico.
 questo lo stadio estremo e ultimo del potere. Si pu fare tutto il possibile per raggiungerlo, ma solo
nel delirio si pu realizzarlo appieno. In rapporto alle anime - che Schreber s'immagina del resto in
sembianze umane : dunque, in qualche modo, come uomini -, egli  il grand'uomo;  per esse il Fhrer
intorno al quale si adunano a migliaia, a decine di migliaia, come massa. Ma non  facile che esse
rimangano adunate come massa intorno a lui, come un popolo intorno al suo Fhrer; accade loro
esattamente ci che sperimentano dapprima gradualmente, nel corso degli anni, i popoli adunati intorno
al Fhrer: rispetto a lui, diventano sempre pi piccole. Non appena lo hanno raggiunto, incominciano a
rimpicciolire con la massima rapidit, fino alle dimensioni di pochi millimetri, e diventa perfettamente
chiaro il vero rapporto in cui si trovano con lui. Egli, un gigante rispetto a loro; esse, minuscole
creature che si agitano intorno a lui. E non ci si ferma qui : il grand'uomo le inghiotte. Esse finiscono
letteralmente in lui, per poi definitivamente svanire. La sua influenza su di esse  tale da annientarle.
Tutto ci che erano torna ora a profitto del suo corpo.
Sebbene qui egli non sia propriamente l'unico,  pur sempre la sua unicit ci che davvero
importa. Per questo stadio del potere, che  familiare a noi tutti, Schreber offre un'immagine che non
potrebbe essere pi chiara e cogente. Non lasciamoci spaventare dal fatto che tale immagine si colloca
nel contesto di un delirio. Dobbiamo attingere le nostre conoscenze l dove esse si offrono a noi, e il
potere reale, nelle forme estreme che ci sono note, quanto a delirio non  da meno. Certo, Schreber non
pu dirci nulla circa il modo in cui gli uomini raggiungono il potere: sarebbe necessario, a questo
proposito, esaminare la loro prassi. Nondimeno, non mi sembra affatto trascurabile imparare da lui a
che cosa miri il potere.
Spero di non deludere, concludendo con il caso Schreber. Si dovrebbe essere accecati come lui,
o come uno dei veri potenti che ho descritto, per mettersi l'animo in pace. In fin dei conti, sono
interessati a ci tutti gli uomini, tutti noi, e la parte di gran lunga pi importante di una ricerca su
questo potere dovrebbe essere quella dedicata a chiarire perch gli ubbidiamo. Era qui mia intenzione
limitarmi all'aspetto interno del potente, che ci sembra inconcepibile, cui tutto in noi si rivolta, e che
proprio per questo dobbiamo avere con estrema chiarezza dinanzi agli occhi.
1962
1. Sul rapporto fra sopravvivenza e potere, Canetti si  soffermato a lungo nel suo saggio Masse
und Macht, Glaassen, Hamburg, 19712 (trad. it., Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981), di cui il
presente scritto sintetizza alcuni punti principali. Massa e potere contiene anche le relative referenze
bibliografiche e fonti storiche. Per quanto riguarda in particolare il sopravvivere, cfr. Massa e potere,
cit., cap. vi,  Il sopravvissuto , pp. 273-336 (N.d.T).
2. E.S.C. Handy, Polynesian Religion, Honolulu, 1927, pp. 31 sgg. (N.d.T).
3. L. Fison, Tales from Old Fiji, London, 1904, pp. 51-53 (N.d.T.).
4. D.P. Schreber, Denkwrdigkeiten eines Nervenkranken, Leipzig, 1903 (trad. it., Memorie di
un malato di nervi, Adelphi, Milano, 1974); cfr. Massa e potere, cit., pp. 477-517 (N.d.T.).
5. S. Freud, Psychoanalytische Bemerkungen ber einen autobiographisch beschriebenen Fall
von Paranoia (Dementia paranoides) ripubblicato in Studienausgabe, Fischer, Frankfurt a.M., 1973,
vol. VII (trad. it. Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto
autobiograficamente (Il caso clinico del presidente Schreber), in S. Freud, Opere, Boringhieri, Torino,
1974, vol. VI).
KARL KRAUS, SCUOLA DI RESISTENZA
Traduzione di Furio Jesi
 tipico dell'insaziabilit, ma anche della veemenza degli anni giovanili, che un fenomeno,
un'esperienza, un modello scacci da solo tutti gli altri. Siamo allora ardenti e pronti a espanderci,
afferriamo questo e quello, lo rendiamo il nostro idolo, ci assoggettiamo a esso, aderendovi con una
passione che esclude tutti gli altri. E non appena uno ci delude lo facciamo precipitare dalla sua altezza
e lo frantumiamo senza esitazioni; non vogliamo essere giusti: ha contato troppo per noi. Tra i frantumi
del vecchio idolo insediamo l'idolo nuovo. Importa poco che esso vi si trovi a disagio. Siamo
capricciosi e arbitrari con i nostri idoli; non badiamo alla loro sensibilit; esistono per essere innalzati e
abbattuti e si susseguono in numero stupefacente, tanto diversi e opposti tra loro che rimarremmo
sorpresi se potessimo abbracciarli tutti con un solo sguardo. L'uno o l'altro di essi riesce a diventare un
dio, e dunque perdura, viene risparmiato; nessuno gli metter le mani addosso. Su di esso pu agire
solo il tempo, non la volont ostile di qualcuno. Un idolo simile pu deteriorarsi o sprofondare a poco a
poco nel terreno cedevole: nondimeno, rester pur sempre pressoch intatto, non perder la sua forma.
Ci s'immagini la distruzione di questo recinto sacrale che un uomo porta in s quando ha
vissuto per un certo numero d'anni. Nessun archeologo riuscirebbe a ricostruirne razionalmente il
disegno. Gi i simulacri divini rimasti intatti, riconoscibili, formano da s soli un pantheon enigmatico.
E lo scavatore troverebbe poi macerie su macerie, sempre pi strane, sempre pi fantastiche. Come
riuscirebbe a capire perch proprio queste macerie si sovrappongano a quelle? L'unica cosa che hanno
in comune  il modo in cui sono state distrutte: se ne potrebbe dedurre soltanto che l infier sempre il
medesimo barbaro. La cosa pi saggia sarebbe non andare a toccare questo recinto sacrale di rovine.
Oggi tuttavia mi sono proposto di non essere saggio e di parlare di uno dei miei idoli che fu un dio, e
che ci nonostante, dopo forse cinque anni di sovranit assoluta, venne rimosso, e dopo un pi lungo
periodo fu abbattuto.  passato ormai molto tempo e posso in certa misura rendermene conto. Oggi so
perch Karl Kraus mi giunse perfettamente a proposito, perch gli fui soggetto e perch infine assunsi
verso di lui una posizione di difesa.
Nella primavera del 1924 - ero tornato a Vienna solo da poche settimane - fui portato per la
prima volta da amici a una lettura di Karl Kraus.
La grande sala da concerto era piena zeppa. Io sedevo molto indietro e, da quella distanza,
potevo vedere poco: un uomo piccolo, piuttosto gracile, un po' curvo in avanti, con un viso che finiva a
punta, di una inquietante mobilit, che non riuscivo a capire - aveva in s qualcosa di una creatura
sconosciuta, di un animale scoperto solo ora, non avrei saputo dire quale. La voce era tagliente e mossa
e dominava agevolmente la sala, a tratti - e piuttosto spesso - si intensificava di colpo.
Ci che per potevo osservare molto bene erano le persone intorno a me. C'era nella sala un
clima che avevo conosciuto nei grandi raduni politici: come se tutto ci che l'oratore aveva da dire
fosse gi noto e atteso. Per il nuovo venuto che per otto anni, e forse gli anni pi importanti, dagli
undici ai diciannove, non era stato a Vienna, ogni cosa in ogni particolare era nuova e sorprendente.
Ci che l si stava dicendo, e si diceva con enfasi appassionata, come cosa importantissima, era infatti
legato a un'infinit di particolari della vita pubblica e anche della vita privata. Era dunque a tutta prima
sconvolgente rendersi conto che in una citt accadevano tante cose, tutte degne di rilievo e
nell'interesse di tutti. La guerra e le sue conseguenze, vizi, assassinii, avidit di guadagno, ipocrisia, ma
anche errori di stampa, venivano estratti e isolati dai pi diversi contesti con la medesima irruente
energia, chiamati col loro nome, stigmatizzati, e in una sorta di furore scagliati su mille persone che
coglievano ogni parola, la disapprovavano, la acclamavano, la deridevano e la salutavano con giubilo.
Devo confessare che la cosa che pi mi sorprese fu innanzitutto la rapidit impetuosa
dell'effetto sulla massa? Com'era possibile che tutti sapessero con esattezza di cosa si trattava, che tutti
ne fossero gi al corrente, gi avessero disapprovato, e ora anelassero la condanna? Accuse totali
venivano esposte in una lingua stranamente cementata, in qualche misura affine ai paragrafi giuridici,
ininterrotta, uniforme, che risuonava come se avesse avuto inizio da anni e dovesse proseguire ancora
per anni, tal quale. L'affinit con la sfera del diritto si poteva anche cogliere nel fatto che tutto
presupponeva una legge stabilita e assolutamente inattaccabile, certa. Era chiaro ci che era buono e
ci che era cattivo. Era duro e naturale come il granito, che nessuno sarebbe riuscito a graffiare o a
scarabocchiare.
Si trattava per di un tipo molto particolare di legge, e io potei gi accorgermi la prima volta,
dalla totale estraneit con i colpevoli trasgressori, che cominciavo ad assoggettarmi a essa. Perch la
cosa inafferrabile e indimenticabile - indimenticabile per chiunque l'abbia vissuta, e vivesse poi ancora
per trecento anni -era che questa legge ardeva: essa irraggiava, bruciava e annientava. Da quelle
massime perfettamente connesse l'una con l'altra come pietre nelle mura di una rocca ciclopica,
scoccavano lampi improvvisi, non innocui, non illuminanti, e neppure lampi da teatro, ma lampi
mortali; e questa sequenza di punizioni annientanti che si compiva dinanzi a tutti, nell'orecchio di tutti,
appariva cos terrificante e possente che nessuno era in grado di sottrarvisi.
Ogni sentenza era eseguita sul posto. Una volta pronunciata, era irrevocabile. Noi tutti
assistevamo all'esecuzione. Ci che fra le persone nella sala creava un'acuta attesa non era tanto la
proclamazione della sentenza quanto la sua immediata esecuzione. Tra le vittime pi indegne ce
n'erano alcune che si difendevano e non accettavano d'essere giustiziate. Molte evitavano la battaglia
aperta, ma altre la accettavano; la caccia spietata che allora aveva inizio era lo spettacolo che l'uditorio
godeva pi a fondo. Passarono decenni prima che io capissi che a Karl Kraus era riuscito di sobillare
gli intellettuali fino a farne una massa aizzata, che si ritrovava insieme a ogni lettura e che durava, tesa
nella sua eccitazione, finch la vittima veniva abbattuta. Non appena la vittima era ridotta al silenzio, la
caccia era esaurita. Un'altra caccia poteva incominciare.
Il mondo delle leggi che Karl Kraus custod con voce di cristallo, come mago irato - sono
parole di Trakl -, congiunse due sfere che non sempre si rivelano in rapporti cos stretti: la sfera della
morale e quella della letteratura. Nel caos intellettuale che segui la Prima guerra mondiale non vi era
forse nulla di pi necessario di questa congiunzione.
Di quali mezzi disponeva Kraus per ottenere i suoi effetti? Mi limiter ora a indicare i due
mezzi principali: l'uso delle parole alla lettera e il destare orrore.
L'uso delle parole alla lettera, per incominciare con esso, si manifestava nella sua sovrana
capacit di adoperare le citazioni. La citazione, dato il modo in cui egli la usava, deponeva contro
l'autore citato: era spesso il culmine, il compimento di ci che il commentatore mirava a produrre
contro di lui. Karl Kraus aveva il dono di condannare gli uomini usando le loro stesse parole. Ma
l'origine di questa maestria - e non so se codesto rapporto sia gi stato visto con chiarezza -stava in ci
che vorrei chiamare la citazione acustica.
Kraus era assillato da voci: una situazione che  meno rara di quanto si pensi - ma con una
differenza: le voci che lo assillavano esistevano veramente nella realt viennese. Erano frasi staccate,
parole, esclamazioni, che egli poteva udire dovunque per le strade, nelle piazze, nei locali. La maggior
parte degli scrittori d'allora era gente esperta nell'udire con un orecchio solo. Erano disposti a
frequentare i loro pari, talvolta per ascoltarli, pi spesso per obiettare.  il vizio ereditario
dell'intellettuale, comporre di intellettuali il proprio mondo. Anche Kraus era un intellettuale:
altrimenti non avrebbe potuto passare le sue giornate leggendo giornali, i pi diversi, in cui
apparentemente c'era sempre la stessa cosa. Ma poich il suo orecchio era sempre in ascolto - non si
chiudeva mai, era sempre in funzione, udiva sempre - egli riusciva a leggere anche quei giornali come
se li udisse. Le parole nere, stampate, morte, erano per lui parole sonore. Quando poi le citava, era
come se facesse parlare delle voci: citazioni acustiche.
E poich egli citava tutto senza distinzioni, senza ignorare alcuna voce, senza sopprimerne
alcuna -poich tutte quelle voci stavano l'una di fianco all'altra, in una sorta di equiparazione che
prescindeva dal rango, dall'importanza e dal valore -, Karl Kraus era la persona incomparabilmente pi
viva che la Vienna d'allora potesse offrire.
Era il pi strano dei paradossi : quell'uomo estremamente sprezzante, il pi drastico spregiatore
della letteratura mondiale dal tempo dello spagnolo Quevedo e di Swift, una sorta di flagello divino
sull'umanit colpevole, lasciava la parola a tutti. Non era in grado di sacrificare la voce pi infima, pi
futile, pi vacua. La sua grandezza consisteva nel fatto che egli solo, letteralmente solo, confrontava,
udiva, spiava, attaccava e sferzava il mondo fin dove lo conosceva, tutto il suo mondo globalmente, in
tutti i suoi rappresentanti, innumerevoli. Egli era dunque l'esatto opposto di tutti gli scrittori - l'enorme
maggioranza degli scrittori - che ungono di miele la bocca degli uomini per esserne amati e apprezzati.
Sulla necessit di una figura come la sua non  certo il caso di sprecare parole, proprio perch figure
del genere scarseggiano assai.
Pongo qui l'accento su Kraus vivente, e in particolare su Kraus in atto di parlare a molti. Non lo
si ripete abbastanza: il vero Karl Kraus, il Kraus che scuoteva dal sonno, che tormentava e fracassava,
il Kraus che entrava nel sangue, dal quale si era afferrati e scrollati, tanto che poi ci volevano degli anni
per radunare le proprie forze e contrapporsi a lui, era l'oratore. In tutta la mia vita non ho mai saputo di
un oratore paragonabile a lui in nessuno degli mbiti linguistici europei che mi sono familiari.
Tutte le sue passioni - ed erano sviluppate con estrema ricchezza - mentre egli parlava si
comunicavano agli ascoltatori e d'un tratto divenivano le loro. Ci vorrebbe un libro per trattare a fondo
di quelle passioni, per rappresentare la sua collera, il suo scherno, la sua amarezza, il suo disprezzo, la
sua adorazione quando si trattava dell'amore e delle donne - adorazione mai disgiunta da una certa
cavalleresca gratitudine per il sesso femminile in quanto tale -, la sua piet e la sua tenerezza verso
coloro che erano sprovvisti d'ogni potere, la micidiale audacia con cui dava la caccia ai potenti, la
volutt con cui scavava nel loro animo smascherandone l'ottusit tipicamente austriaca, l'orgoglio con
cui creava il vuoto intorno a s, la sempre attiva venerazione per i suoi di cos diversi uno dall'altro,
come Shakespeare, Claudius, Goethe, Nestroy, Offenbach.
Per il momento posso solo indicare queste passioni, bench il solo fatto di enumerarle mi
stimoli a dirne qualcosa di pi concreto e anzi a rappresentarle come se fossi appena uscito da una
lettura di Kraus. Devo per porne in evidenza almeno una, che avevo gi menzionato. Era ci che in lui
sarei propenso a definire propriamente biblico: il suo destare orrore. Se dovessimo limitarci a indicare
una sola qualit che lo distingueva da tutte le altre figure pubbliche del suo tempo, dovremmo dire:
Karl Kraus era il maestro del destare orrore.
Ancor oggi se ne convncer facilmente chiunque apra Gli ultimi giorni dell'umanit.1 Balza
agli occhi il suo rappresentare sempre gli uni di fianco agli altri coloro che la guerra ha degradato e
coloro che la guerra ha reso tronfi: invalidi di guerra a fianco di profittatori di guerra, il soldato cieco a
fianco dell'ufficiale che vuol essere salutato da lui, il volto nobile dell'impiccato dinanzi alla smorfia
grassa del boia - tutto ci, in Kraus, non ha a che fare con le cose cui ci ha abituato il cinematografo,
con i suoi contrasti a buon mercato:  tutto ancora pregno del proprio orrore, intero e inestinguibile.
Quando egli diceva queste cose, mille persone erano paralizzate dinanzi a lui; l'orrore che egli
destava ogni volta, leggendo come spesso fece brani della sua opera, rigenerava l'energia della visione
originaria di cui ciascuno si sentiva pregno. In tal modo gli riusc di creare fra i suoi ascoltatori almeno
un modo di sentire omogeneo e irrevocabile : l'odio assoluto verso la guerra. Doveva giungere una
seconda guerra mondiale e, dopo la distruzione di intere, respiranti citt, anche il suo prodotto pi
peculiare, la bomba atomica, perch questo modo di sentire divenisse generale e quasi ovvio. In questo
senso, Karl Kraus fu una sorta di precursore della bomba atomica, i cui terrori erano gi contenuti nelle
sue parole. Dal suo modo di sentire  derivata oggi una nozione cui gli stessi potenti devono aprirsi
sempre pi : che le guerre, tanto per i vincitori quanto per i vinti, sono assurde e perci impossibili, e
che la loro proscrizione irrevocabile  ormai solamente una questione di tempo.
Prescindendo da ci, che cosa ho imparato da Karl Kraus? Che cosa di lui penetr in me cos
profondamente che io non riuscii pi a separarlo dalla mia persona?
Innanzitutto il senso di assoluta responsabilit. Questo senso lo avevo dinanzi a me in una
forma che confinava con l'ossessione, e nulla che vi fosse inferiore pareva degno di una vita. Ancor
oggi questo modello mi sta dinanzi cos potente che tutte le successive formulazioni della medesima
esigenza non possono che apparire inadeguate. C' la povera parola engagement (impegno), che era
nata per divenire banale e che oggi cresce ovunque come la gramigna. Essa suona come se di fronte
alle cose davvero importanti dovessimo assumere una posizione impiegatizia. La vera responsabilit 
cento volte pi ardua poich  sovrana e si determina da s.
In secondo luogo, Karl Kraus mi ha aperto le orecchie, e nessuno avrebbe saputo farlo come lui.
Dopo averlo udito, non mi  pi possibile non udire. Incominci con le voci della citt intorno, le
esclamazioni, le grida, le deformazioni della lingua colte per caso; in special modo con ci che era
falso e fuor di proposito. Tutto ci era al tempo stesso comico e atroce, e il legame fra codeste due sfere
mi risult da allora perfettamente naturale. Grazie a lui cominciai a capire che ciascun uomo ha una sua
fisionomia linguistica con cui si stacca da tutti gli altri. Compresi che gli uomini si parlano, s, l'un
l'altro, per non si capiscono; che le loro parole sono colpi che rimbal-zano sulle parole altrui; che non
vi  illusione pi grande della convinzione che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione fra gli
uomini. Si parla a un altro, ma in modo che questi non comprenda. Si continua a parlare, e quegli
comprende ancor meno. Si grida, si torna a gridare, e l'esclamazione, che nella grammatica vive una
povera vita, s'impadronisce del linguaggio. Le grida balzano qua e l come palle, colpiscono, ricadono
al suolo. Di rado qualcosa penetra negli altri, e quando accade  qualcosa di distorto.
Ma quelle stesse parole che non sono comprensibili, che agiscono isolate, che danno luogo a
una specie di figura acustica, non sono rare o nuove, inventate dalle creature che mirano alla loro
singolarit: sono le parole che vengono usate pi di frequente, frasi comunissime per tutti, ripetute
centomila volte; e di questo, proprio di questo si servono per dimostrare la loro caparbiet. Parole belle,
brutte, nobili, comuni, sacre, profane, capitate tutte in questo tumultuoso serbatoio; e ciascuno ne trae
fuori ci che si addice alla propria inerzia; e lo ripete finch le parole non sono pi riconoscibili, finch
dicono tutt'altro, il contrario di ci che una volta significavano.
La deformazione della lingua conduce al caos delle figure separate. Karl Kraus, estremamente
sensibile agli abusi della lingua, aveva il dono di captare in statu nascendi e di non lasciarsi pi
sfuggire i prodotti di questi abusi. Per chi lo ascoltava si apriva cos una dimensione nuova della lingua,
che  inesauribile e alla quale prima si faceva ricorso solo sporadicamente, senza l'opportuna coerenza.
Ricorder qui solo di sfuggita la grande eccezione a questa regola, Nestroy, dal quale Karl Kraus
impar tanto quanto io stesso da lui.
Vorrei ora parlare di qualcosa che stava in netto contrasto con la spontaneit del suo orecchio:
della forma della sua prosa. Ogni brano di prosa un po' lungo di Kraus pu essere tagliato in due,
quattro, otto, sedici parti, senza che in tal modo gli si tolga davvero qualcosa. Le pagine si allineano
alle pagine, il loro peso  equivalente. Possono essere riuscite meglio o peggio, comunque continuano a
proliferare in un peculiare addentellarsi, di natura per meramente esteriore, che non permette di
prevedere una fine necessaria. Ogni pezzo che egli rese autonomo conferendogli un titolo potrebbe
essere lungo il doppio o la met. Nessun lettore imparziale potr stabilire perch esso non sia terminato
prima o perch non prosegua ancora. Regna un arbitrio di continuit che non soggiace ad alcuna regola
palese. Finch ha in mente un tema, egli prosegue; e perlopi gli resta in mente molto a lungo. Un
principio strutturale sovraordinato non c' mai.
Perch la struttura, che manca al tutto,  presente in ogni singola proposizione e salta agli occhi.
In Karl Kraus tutte le voglie di costruzione architettonica, che di solito abbondano negli scrittori, si
esauriscono nella singola proposizione. La sua preoccupazione: essere inattaccabile, nessuna lacuna,
nessuna fessura, nessuna virgola falsa - proposizione per proposizione, pezzo per pezzo si commette la
compagine di una muraglia cinese. E quella compagine  dappertutto ugualmente ben commessa, il suo
carattere  sempre riconoscibile, ma che cosa veramente recinga non lo sa nessuno. Non c' un regno
dietro questa muraglia, essa stessa  il regno, tutte le linfe che possono esservi nel regno sono andate a
finire nella costruzione. Ormai non si pu pi dire che cosa era dentro e che cosa era fuori, il regno si
stendeva da tutte e due le parti, muraglia verso l'interno e verso l'esterno. La muraglia  tutto, ciclopica
impresa fine a se stessa, che traversa il mondo, su e gi per i monti, per le valli e le pianure e tanti
deserti. Forse crede di esser viva, perch tutto all'infuori di essa  distrutto. Degli eserciti che la
popolavano e a cui spettava di fare la guardia  restato solo un unico, solitario guardiano. Questo
guardiano solitario  al tempo stesso l'essere solitario che porta avanti la costruzione. Dovunque egli
guardi, l egli sente la necessit di erigere un nuovo pezzo della muraglia. A questo fine gli si offrono i
materiali pi diversi ed egli riesce a squadrarli tutti in nuovi blocchi. Si pu andare avanti per anni su
questa muraglia senza che essa abbia mai fine.
Credo che un certo malessere circa la natura di questa muraglia e lo spettacolo desolato dei
deserti da tutte e due le parti di essa siano stati ci che gradualmente mi pose contro Kraus. I blocchi
squadrati con cui Kraus costruiva erano infatti condanne, e in esse era finito tutto ci che era vissuto
nel territorio circostante. Il guardiano era divenuto morbosamente avido di condanne; per la
fabbricazione dei suoi blocchi squadrati e della sua muraglia che non finiva mai erano necessarie
sempre pi condanne, che egli si procurava a spese del suo stesso regno. Kraus dissanguava ci che
doveva custodire : per i suoi alti scopi, certo, ma in modo tale che d'intorno si faceva sempre pi il
deserto, e alla fine poteva nascere il timore che il fine ultimo della sua esistenza consistesse nella
costruzione di quella indistruttibile muraglia di condanne.
Il nocciolo della questione era che egli aveva arrogato a s ogni condanna, non concedendone
una propria ad alcuno di coloro che vedevano in lui un esempio. Chiunque lo seguiva poteva ben presto
avvertire su di s le conseguenze di questa coercizione.
La prima cosa che accadeva dopo aver ascoltato dieci o dodici letture di Karl Kraus, dopo aver
letto una o due annate della  Fackel ,2 era un generale avvizzirsi della volont di sentenziare da s.
Sopravveniva un'invasione di verdetti forti e inesorabili, in relazione ai quali non sussisteva il minimo
dubbio. Ci che era stato deliberato in quella superiore istanza valeva per certo, come se fosse
presuntuoso procedere a una verifica; e allora non si prendevano neppure in mano autori che fossero
stati condannati da Kraus. Bastavano anche piccole sprezzanti osservazioni marginali, che spuntavano
come erbe tra i massi della sua rocca di proposizioni, perch coloro che ne erano l'oggetto fossero
evitati una volta per tutte. Subentrava una sorta di riduzione: mentre nei precedenti otto anni della mia
assenza da Vienna, trascorsi a Zurigo e a Francoforte, mi ero aggirato in tutta la letteratura come un
lupo affamato di letture, inizi ora un periodo di limitazione, di riserva estetica. Ci comportava il
vantaggio di volgersi in modo intensivo agli autori cui Kraus concedeva valore: Shakespeare e Goethe
naturalmente; Claudius; Nestroy, di cui Kraus per primo riport in vita e dischiuse le opere pi
personali e dense di conseguenze; il primo Hauptmann, fino a Pippa,3 di cui Kraus soleva leggere il
primo atto; Strindberg e Wedekind che nei primi anni avevano l'onore di comparire sulla Fackel; e
dei moderni, ancora, Trakl e la Lasker-Schler. Come si vede, Kraus non obbligava certo a leggere gli
scrittori peggiori. Per Aristofane, che egli rimaneggiava, non avevo certo bisogno di lui, e del resto non
sarebbe riuscito a distogliermene, e neppure dall'epopea di Gilgamesh e dall'Odissea: da lungo tempo
queste opere avevano lasciato tracce profondissime nel mio spirito. Kraus lasciava fuori questione i
romanzieri, i narratori in genere; credo che lo interessassero poco, ed era una fortuna. Cosi, anche sotto
la sua spietata dittatura, potei leggere indisturbato Dostoevskij, Poe, Gogol' e Stendhal, e accoglierli
come Kraus non avrebbe mai fatto. Direi che queste letture furono allora la mia segreta esistenza in
cantina. Da essa, e dai pittori Grnewald e Breughel, cui la sua parola non giungeva, trassi senza
ancora accorgermene le forze per la successiva ribellione.
Perch allora io ho realmente fatto l'esperienza di che cosa vuol dire vivere sotto una dittatura.
Io ero un suo sostenitore volontario, devoto, appassionato ed entusiasta. Un nemico di Karl Kraus era
un uomo spregevole, immorale; e se non mi spinsi al punto, cosa che nelle dittature successive divenne
consueto, di sterminare i presunti insetti immondi, pure avevo anch'io, lo debbo confessare con
vergogna - s, non posso dire in altro modo; avevo anch'io i miei Ebrei', uomini che evitavo di
guardare quando li incontravo nei locali e per le strade, che non degnavo di uno sguardo, il cui destino
non mi importava affatto, che da me erano respinti e proscritti, il cui contatto mi avrebbe contaminato,
che io con assoluta seriet non consideravo pi parte dell'umanit: le vittime e i nemici di Karl Kraus.
Ci nonostante non era affatto una dittatura senza frutto, e poich mi sottomisi spontaneamente
a essa e infine, altrettanto spontaneamente, riuscii a liberarmene, non ho alcun diritto di accusarla. Del
resto, proprio perch vi sono passato attraverso, mi sono profondamente disgustato del diffuso
malcostume di accusare gli altri.
 importante avere un modello che possiede un mondo ricco, turbolento, inconfondibile, un
mondo che da solo egli ha presentito, da solo ha riconosciuto, accettato, sperimentato, escogitato.
L'autenticit del suo mondo  ci che il modello d effettivamente a coloro che lo riconoscono come
tale, ci con cui egli si imprime pi a fondo. Da questo mondo ci si lascia avvolgere e sopraffare, e non
posso immaginarmi uno scrittore che da principio non sia stato neppure una volta dominato e
paralizzato da un'autenticit estranea. Nell'umiliazione di questa violenza subita, quando egli sente di
non aver pi nulla di proprio, di non essere se stesso, di non sapere chi egli stesso sia, cominciano a
destarsi le sue forze nascoste. La sua persona si articola, nasce dalla resistenza: ovunque egli si liberi,
c' stato qualcosa che lo ha liberato.
Ma quanto pi ricco era il mondo di colui che lo teneva sottomesso, tanto pi ricco diventer il
suo proprio mondo, che da quello si svincola.  dunque un bene desiderare dei modelli forti e ricchi.
Ed  un bene soggiacere a uno di essi se davvero, solo segretamente, in una sorta di oscurit da schiavi,
si  assorti nel proprio peculiare possesso, del quale ancora ci si vergogna, e giustamente, poich
ancora non  visibile.
Sono funesti i modelli che si spingono perfino all'interno di questa oscurit e tolgono il respiro
anche nell'ultima, pi misera cantina. Ma sono pericolosi anche i modelli di tipo completamente
diverso, quelli che ricorrono alla corruzione e troppo presto diventano utili nelle piccolezze, quelli che
a un seguace, solo perch si inchina umilmente dinanzi a loro, danno a intendere che qualcosa di suo
gi esiste. Si finisce allora per vivere delle loro buone grazie, come animali addestrati e soddisfatti di
ricevere qualche leccornia dalle loro mani.
Nessuno infatti, quando  al principio, pu sapere che cosa trover in s. E come potrebbe
anche solo presentire ci che trover, dal momento che ci che trover non esiste ancora? Con
strumenti presi in prestito egli scava in un terreno che esso pure  preso in prestito ed estraneo,  un
terreno che appartiene ad altri. Quando per la prima volta, d'improvviso, si trova dinanzi qualcosa che
non conosce, che non gli giunge da nessuna parte, egli si spaventa e vacilla: poich quella  veramente
cosa sua.
Pu essere una cosa da poco, un'arachide, una radice, una minuscola pietra, una puntura
velenosa, un odore nuovo, un suono inesplicabile, o anche una linfa oscura che si spinge lontano:
quando egli ha il coraggio e l'accortezza di destarsi dalla prima vertigine di paura per riconoscere e dar
nome a ci che ha trovato, allora comincia la sua vera vita.
1965
1. K. Kraus, Die letzten Tage der Menschheit, Wien, 1922 (trad. it., Gli ultimi giorni
dell'umanit, Adelphi, Milano, 1980) (N.d.T.).
2.  Die Fackel , rivista fondata da K. Kraus nel 1899 nella quale, a partire dal 1911, apparvero
esclusivamente articoli da lui scritti o tradotti (N.d. T.).
3. Und Pippa tanzt (E Pippa balla, 1906), tragedia di G. Hauptmann (N.d.T.).
DIALOGO CON IL TERRIBILE PARTNER
Traduzione di Furio Jesi
Mi sarebbe difficile andare avanti in ci che faccio pi volentieri, se non tenessi talvolta un
diario. Non che io adoperi poi quelle pagine: esse non costituiscono mai la materia grezza per il mio
vero lavoro. Ma un uomo come me, un uomo che conosce la violenza delle sue impressioni, sperimenta
ogni particolarit di ogni giorno come se si trattasse del suo unico giorno, vive di vere e proprie
esagerazioni - non si potrebbe chiamarle altrimenti - e d'altronde non combatte questa sua natura
poich ci che gli preme  lo spicco, l'acutezza e la concretezza di tutte le cose che compongono una
vita -, un uomo del genere esploderebbe o in qualche altro modo andrebbe in pezzi se non si calmasse
scrivendo un diario.
Calmarmi  forse la ragione fondamentale per cui tengo un diario. Si stenta a credere quanto la
frase scritta possa calmare e domare l'uomo. La proposizione  sempre un altro' rispetto a colui che la
scrive, di sta dinanzi come qualcosa di estraneo, una subitanea, solida muraglia, di la dalla quale non si
pu saltare. Si potrebbe forse aggirarla; ma prima ancora che si sia giunti dall'altra parte, ecco sorgere
ad angolo acuto con essa una nuova muraglia, una nuova proposizione, non meno estranea, non meno
solida e alta, che essa pure alletta affinch la si aggiri. Gradualmente viene componendosi un labirinto,
in cui chi l'ha costruito si orienta a stento. Girando e rigirando, egli si calma.
Alle persone che compiono il pi vicino aggiramento di uno scrittore riuscirebbe insopportabile
sentire tutto ci che lo ha eccitato. Le eccitazioni sono contagiose, e gli altri, si spera, hanno una loro
propria vita che non pu consistere solo delle eccitazioni del prossimo: altrimenti finirebbero soffocati.
Vi sono cose, inoltre, che non si possono dire a nessuno, neppure ai pi intimi, poich di esse ci si
vergogna troppo. Non  bene che non vengano mai espresse; non  bene che cadano nell'oblio. Tanto, i
meccanismi grazie ai quali ci si rende la vita facile sono gi fin troppo ben congegnati. Si comincia a
dire, un po' titubanti: Veramente non ne ho colpa, e in un batter d'occhio si dimentica tutto. Per
sfuggire a questa indegnit bisogna mettere per iscritto ci di cui si prova vergogna, e poi, molto pi
tardi, anni pi tardi forse, quando si trasuda contentezza di s da tutti i pori, quando meno ce lo si
aspetta, trovarsi ad un tratto orripilati davanti a ci che si era scritto.  Di questo ero capace, questo ho
fatto. La religione che assolve una volta per tutte da questo orrore pu andar bene per coloro che non
hanno il compito di pervenire a una piena e vigile consapevolezza dei propri processi interiori.
Chi vuol davvero sapere tutto, impara specialmente da se stesso. Ma non deve risparmiarsi e
deve trattare se stesso come se fosse un altro, con una durezza che non sia minore, ma anzi maggiore.
La vacuit di molti diari consiste nel fatto che in essi non si trova nulla di cui l'autore voglia
calmarsi. Alcuni, e parrebbe incredibile, sono soddisfatti di tutto ci che li circonda, perfino di un
mondo che sta andando in rovina; altri, in ogni peripezia sono soddisfatti di s.
La funzione calmante del diario non , dunque, di cos vasta portata.  una calma temporanea,
che placa la momentanea impotenza e rende la giornata chiara abbastanza per lavorare. Considerato in
una lunga prospettiva di tempo, il diario ha invece l'effetto opposto, non permette la narcosi, disturba il
processo naturale di trasfigurazione di un passato che resta in bala di se stesso, tiene svegli e mordenti.
Ma prima di dire qualcosa di pi preciso circa questa e alcune altre funzioni dei diari, vorrei
separare alcuni scritti che non considero propriamente tali. Distinguo infatti tra quaderni d'appunti
(Aufzeichnungen), agende (Merkbcher) e diari veri e propri (Tagebcher),
QUADERNI D'APPUNTI
Di questi ho gi parlato nella prefazione alla scelta delle mie Aufzeichnungen 1942-1948.1 
necessario per che per farmi capire io ripeta qui i punti essenziali. I  quaderni d'appunti  sono
spontanei e contraddittori. Contengono idee che talvolta nascono da una tensione insopportabile, ma
spesso anche da grande leggerezza. Non si pu evitare che un lavoro che va avanti da anni, giorno per
giorno, ci paia talvolta pesante, vano o tardivo. Lo detestiamo, ci sentiamo accerchiati, ci toglie il
respiro. D'improvviso ogni cosa al mondo ci sembra pi importante di quel lavoro, nel quale ci
sentiamo limitati e falliti. Come pu esserci qualcosa di buono in un lavoro che consapevolmente
esclude tanta altra realt? Ogni suono estraneo echeggia come da un paradiso vietato, mentre ogni
parola che aggiungiamo alle pagine su cui stiamo lavorando da tanto tempo, ha nella sua docile
acquiescenza, nella sua servilit, il colore di un inferno consentito e banale. In ogni lavoro obbligato
c' qualche cosa di insopportabile che pu risultare molto pericoloso per il lavoro stesso. Un uomo, ed
 questa la sua pi grande fortuna,  mille volte molteplice e solo per un certo periodo pu vivere come
se non lo fosse. Nei momenti in cui egli si vede come uno schiavo dei propri intenti, una cosa soltanto
pu essergli d'aiuto: deve cedere alla molteplicit delle sue inclinazioni e mettere gi, senza
selezionarle, le cose che gli passano per la testa. Tutto ci deve affiorare come se non arrivasse da
alcun luogo e non portasse in alcun luogo : han da essere perlopi appunti brevi, rapidi, spesso
fulminei, non verificati, non padroneggiati, senza ambizioni e senza alcun obiettivo. Quello stesso
scrivente che altrimenti  solito comandare a bacchetta, diventa per un attimo il docile trastullo delle
idee che gli passano per il capo. Mette per iscritto cose che non avrebbe mai sospettato in s, che
contraddicono la sua storia, le sue convinzioni, il suo modo di fare, il suo pudore, il suo orgoglio e la
sua verit, altrimenti difesa con ostinazione. La pressione con cui tutto ci ha inizio s'allontana infine
da lui, e pu accadergli di divenire improvvisamente leggero e di registrare con una sorta di beatitudine
le cose pi schiette. Ci che cos si produce, ed  moltissimo,  meglio che egli lo metta da un canto
senza pi badarci. Se ci riesce veramente, per molti anni, vuol dire che ha conservato fiducia nella
spontaneit, la quale  l'ossigeno indispensabile di questi quaderni d'appunti; infatti, una volta perduta
la spontaneit, i quaderni non servono pi a niente, e si pu benissimo restar fissi nel proprio lavoro.
Molto pi tardi, quando tutto appare ormai come se fosse scritto da un'altra persona,  possibile
ritrovare nei quaderni cose che, per quanto potessero forse sembrare prive di senso a colui che le
scrisse, d'improvviso acquistano significato per altri. E poich chi le scrisse  ora egli stesso un altro,
pu trasceglierne ci che serve senza particolare fatica.
AGENDE
Ogni persona, seguendo l'esempio dell'umanit intera, vorrebbe crearsi un proprio calendario.
La principale attrazione del calendario consiste nel fatto che esso continua sempre. Per numerosi che
siano i giorni gi trascorsi, altri ne seguiranno. I nomi dei mesi tornano a ripetersi, e ancor pi di
frequente quelli dei giorni. Ma il numero che indica gli anni  sempre diverso. Cresce, non pu mai
diminuire, ogni volta  un anno in pi. Cresce costantemente, nessun anno pu essere saltato; proprio
come nella serie dei numeri, si va sempre avanti solo di uno. La misurazione del tempo esprime con
esattezza ci che l'uomo soprattutto si augura. Il ritorno dei giorni, di cui l'uomo conosce i nomi, gli
reca sicurezza. Si sveglia : che giorno  oggi? Mercoled,  di nuovo un mercoled, ci sono stati gi
molti mercoled. Egli per ha alle sue spalle non solo dei mercoled. Poich  il 30 ottobre2  un giorno
che rappresenta qualcosa di pi; e anche di simili giorni egli ne ha gi conosciuti una quantit. Ma dal
numero dell'anno, nel suo accrescimento lineare, egli spera d'essere condotto a millesimi sempre pi
elevati. Sicurezza e desiderio di lunga vita si congiungono nella misurazione del tempo, e l'una sembra
ideata in vista dell'altro.
Il calendario vuoto  tuttavia il calendario di ognuno; ora egli vuole che diventi il suo proprio
calendario, e perci deve riempirlo. Ci sono i giorni buoni e i cattivi, gli aperti e gli assediati. Se egli li
contrassegna, con poche parole o lettere, il calendario diventa inconfondibilmente il suo calendario. Gli
avvenimenti pi importanti fondano giorni commemorativi. Durante la sua giovinezza ce ne sono
ancora pochi; l'anno resta quasi bianco, la maggior parte dei giorni sono ancora liberi e inutilizzati per
il futuro. Ma gradualmente gli anni si riempiono, sempre di pi ritorna ci che era determinante, e alla
fine nel suo calendario non c' quasi pi un solo giorno inutilizzato: egli ha una sua storia.
Conosco persone che si beffano dei calendari degli altri  poich in essi c' cos poco . Ma
solo chi si  fatto il suo proprio calendario pu davvero sapere che cosa c' dentro. La scarsit dei segni
ne crea il valore. Esistono grazie alla loro concentrazione; il vissuto che  contenuto in essi  quasi
occultato da un incantesimo, non si logora e pu d'improvviso, in un anno diverso e per influsso di
eventi affini, sbocciare in qualcosa di straordinario.
Non vi  nessuno che non abbia diritto a una simile agenda. Ognuno, ma proprio ognuno,  il
centro del mondo, e il mondo  prezioso poich  pieno di tali centri. Questo  il senso della parola
uomo : ognuno un centro a fianco di innumerevoli altri, i quali lo sono quanto lui.
Le agende furono e sono in nuce dei veri e propri diari. Molti scrittori che non si fidano dei
diari, poich in essi potrebbe andare sprecata troppa della loro sostanza, tengono per delle agende.
Comunemente, agende e diari vengono confusi tra loro. Io li tengo nettamente separati. Nelle agende,
che sono quasi sempre piccoli calendari, segno molto brevemente ci che in particolare mi colpisce o
mi soddisfa. L si trovano i nomi delle pochissime persone grazie alle quali si  respirato e senza le
quali non si sarebbero sopportati tutti gli altri giorni. L'incontro con esse, la prima vicinanza, la loro
partenza, il ritorno, le loro malattie gravi, la loro guarigione, e la cosa pi orribile, la loro morte. Ci
sono poi i giorni delle idee balenate d'improvviso, che dapprima piombano addosso come spade, vanno
a fondo, riemergono e infine, trasformate, resistono per buona parte della vita; talvolta si segnano i
giorni in cui qualcosa di queste idee ha preso forma e ha soddisfatto. A questi giorni di superamento
espansivo e vittorioso si contrappongono gli altri, quelli nei quali noi stessi siamo stati sopraffatti : i
giorni in cui abbiamo letto qualcosa che, lo sentiamo subito, non ci abbandoner mai pi: Woyzeck, I
demoni, l'Aiace di Sofocle. Poi gli istanti in cui siamo venuti a conoscenza di costumi inauditi, di una
religione ignota, di una nuova scienza, di un ampliamento del mondo, di una nuova minaccia o, molto
di rado, di una nuova speranza per l'umanit. E inoltre i luoghi che finalmente si raggiungono, dopo
aver a lungo desiderato di visitarli. Tutto  menzionato soltanto in tre o quattro parole; i nomi sono la
cosa principale; si tratta del giorno in cui nuove cose, nuove persone sono apparse nella nostra vita, o vi
si  ripresentato come se fosse nuovo ci che era scomparso.
Di queste agende si pu dire con sicurezza una sola cosa: che non interessano a nessuno. Per
l'estraneo sono incomprensibili; e, se non lo sono, la monotonia della loro fissazione linguistica fa s
che esse siano la noia stessa.
Non appena in esse c' qualcosa di pi, non appena ha inizio la riflessione sulle cose, le agende
escono dall'mbito dei calendari per annotazioni e cadono in quello dei diari.
DIARI
Nel diario si parla con se stessi. Chi non riesce a farlo, chi vede dinanzi a s un pubblico, sia
pure un pubblico che verr in futuro, dopo la sua morte -quegli falsifica. Non  qui il caso di parlare di
tali diari falsificati. Anch'essi possono avere un loro valore. Ce ne sono alcuni straordinariamente
avvincenti; ci che in essi interessa  la misura della falsificazione : la loro attrattiva dipende dalle
capacit del falsario. Ci che per vorrei ora prendere in considerazione  il diario genuino, molto pi
raro e importante. Che significato ha per chi lo scrive, e in particolare per una persona che, anche
prescindendo dal diario, scrive moltissimo poich scrivere  la sua professione?
Spicca innanzitutto il fatto che un diario non si pu tenere sempre: ci sono lunghi periodi
durante i quali lo si schiva come qualcosa di pericoloso, quasi un vizio. Non si  sempre malcontenti di
s e degli altri. Ci sono momenti di indubbia felicit personale. Nella vita di un uomo per il quale la
propensione alla conoscenza  divenuta una seconda natura, questi momenti non possono essere molto
frequenti. Gli appariranno, dunque, estremamente preziosi. Avr paura di sciuparli. Poich lo
sorreggono, lui come ogni altro, durante il resto dell'esistenza che  molto pi lungo, egli ne ha
bisogno e perci non li tocca: lascia loro l'alone dei miracoli incomprensibili. Solo il loro crollo lo
indurr a riflettere. Come ha fatto a perderli? Che cosa glieli ha distrutti? In questo istante riprende il
dialogo con se stesso.
Pu accadere, in altri momenti, che il giorno intero vada consumato nel lavoro vero e proprio. Il
lavoro procede bene, con sicurezza; ha raggiunto uno stadio che supera le aspettative ed  esente da
dubbi, coincide tanto esattamente con ci che si  che al di fuori di esso non c' nulla, non resta nulla.
Vi sono buoni e importanti scrittori che in questo modo riescono a scrivere un libro dopo l'altro. A s
non hanno nulla da dire, il loro libro gi dice tutto. Riescono a distribuirsi completamente nei loro
personaggi. Ci che essi hanno elaborato costituisce una superficie, una tessitura cos ricca e peculiare
che impegna di continuo la loro attenzione e la loro memoria sensibile. Essi sono i veri e propri
capiofficina della letteratura, i pi fortunati tra gli scrittori. Per loro  naturale ridurre al minimo
l'intervallo tra un'opera e l'altra. La peculiarit della loro superficie li alletta nuovamente al lavoro. In
questa superficie hanno colto ci che si trasforma ed  cangiante nel mondo, il movimento che 
proprio della vita esteriore, e in essa s'aggirano come gli altri nel mondo.
Io sono l'ultimo a cui potrebbe venire in mente di prendere in giro o addirittura di schernire
questo genere di scrittori. Devono essere valutati in base alla necessit della loro particolare indole:
buona parte di quanto vi  di meglio nella letteratura mondiale appartiene a loro. In certi momenti ci si
augura un mondo in cui non sia possibile altra forma di arte letteraria. Certo, per, non ci si deve
aspettare dei diari genuini da questi scrittori. Essi anzi dubiteranno che tali diari possano essere scritti.
La loro sicurezza e la loro riuscita li colmano certo di disprezzo per altre indoli meno regolari e
uniformi. Basta per menzionare il nome di Kafka, con la sostanza e la natura del quale nessuno,
neppure il migliore fra gli scrittori che oggi si sentono cos sicuri, potrebbe osare misurarsi, per
convincerli dell'inammissibilit della loro intolleranza. E forse dovrebbe anche dar loro da pensare il
fatto che i diari siano l'esito pi importante di un uomo come Pavese: ci che di lui rester si trova nei
diari e non nelle sue opere.
Nel diario, dunque, si parla con se stessi. Ma che cosa significa? Ci si trasforma davvero in due
persone che intrecciano fra loro un dialogo in piena regola? E chi sono questi due? E perch son solo
due? Non potrebbero, non dovrebbero, essere molti? Perche dovrebbe essere senza valore un diario in
cui lo scrivente parlasse sempre a molti anzich a s solo?
Il primo vantaggio che presenta l'io fittizio al quale ci si volge sta nel fatto che egli ascolta
realmente.  sempre l, non si allontana. Non simula interesse, non lo fa per cortesa. Non interrompe,
lascia parlare. Non solo  curioso, e anche paziente. Posso parlare soltanto in base alla mia esperienza:
ma torno sempre a stupirmi che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarmi con la stessa pazienza che uso io
con gli altri. Tuttavia non ci s'immagini che questo ascoltatore ci faciliti il compito. Poich ha il pregio
di capirci, con lui dobbiamo essere sinceri. Non solo  paziente,  anche maligno. Non lascia passare
nulla, indovina tutto. Si ricorda di ogni minimo dettaglio, e non appena ci accingiamo a falsarlo vi torna
su con veemenza. Nei miei sessantasette anni di vita non ho mai incontrato un interlocutore altrettanto
pericoloso, eppure ne ho conosciuti alcuni che chiunque potrebbe esibire senza vergognarsene. Forse il
suo vantaggio maggiore  che non rappresenta alcun interesse personale. Ha tutte le reazioni di una
persona autonoma, senza le sue motivazioni. Non difende alcuna teoria, non mena vanto di alcuna
scoperta. Ha un istinto pauroso per i moti del potere o della vanit. Naturalmente  avvantaggiato dal
fatto di conoscerci in tutte le fibre.
Quando mi coglie in un'inesattezza, in un difetto di conoscenza, in una debolezza, in una
pigrizia, mi piomba addosso come un fulmine. Quando dico:  Comunque non  grave, non  tanto di
me che mi importa, quanto della situazione del mondo, io sento il dovere di metterlo in guardia e
questo  tutto , lui mi ride in faccia.  Nondimeno, nondimeno,  dice poi, e mi permetto qui di citarlo
testualmente  l'errore di quelli che fanno i Buoni  - e gi quanto mi punge questa perfida espressione!
-  sta nel fatto che, di l dalla responsabilit che sentono e dal bene che forse davvero vogliono,
dimenticano di perfezionare lo strumento che permetta loro di far la conoscenza degli uomini e di
coglierli in mille particolarit rozze o sottili. Poich proprio da questi uomini scaturisce ci che accade
di pi terribile e di pi pericoloso per tutti. Per la sopravvivenza dell'umanit si pu solo sperare di
riuscire a capire a sufficienza come sono fatti gli uomini. Come osi dunque esibire sul tuo conto simili
falsit, solo perch ti fa comodo? .
 accaduto che io prevedessi qualcosa di terribile -nel mondo, voglio dire che poi si 
puntualmente verificato. Non avevo nulla di meglio da fare che prenderne nota. Potevo dimostrarlo a
me stesso, era gi dinanzi a me gran tempo prima che accadesse. Probabilmente volevo procurarmi cos
un diritto per ulteriori predizioni. Cito qui la risposta annientante del mio interlocutore;  pi
importante della pietosa vanagloria di una profezia che si  avverata:
 L'ammonitore, il profeta, la cui predizione si avvera,  una figura stimata a torto. Egli ha agito
troppo alla leggera, e si  lasciato sopraffare dagli orrori che paventava ancor prima che si
verificassero. Crede di ammonire, ma il suo ammonimento, paragonato alla sua passione di
preveggenza,  privo di ogni valore. Egli  ammirato della propria preveggenza; ma non c' niente di
pi facile. Quanto pi la previsione  terribile, tanto pi  probabile che si avveri. Da ammirare sarebbe
piuttosto un profeta che avesse predetto qualcosa di buono. Poich questo e solo questo  inverosimile
.
La coscienza, la cara vecchia coscienza - sento gi dichiarare da un lettore trionfante -, costui
parla con la sua coscienza! Si d delle arie perch tiene un diario per parlare con la sua coscienza! Ma
non  affatto cos. L'altro con cui parliamo nel diario muta le sue parti. Pu presentarsi,  vero, come
coscienza, e per questo gli sono molto obbligato, dato che gli altri ci rendono tutto troppo facile :
sembra che gli uomini trovino una speciale volutt nel lasciarsi abbindolare. Ma non  sempre una
coscienza. Talvolta sono io il mio partner, e gli parlo autoaccusandomi disperatamente, con una
violenza che non auguro a nessuno. Lui, allora, diventa tutt'a un tratto il consolatore dallo sguardo
acuto, che sa bene quando mi spingo troppo oltre. Egli vede che io come scrittore mi procuro spesso
malvagit e cattivi sentimenti che non sono affatto miei propri. Mi ricorda allora che in ultima analisi
ci che davvero conta  quello che uno fa, poich, quanto al pensare, tutti possono pensare tutto. Con
ironica gaiezza fa cadere le maschere del cattivo con cui ci pavoneggiamo e ci dimostra che non siamo
affatto cos  interessanti . Per questa sua parte gli sono ancora pi grato.
Egli ha ancora molte altre parti, e sarebbe alla fine noioso illustrarle tutte. Una cosa per
dev'essere posta in luce: un diario che non possegga questo carattere prettamente dialogico mi sembra
privo di valore; non potrei tenere il mio diario se non nella forma di tale colloquio con me stesso.
Non posso credere che la vivacit di queste due figure che si danno la caccia a vicenda sia un
futile gioco. Si tenga conto che se un uomo non riconosce le estreme istanze della fede, deve creare in
s qualche cosa di analogo per non ridursi al caos e alla totale impotenza. Il fatto che egli consenta a
queste figure di mutare ruolo e di agire in base ad esso liberamente, non significa che egli non le prenda
sul serio. In questo gioco egli potrebbe, ammesso che ci riesca, acquistare finalmente una sensibilit
morale pi sottile di quella che gli viene prescritta dalle norme consuete del mondo. Queste ultime,
infatti, sono morte per i pi proprio perch non hanno alcuna possibilit di manovra: la rigidit toglie
loro la vita.
 questa forse la funzione pi importante di un diario. Sarebbe sviante definirla l'unica. Poich
nel diario non si parla soltanto con se stessi: si parla anche con gli altri. Tutti i colloqui che nella realt
non si possono portare fino in fondo poich finirebbero in atti di brutalit, tutte le parole assolute,
irriguardose, spietate, che spesso sentiamo di dover dire agli altri, tutto questo si deposita nel diario. In
esso restano segrete, giacch un diario che non sia segreto non  un diario; e le persone che hanno
l'abitudine di leggere agli altri pagine e pagine dei loro diari farebbero meglio a scrivere delle lettere, o
meglio ancora a organizzare delle serate di recitazione sulla propria persona. Durante i primi tempi a
Berlino conobbi un tipo che non scriveva due righe sul suo diario senza leggermele la sera stessa. Mi
riusc poi, invitando per lui un numero sufficiente di ospiti, di ridurre le sue letture a una serata
settimanale; ed egli ne fu molto soddisfatto: non solo la lettura durava pi a lungo, ma gli risultava
anche pi piacevole fare la ruota dinanzi a pi di due occhi.
Le astuzie e le misure precauzionali per tenere segreto un diario non saranno mai troppe. Delle
serrature non c' da fidarsi. Molto meglio le scritture cifrate. Io uso una stenografia modificata che
nessuno sarebbe in grado di decifrare senza un lavoro di settimane. Cos posso scrivere tutto quello che
voglio, senza danneggiare o addolorare nessuno; e cos, quando sar finalmente divenuto vecchio e
saggio, potr decidere se far scomparire tutte quelle pagine, o se affidarle a un luogo segreto ove solo
per caso possano essere ritrovate in un innocuo futuro.
Non sono ancora mai riuscito a tenere un diario durante un viaggio in un paese nuovo. Il
numero di persone sconosciute con cui si parla senza capirsi, vuoi a segni, vuoi a presunte parole, 
talmente grande e mi riempie a tal segno che non riuscirei neppure a prendere la matita in mano. La
lingua, uno strumento che altrimenti crediamo di saper maneggiare, ridiventa all'improvviso selvaggia
e pericolosa. Ci si abbandona alla sua seduzione e si finisce per essere maneggiati da lei. Incredulit,
fiducia, ambiguit, vanteria, forza, minaccia, rifiuto, dispetto, inganno, tenerezza, ospitalit, meraviglia,
c' tutto, e in modo cos immediato che sembra di non averlo mai notato prima. Dinanzi a ci, una
parola scritta giace sulla carta come il cadavere di se stessa. Mi guardo bene, in mezzo a simili
magnificenze, dal diventare un assassino. Ma non appena torno a casa, mi affretto a recuperare quei
giorni. Scavando nella memoria, a volte con fatica, concedo ad ognuno di essi quel che gli spetta. Ci
sono stati dei viaggi il cui diario a posteriori ha richiesto un tempo triplo di quel che sono durati.
Credo che, scrivendo tali ricordi di viaggio, si pensi soprattutto ai lettori. Sentiamo di poter
comunicare agli altri questi ricordi senza che nulla risulti falsato. Tornano in mente i resoconti di altri,
che furono di allettamento al nostro viaggio.  piacevole ora dimostrare a loro la nostra riconoscenza
attingendo a ci che abbiamo vissuto.
I diari altrui hanno generalmente significato molto per colui che li ha letti. Quale scrittore non
ha letto diari che poi non l'hanno pi abbandonato? Forse  questo il momento di dire qualcosa al
riguardo.
Si pu cominciare con i diari che abbiamo letto da bambini: i diari dei grandi viaggiatori e
scopritori. Dapprima l'avventura affascina in quanto tale, indipendentemente da costumi e civilt legati
a popolazioni strane. Per un bambino la cosa pi inquietante  il vuoto, che egli non conosce poich
non viene mai lasciato del tutto solo ed  sempre circondato da altre persone. Cos egli si getta in
spedizioni al Polo Nord e al Polo Sud o in lunghi viaggi per mare su piccoli scafi.  emozionante il
vuoto tutt'intorno, specialmente pericoloso durante la notte di cui il bambino stesso ha paura. L, nella
lontananza e nel vuoto, si imprime in lui indelebilmente il succedersi del giorno e della notte, poich il
viaggio che continua in vista di una meta, non si conclude mai prima che essa sia raggiunta o prima
della catastrofe; io credo che in questo modo il bambino sperimenti con terrore il calendario.
Vengono poi i viaggi nelle regioni dai misteriosi abitanti : l'Africa e la foresta vergine, e i primi
costumi strani che gli si incidono nella carne sono quelli dei cannibali. La sua curiosit viene spronata
da tali orrori: ora vuole sapere qualcosa anche di altri popoli stranieri. Ci si apre la strada passo passo
attraverso la foresta vergine, si registra con precisione il numero di miglia percorse ogni giorno. Qui
sono gi prefigurate tutte le forme che in seguito assumer la scoperta del nuovo. Avventura dopo
avventura, ma giorno per giorno; e inoltre la terribile attesa dei dispersi, i tentativi di salvarli, oppure la
loro fine straziante. Non credo che pi tardi, per l'adulto, potranno esserci diari altrettanto importanti.
Resta per il gusto di ci che  remoto, un interesse che non si placa mai. Cos, si percorrono
insaziabilmente epoche trascorse e civilt straniere. Mentre cresce la rigidit della nostra esistenza, esse
rappresentano il mezzo pi inesauribile di metamorfosi. Esperienze che bramiamo e che in patria sono
proibite diventano ad un tratto costumi consueti nei luoghi in cui ci caliamo grazie alla lettura. A casa,
la situa-zione nella quale ci troviamo  predeterminata: ci che facciamo  basato su orari fssi, che si
ripetono ogni giorno; le persone che conosciamo si conoscono fra loro; parlano di noi e ci sorvegliano;
anche i muri hanno occhi e orecchie. Poich tutto  legato e lo diventa sempre di pi, si forma
un'enorme riserva di inappagata voglia di metamorfosi, e solo le notizie di un paese veramente
straniero possono darle sfogo.
 una gran fortuna, che in verit viene sfruttata troppo poco, che esistano diari di viaggio
attraverso civilt straniere scritti non da Europei ma da uomini appartenenti a quelle civilt. Ne
ricorder solo due fra i pi estesi, che non mi stanco mai di rileggere: il libro del pellegrino cinese
Hsan Tsang che visit l'india nel VII secolo e quello dell'arabo Ibn Battta, di Tangeri, che per
venticinque anni percorse tutto il mondo islamico del XIV secolo, l'india e, probabilmente, anche la
Cina. Ma la fortuna di disporre di diari esotici non si esaurisce qui. Dal Giappone provengono diari
letterari che per sottigliezza e precisione possono gareggiare con Proust: il Libro del guanciale della
dama di corte Sei Shnagon, l'esempio pi perfetto di  quaderno di appunti  che io conosca, e il
diario dell'autrice della Storia di Genji, Murasaki Shikibu, le quali vissero ambedue alla medesima
corte intorno all'anno 1000 e si conobbero ma non simpatizzarono.
L'esatto contrapposto di questi resoconti della lontananza  offerto dai diari della vicinanza. Si
tratta in tal caso di persone che sono nostri parenti prossimi, nelle quali riconosciamo noi stessi. Nella
letteratura tedesca, l'esempio pi bello di questo genere  rappresentato dai diari di Hebbel. Sono diari
che amiamo poich in essi non c' pagina o quasi nella quale non scopriamo qualcosa che ci riguarda
personalmente. Si pu avere l'impressione d'aver gi scritto noi stessi da qualche parte questo o quello.
Forse lo si  perfino fatto davvero. Comunque si sarebbe potuto farlo. Il processo di questo incontro
intimo  gi stimolante perch, a fianco di ci che sentiamo come nostro' scopriamo dell'altro, che non
potremmo mai aver pensato o scritto cos.  lo spettacolo di due spiriti che si compenetrano: su certi
punti si toccano, su altri esistono fra loro spazi vuoti che non si potrebbero colmare in alcun modo.
L'identico e il diverso si trovano riuniti insieme cos dappresso che gi questo costringe a pensare;
nulla  pi fecondo di simili diari della vicinanza - come, appunto, potremmo chiamarli. Devono per
essere completi', cio ricchissimi di contenuto, e non essere stati scritti sotto il controllo di uno scopo
preciso da raggiungere.
I diari religiosi che descrivono la lotta per una fede esulano da questo quadro; essi infondono
energia solo in coloro che siano impegnati in un'analoga lotta. Per lo spirito veramente libero che
prende cos sul serio la propria libert da non potersi mai essere dedicato a una simile impresa, essi,
piuttosto, risulteranno deprimenti. Le tracce di libert che ancora vi si possono trovare, la resistenza
residua che passa per debolezza, commuoveranno questo lettore pi di ci che l'autore considerava la
propria forza : il graduale abbandonarsi alla fede. Escludo da questa limitazione gli esempi pi
prodigiosi, quelli che fanno esplodere la forma del diario: Pascal e Kierkegaard; essi sono pi grandi
dei loro propositi, e dunque contengono tutto.
Si sente dire spesso che i diari degli altri incoraggiano a essere veritieri nel proprio. Le
confessioni di uomini importanti, una volta poste sulla carta, hanno un effetto durevole sugli altri.  Un
uomo simile dice d'aver fatto questo e quello. Non c' bisogno dunque che io mi scoraggi se ho fatto
altrettanto . Il valore del modello si amplia cos in modo notevole. I suoi difetti ci incoraggiano a
combattere i difetti che sono nostri.
 certo che, senza grandi modelli, nulla pu nascere. Ma le opere di quei modelli hanno anche
qualcosa di paralizzante: quanto pi a fondo si capiscono, quanto pi - dunque - si  dotati, tanto pi ci
si persuade che esse non sono eguagliabili. L'esperienza tuttavia dimostra il contrario. La letteratura
moderna  sorta nonostante i modelli schiaccianti del mondo antico. Cervantes, dopo aver scritto il Don
Chisciotte, dunque dopo aver superato tutti i precedenti che l'antichit forniva nell'ambito del
romanzo, sarebbe stato orgoglioso di eguagliare Eliodoro. La maniera precisa in cui funzionano i
modelli non  ancora stata studiata a fondo, e non  questo il luogo per affrontare seriamente un tema
cos enorme.  tuttavia divertente, per esempio, considerare quale parte abbia svolto Walter Scott, uno
degli scrittori pi indigeribili di tutti i tempi, nei confronti di Balzac, con il quale pure non aveva nulla
in comune. La ricerca dell'originalit, caratteristica dell'arte moderna, si palesa nella ricerca di modelli
che sono tali solo in apparenza, e che i moderni vogliono distruggere per porsi vistosamente contro di
essi; in tal modo si nascondono ancora meglio i veri modelli, quelli dai quali veramente si dipende.
Questo processo pu essere inconsapevole; spesso  consapevole e viene negato.
Ma per coloro che non devono ottenere con la frode o    con la forza la loro originalit, per
quelli che non hanno esaurito in s l'impeto dei grandi spiriti che li hanno per cos dire scagliati nel
mondo, e che senza venir meno a se stessi a quelli possono sempre fare ritorno - per costoro  una
fortuna inestimabile ritrovare i diari dei loro predecessori, che rivelano le debolezze da cui essi stessi
sono travagliati. Il lavoro compiuto presenta una superiorit schiacciante. Chi  ancora profondamente
calato nel proprio, non sa dove mai andr a finire, non sa se riuscir a concluderlo, pu scoraggiarsi
mille volte. Gli dar forza constatare i    dubbi di quelli che sono riusciti nel loro intento.
A questo valore pratico, ai fini del proprio lavoro, dei diari altrui, si aggiunge anche un effetto
di natura pi generale : quello della ostinatezza che essi manifestano. In ogni diario degno di questo
nome ritornano pi e pi volte le stesse ossessioni, gli stessi tormenti, gli stessi problemi privati.
Durano per una vita intera e creano la sua peculiarit. Chi se ne  liberato, sembra che sia spento. La
lotta con essi  necessaria quanto la loro pervicacia. Non  affatto detto che siano sempre di per s
interessanti, e tuttavia costituiscono quanto vi  di pi saldo nell'uomo che li reca in s: non pu farne a
meno, cos come non pu liberarsi delle sue ossa.  estremamente importante scoprire negli altri questi
tormenti affatto inguaribili, per riuscire a considerare pi serenamente ci che in noi vi corrisponde
senza perderci d'animo. I personaggi di un'opera letteraria possono non avere un simile effetto, essi
esistono infatti grazie alla meravigliosa distanza che il creatore ha posto fra s e loro separandoli il pi
possibile dai suoi processi interiori.
A me sembra che in una vita esistano determinati contenuti che meglio che in qualsiasi altra
forma possono essere colti in quella del diario. Non so se per tutti debba essere cos. Ci si potrebbe
immaginare che un uomo lento, per il quale tutto si dispiega solo molto gradualmente, debba acquisire
la capacit opposta. La fulmineit dei quaderni d'appunti  forse per lui l'esercizio migliore: una volta
tanto potrebbe imparare a correre e ad afferrare quegli aspetti del mondo che appartengono al moto
accelerato; integrerebbe in tal modo la sua disposizione naturale per il lento dispiegarsi delle cose.
Agli uomini veloci che si gettano come animali da preda su ogni situazione e ogni persona,
afferrandole al cuore con tale violenza da distruggere la forma esterna del loro corpo, bisognerebbe
prescrivere il contrario: un lento diario, in cui l'argomento trattato acquisti di giorno in giorno un
nuovo aspetto. Grazie a questa penosa costrizione che impedirebbe loro di giungere troppo presto alla
meta, potrebbero accedere a una dimensione che altrimenti resta loro preclusa.
Stendhal appartiene ai veloci. Si muove, s, in un mondo straordinariamente ricco e resta aperto
a esso. Ma i temi dei suoi diari sono pochi e soggetti a conti-nue rielaborazioni.  come se di quando in
quando egli avesse scritto nuovi diari sui vecchi. Poich non pu essere veramente lento, ritorna
sempre sugli stessi argomenti. Questo processo ha condotto infine ai suoi grandi romanzi. Perfino i due
suoi romanzi che sono compiuti, e di cui non riusciamo a prevedere che l'effetto sugli uomini possa
mai aver fine, perfino quelli non sono per lui propriamente finiti. Egli  il perfetto opposto di quelli che
con sicurezza staccano da s un'opera dopo l'altra e possono accingersi a una nuova opera solo quando
la vecchia appare loro estranea.
Lo scrittore che ha dato espressione pi pura al nostro secolo e che perci io considero la sua
manifestazione pi essenziale, Kafka, in questo pu essere benissimo paragonato a Stendhal. Non
giunge mai alla fine con nulla, ci che lo inquieta  sempre la stessa cosa, dal principio alla fine. Torna
sempre a rovesciarla, la riscrive, la ripercorre con passi diversi. Non  mai esaurita, n sarebbe stata
esauribile se la sua vita fosse durata il doppio. Kafka tuttavia appartiene ai lenti, mentre Stendhal ai
veloci. Sono i veloci che inclinano a sentire felice la propria vita. Cos, l'opera di Stendhal  intinta nel
colore della felicit; quella di Kafka nel colore dell'impotenza. Ma l'opera di entrambi scaturisce da un
diario tenuto per tutta la vita, diario che prosegue mettendosi continuamente in questione.
Pu sembrare presuntuoso parlare ancora di s dopo due figure simili che hanno resistito intatte
alla prova del tempo. Ma ciascuno pu dare solo quello che ha. Per essere completo, voglio dunque
menzionare ancora i temi che sono le ossessioni dei miei diari e che in essi occupano lo spazio
maggiore. A fianco di molti altri argomenti che restano effimeri e dispersi, essi sono ci che nei miei
diari torna sempre a ricorrere in forme mutevoli, fino all'esaurimento.
Sono il progresso, il regresso, il dubbio, l'apprensione e l'ebbrezza per un'opera che si trascin
per il maggior tempo della mia vita e della quale riuscii infine a pubblicare, essendone convinto, la
parte determinante.  inoltre l'enigma della metamorfosi e della sua pi concentrata espressione nella
letteratura: il dramma; il dramma non mi ha pi abbandonato da quando, a dieci anni, lessi per la prima
volta Shakespeare e, a diciassette, incontrai Aristofane e i tragici greci; registro dunque tutto ci che mi
giunge di drammatico, tutti i drammi e i miti, l dove sono veramente tali, ma anche ci che oggi viene
chiamato con questo nome: i miseri pseudomiti. E sono gli incontri con persone di paesi che non
conosco affatto, oppure che conosco particolarmente bene. Sono le vicende e i destini di amici che da
lungo tempo ho perso di vista e ritrovo.  la lotta per la vita delle persone che mi sono pi vicine, una
lotta contro malattie, operazioni, pericoli che si trascinarono per decenni, contro l'estinguersi della loro
volont di vivere. Sono tutti i tratti di avarizia e di invidia che mi irritano: li detesto fin dall'infanzia;
ma anche i tratti di generosit, di bont e di orgoglio, che idolatro.  la gelosia, la mia forma privata di
manovrare il potere, un tema che Proust ha certo esaurito, ma che ci nonostante dobbiamo riaffrontare
con le nostre forze.  ancor sempre ogni sorta di delirio: sebbene io mi sia provato molto presto a
rappresentarlo, per me la sua fascinazione non  mai venuta meno.  il problema della fede, della fede
in generale e di tutte le sue manifestazioni, verso la quale inclino per la mia origine, e alla quale
tuttavia non potr mai votarmi finch non mi sar riuscito di sciogliere l'enigma della sua natura.
Infine, il tema che pi di tutti mi ossessiona  la morte, che io non posso ammettere pur non facendo
mai astrazione da essa: la morte, che devo andare a scovare fin nei suoi ultimi nascondigli per
distruggere la sua attrazione e il suo falso splendore.
 parecchio, come ben si vede, sebbene io mi sia limitato a citare ci che  pi pressante; e non
so come potrei vivere senza tornare continuamente a darmene il resoconto. Ci che consideriamo
valido e in effetti abbiamo dinanzi in opere che non vogliono essere troppo indegne degli uomini che le
leggeranno  solo una minima parte di quello che ci succede quotidianamente. E poich questo  un
processo che continua giorno dopo giorno e che non cesser, io non sar mai tra quelli che si
vergognano dell'insufficienza di un diario.
1965
1. E. Canetti, Aufzeichnungen 1942-1948, Mnchen, 1965 (trad. it. in La provincia dell'uomo,
Adelphi, Milano, 1984 4) (N.d.T.).
REALISMO E NUOVA REALT
Traduzione di Renata Colorni
Il realismo in senso stretto  stato un metodo per conferire realt al romanzo. La realt piena,
poich era importante che da essa non fosse escluso nulla in omaggio a convenzioni estetiche o di
moralit borghese. La realt piena era quella che vedevano alcuni spiriti aperti e non prevenuti nel XIX
secolo. Gi allora non vedevano tutto, cosa che fu ad essi puntualmente rinfacciata da quelli tra i loro
contemporanei che si erano invaghiti di altre attivit in apparenza pi stravaganti. Ma pur ammettendo
che oggi potessimo dichiarare con convinzione che i pochi scrittori realisti veramente importanti hanno
raggiunto il loro scopo, che ad essi  riuscito di attingere la realt piena per i loro romanzi, che la loro
epoca si  calata senza residui nelle loro opere - ebbene, che significato potrebbe avere tutto questo per
noi? Quelli tra noi che perseguono il loro stesso obiettivo, ma in quanto uomini del nostro tempo, e si
considerano dunque i moderni realisti, potrebbero servirsi veramente dei mezzi che essi hanno usato?
Gi sentiamo dove andr a parare la nostra risposta, ma prima di darla preferiamo riflettere su
che cosa ne  stato della realt di allora. Le modificazioni che essa ha subito sono cos enormi che uno
sgomento senza eguali ci coglie al solo pensarci. Un tentativo di dominare questo sgomento porter, io
credo, a distinguere tre aspetti essenziali di questo mutamento. Rispetto ad allora esiste una realt che si
accresce ed esiste una realt pi precisa; e, come terzo elemento, esiste una realt del futuro.
 facile esaminare che cosa si intenda con il primo di questi aspetti, la realt che si accresce.
C' molto di pi, non solo c' un numero molto maggiore di uomini e di cose, anche sotto il profilo
della qualit c' infinitamente di pi. Il vecchio, il nuovo e il diverso confluiscono da ogni parte. Il
vecchio: aumenta di continuo il numero delle civilt del passato che vengono dissepolte, la storia e la
preistoria vengono fatte risalire a tempi sempre pi lontani. Un'arte remotissima di enigmatica
perfezione ci ha tolto per sempre l'arroganza per la nostra arte. La terra si ripopola dei suoi morti pi
antichi. Grazie ai loro scheletri, attrezzi e graffiti essi sono risuscitati per noi e vivono nella nostra
immaginazione come i Cartaginesi e gli Egizi in quella degli uomini del secolo scorso. Il nuovo:
ebbene, molti di noi sono nati prima che esistessero gli aeroplani, e ora, come se niente fosse, sono in
volo per Vienna. Qualcuno dei pi giovani tra noi un giorno o l'altro andr sparato sulla luna come
turista, e magari si vergogner, al suo ritorno, di pubblicare qualcosa su un evento cos banale - proprio
come io mi vergogno adesso di enumerare altre  innovazioni  della nostra epoca. Durante la mia
infanzia erano eventi rarissimi, e ognuno veniva accolto come un miracolo (ricordo la mia prima luce
elettrica e il mio primo colloquio telefonico), mentre oggi le innovazioni ci ronzano intorno a decine di
migliaia come zanzare.
Oltre il vecchio e il nuovo ho menzionato il diverso che confluisce da ogni dove: le citt, i paesi
e i continenti stranieri che tutti possono raggiungere facilmente, la seconda lingua che in effetti
ciascuno impara oltre alla propria, senza contare le molte persone che ne imparano una terza o una
quarta. Le ricerche accurate su civilt straniere, le mostre delle loro opere d'arte, le traduzioni delle
loro opere letterarie. Le indagini su popolazioni selvagge tuttora viventi : le condizioni materiali della
loro esistenza, l'ordinamento della loro societ, le forme in cui si esprimono le loro credenze, i loro riti
e i loro miti. Il diverso in tutto e per tutto  qui smisurato, i reperti etnologici sono di una ricchezza
emozionante, e in nessun caso  possibile - come in passato tutti credevano e come ancora oggi molti
vorrebbero credere - fare di ogni erba un fascio. A me personalmente ci che importa di pi  questo
tipo di accrescimento della realt, non solo perch per appropriarsene occorre pi fatica di quella
richiesta da una banale innovazione a tutti evidente, ma forse anche perch esso opera una riduzione
quanto mai salutare della nostra arroganza che tende a gonfiarsi indiscriminatamente di fronte a
qualsiasi novit. Ci accorgiamo infatti, tra le altre cose, che tutte queste novit erano gi state inventate
nei miti, ci che oggi realizziamo prontamente corrisponde invero a immaginazioni e desideri
antichissimi. Ma per ci che attiene alla nostra capacit di inventare nuovi desideri e nuovi miti, le cose
si presentano in maniera pietosa. Battiamo e ribattiamo sui vecchi miti come se recitassimo a voce alta
una serie di orazioni, e spesso non conosciamo neppure il significato di quelle meccaniche preghiere.
Da questa esperienza dovremmo essere indotti a riflettere soprattutto noi scrittori, poich il compito che
ci viene affidato  prevalentemente quello di inventare il nuovo. C' infine un'altra cosa che non voglio
sottacere, ed  che il diverso, di cui soltanto adesso veniamo informati seriamente, non riguarda
esclusivamente gli uomini. La vita che gli animali hanno sempre condotto assume per noi un nuovo
significato. Le conoscenze sempre pi vaste dei loro riti e dei loro giochi, per esempio, dimostra che
sono insite in essi regole di condotta paragonabili alle nostre, mentre trecento anni fa avevamo
ufficialmente dichiarato che gli animali erano pure macchine.
L'espandersi di questa nostra epoca, la sua realt che si accresce con un'accelerazione di cui
non  possibile prevedere lo scopo,  anche la causa della sua caoticit.
Il secondo aspetto, quello della realt pi precisa,  strettamente legato al primo. Ci che sta
alla radice di questa maggiore esattezza  assolutamente evidente, si tratta della scienza, o meglio della
scienza naturale. Gi gli autori dei romanzi realisti del diciannovesimo secolo facevano riferimento alla
scienza per le loro imprese pi importanti. Balzac voleva indagare e classificare la societ umana come
lo zoologo indaga e classifica il regno animale. La sua ambizione era di diventare il Buffon della
societ. Zola, nel suo manifesto sul romanzo sperimentale, appoggia fortemente le proprie tesi a quelle
del fisiologo Claude Bernard e va avanti per pagine a citare dalla sua Introduction  l'tude de la
mdecine exprimentale. La scienza sistematica, com'era ad esempio la zoologia che tanto affascinava
Balzac, a Zola non basta pi; egli  persuaso che il romanziere debba assumere come modello la
scienza sperimentale e crede sul serio di applicare nelle sue opere i metodi del fisiologo Bernard.
L'ingenuit di questa ideologia  sotto gli occhi di tutti, oggi non varrebbe la pena di spenderci
nemmeno una parola (tra l'altro sarebbe pericoloso dire che perch uno l'accetta la sua opera vale o
non vale). Tuttavia bisogna tener conto che il richiamo ai metodi o alle teorie scientifiche ha continuato
a farsi sentire, e anzi da quell'epoca non  in realt mai venuto meno.  gi una fortuna che le
discipline e gli orientamenti scientifici siano tanto numerosi e fra loro cos differenti. L'influsso di
William James su Joyce non gli ha recato pi danno di quello di Bergson e di Proust, e certamente
Musil si  servito anche della psicologia della forma per difendersi dalla psicoanalisi che avrebbe
ucciso la sua opera. Il desiderio di precisione si rispecchia altres nella tendenza alla completezza che 
un tratto saliente di Joyce: un solo giorno, ma tutto di quel giorno, compreso ogni impulso di quelli che
lo hanno vissuto; non c' un solo momento che vada perduto o sia trascurato, il libro diventa identico al
giorno che descrive.
Ma ci che qui voglio sottolineare  l'influsso della precisione scientifica e dei metodi
scientifici sulla realt in genere. A creare una realt pi precisa contribuisce anche l'evoluzione tecnica
in quanto tale e i numerosi laboratori in cui operano sempre pi persone. Il settore delle attivit e delle
conoscenze  generiche  sta perdendo rapidamente importanza. Le unit di misura con cui questo
settore viene misurato e valutato diventano ogni giorno pi piccole. Una parte sempre pi rilevante
delle attivit che venivano svolte dalla mente umana ci viene sottratta da apparati pi affidabili di noi.
Il controllo che viene esercitato su tutto e su tutti  basato sull'esattezza. Quasi tutti i giovani sono
interessati alle macchine. Dalla precisione delle apparecchiature che servono alla distruzione dipende
se esse abbatteranno il loro obiettivo o invece distruggeranno anzitempo il luogo in cui sono installate.
Perfino il peculiare e un po' antiquato ambiente della burocrazia si sta modificando in questa direzione.
Si pu supporre che dovunque e ben presto, con l'aiuto delle macchine, anche i funzionari della
burocrazia impareranno a capire e a reagire con precisione e immediatezza. L'incremento della
specializzazione va di pari passo con quello della precisione. La realt viene suddivisa, spezzettata, in
modo che la si possa esaminare da diversi punti di vista fin nelle sue unit pi minuscole.
Ho nominato come terzo aspetto la realt del futuro. Il futuro  diverso da com' sempre stato,
si avvicina pi rapidamente e viene consapevolmente provocato. I suoi pericoli sono solo opera nostra;
ma lo stesso si pu dire delle sue speranze. La realt del futuro si  scissa: l'annientamento da una
parte, la vita comoda dall'altra. Questi due aspetti operano contemporaneamente, nel mondo e dentro di
noi. La scissione di questo futuro sdoppiato  assoluta, e nessuno al mondo potrebbe prescinderne.
Ogni singolo individuo vede che si avvicinano a lui contemporaneamente e con angosciosa rapidit una
forma scura e una chiara. Una delle due si pu tenerla lontana in maniera da vedere soltanto l'altra, ma
entrambe sono presenti lo stesso, incessantemente.
Esistono vari buoni motivi per tenere lontana dagli occhi una di queste due forme, e cio la
scura. In ogni luogo della terra esistono utopie in procinto di realizzarsi nelle forme pi svariate. Sono
passati i tempi in cui le utopie venivano derise e disprezzate. Non esiste utopia che non possa
realizzarsi. Abbiamo i mezzi e le capacit di fare tutto, assolutamente tutto. L'audacia della volont
utopica  cresciuta a tal punto che non riteniamo pi valida la parola  utopia  nella sua vecchia
accezione lievemente denigratoria, e perci preferiamo evitarla. Le utopie vengono suddivise in diversi
segmenti, e prese in considerazione come piani la cui realizzazione richieder un certo numero di anni.
Quale che sia il suo credo politico, non c' Stato, ormai, che operi senza un piano se tiene a se stesso
almeno un poco e si prende sul serio.
La forza propulsiva di queste utopie  certamente enorme, ma non si pu evitare che esse
talvolta siano richiamate alla realt del presente. Ci non significa che dopo una sospensione di un
certo periodo esse non possano riprendere fiducia in se stesse. La verifica di un'utopia nel corso della
sua realizzazione, dato l'enorme numero delle realt che man mano sopraggiungono, dev'essere
effettuata da ogni singolo individuo che  stato coinvolto nell'impresa in questione. Il suo ottimismo
pu sentirsi paralizzato dall'immensit delle pretese utopiche. Per colui che aveva preso sul serio
l'intera faccenda, il tormento che deriva da questo senso di fiacchezza pu diventare molto grande e
opprimente. E per costui pu diventare necessario ricusare quelle pretese eccessive con l'arma
dell'ironia e del sarcasmo.
Non si deve dimenticare, tuttavia, che esistono utopie tra loro assai difformi che agiscono
contemporaneamente. Utopie sociali, utopie tecnico-scientifiche e utopie nazionali possono rafforzarsi
nel reciproco contatto o anche fare a pugni una con l'altra. Per difendere il processo della propria
realizzazione, sfoderano armi intimidatorie di cui tutti ben sappiamo quale sia la natura. L'uso pratico
di queste armi si rivolgerebbe con pari violenza contro quelli a cui sono destinate e contro chi le ha
usate per primo. Non c' chi non avverta che questo aspetto oscuro del futuro che incombe potrebbe
diventare realt. L'esistenza di queste armi ha fatto in modo che per la prima volta nella storia
dell'umanit si sia creato un generale consenso sulla necessit della pace. Ma fintanto che questo
consenso non si traduce in un piano che sia in grado di far fronte a ogni pericolo e venga perseguito a
vantaggio di tutti, l'aspetto oscuro dei tempi a venire rimane una componente decisiva della realt, la
sua minaccia costante e tremendamente incombente.
Ci che distingue la realt del nostro secolo da quella dei tempi passati  soprattutto questo
doppio aspetto del futuro, attivamente desiderato e attivamente temuto. L'accrescimento della realt e il
suo farsi pi precisa avevano gi cominciato a delinearsi in passato, e la differenza sta solo nel fatto che
attualmente si tratta di processi pi rapidi e imponenti. L'aspetto che riguarda il futuro  invece
completamente nuovo, e senza esagerazione si pu dire che noi viviamo oggi in un mondo che non ha
pi in comune con quello dei nostri nonni l'elemento essenziale: non ha un avvenire indiviso.
 lecito aspettarsi che uno o pi aspetti della nostra realt, cos come qui li ho brevemente
illustrati, si profilino altres nel romanzo dei nostri giorni, che senn difficilmente potremmo chiamare
realistico. Il nostro discorso si chiude dunque con la riserva di stabilire fino a che punto ci sia
accaduto o come potrebbe ancora accadere.
1965
L'ALTRO PROCESSO. LE LETTERE DI KAFKA A FELICE
Traduzione di Renata Colorni
I
Eccole infine pubblicate, queste lettere di una tortura durata cinque anni, in un volume di
settecento-cinquanta pagine, il nome della fidanzata indicato per molti anni discretamente con F.,
proprio come K. del resto, in modo che per molto tempo non si seppe neppure quale fosse questo nome,
e bench su di esso si sia rimuginato a lungo, tra i molti nomi che furono presi in considerazione quello
giusto non venne in mente a nessuno, e in effetti trovarlo sarebbe stato impossibile: ora questo nome 
stampato sul libro a caratteri cubitali. La signora a cui le lettere furono indirizzate  morta d otto anni.
Lei stessa le aveva vendute all'editore di Kafka cinque anni prima di morire, e comunque si valuti
questa sua iniziativa, l' amatissima donna d'affari  di Kafka ha dimostrato fino alla fine quel senso
pratico che per lui era tanto importante e addirittura gli faceva tenerezza.
 vero che Kafka era gi morto da quarantatr anni quando queste lettere sono apparse, eppure
la prima reazione - dovuta al rispetto per lui e per la sua infelicit -  stata di imbarazzo e vergogna.
Conosco varie persone che procedendo nella lettura sentivano aumentare la loro vergogna e non
riuscivano a liberarsi dalla sensazione che quello era un campo nel quale non era giusto addentrarsi.
Le stimo molto per questo, ma non condivido la loro posizione. Ho letto queste lettere con una
commozione che da anni non provavo pi di fronte a un'opera letteraria. Le lettere appartengono ormai
alla serie preziosissima di memorie, autobiografie ed epistolari di cui anche Kafka si  nutrito. Lui, che
non aveva qualit pi alta del rispetto, non si  mai vergognato di leggere e rileggere le lettere di Kleist,
di Flaubert e di Hebbel. In uno dei momenti pi penosi della sua vita, trasse conforto dal fatto che
Grillparzer non sent pi nulla quando prese sulle ginocchia Kathi Frhlich. Di fronte all'orrore della
vita - di cui per loro fortuna i pi sono coscienti solo qualche volta, mentre altri, pochi, eretti a
testimoni da potenze interiori, lo sono sempre - c' un'unica consolazione: includerlo negli orrori gi
vissuti in precedenza da altri testimoni. Dobbiamo dunque essere grati a Felice Bauer per aver
trattenuto presso di s e salvato le lettere di Kafka, anche se poi  stata capace di venderle.
Parlare qui di documento sarebbe troppo poco, a meno che non si usi questo stesso termine per
le testimonianze dell'esistenza di Pascal, di Kierkegaard e di Dostoevskij. Quanto a me, posso dire
soltanto che queste lettere mi sono entrate dentro come una vita intera, e che ora le sento familiari ed
enigmatiche come se mi appartenessero da moltissimo tempo, da quando ho tentato di accogliere in me
gli individui nella loro interezza in modo da capirli continuamente ex novo.
Kafka conobbe Felice Bauer la sera del 13 agosto 1912 in casa Brod. Esistono varie
dichiarazioni da lui fatte in quel periodo che riguardano questo incontro. Lo si trova menzionato per la
prima volta in una lettera a Max Brod del 14 agosto, dove si parla del manoscritto della Meditazione
che Kafka la sera prima aveva portato a Brod per dargli con il suo aiuto un ordine definitivo.
 Ieri, nell'ordinare le mie piccole prose, ero sotto l'influsso della signorina, e pu darsi
benissimo che ne sia derivata qualche sciocchezza, magari una buffa sequenza, ma solo in segreto .
Prega poi Brod di controllare che tutto sia a posto e per questo lo ringrazia. Il giorno dopo, il 15 agosto,
si trova la seguente frase nel suo diario: Pensato molto a... com' imbarazzante scrivere i nomi... a
F.B. .
Poi, il 20 agosto,  passata una settimana dal loro incontro, egli cerca di narrare con obiettivit
la sua prima impressione. Descrive l'aspetto di Felice e sente che si estrania un poco da lei poich, nel
descriverla,  si avvicina troppo al suo corpo . Gli era sembrato naturale che pur essendo una straniera
si trovasse in quella cerchia e subito con lei si era trovato a suo agio.  Mentre mi mettevo a sedere, la
guardai per la prima volta con pi attenzione, e quando fui seduto il mio giudizio su di lei era ormai
incrollabile . Il commento si interrompe nel bel mezzo della frase seguente. Le cose pi importanti
erano ancora di l da venire, e solo in seguito potranno essere valutate in tutta la loro portata.
Le scrive per la prima volta il 20 settembre e si ripresenta alla memoria di lei - sono passate ben
cinque settimane dal loro incontro - come colui che in casa Brod le ha passato oltre il tavolo una
fotografa dopo l'altra e che  alla fine, con questa mano che ora batte i tasti, ha tenuto stretta la Sua
mano, con cui Lei ha suggellato la promessa di accompagnarlo l'anno prossimo in un viaggio in
Palestina .
La rapidit di questa promessa e la sicurezza con cui lei gliel'ha fatta  ci che a tutta prima lo
ha impressionato di pi. Egli sente questa stretta di mano come una promessa, dietro la quale si cela da
presso la parola  fidanzamento , e non pu non essere affascinato dalla rapidit, proprio lui che 
sempre cos lento a decidersi, tanto che ogni volta, a causa di mille dubbi, gli obiettivi che persegue
anzich avvicinarsi sembrano allontanarsi. Comunque, l'oggetto della promessa  la Palestina e
difficilmente in questo periodo della sua vita potrebbe esistere per lui una parola pi densa di
significato:  la parola della Terra promessa.
La situazione diventa ancora pi pregnante se si tien conto delle immagini che egli le porge al
di l del tavolo. Sono le fotografie di un  viaggio di Talia. Nei primi giorni di luglio, cinque o sei
settimane addietro, egli si era recato a Weimar in compagnia di Brod, e l, nella casa di Goethe, gli
erano successe delle cose assai curiose. Era rimasto colpito dalla figlia del custode, una bella ragazza.
Era riuscito ad avvicinarla, aveva conosciuto la sua famiglia, l'aveva fotografata nel giardino e davanti
alla casa, aveva avuto il permesso di ritornarci e cos era potuto entrare e uscire dalla casa di Goethe
quando voleva, non solo negli orari di visita. Per caso aveva incontrato pi volte la ragazza nelle vie
della cittadina, con disappunto l'aveva vista in compagnia di alcuni giovanotti, aveva ottenuto un
appuntamento al quale lei per non si era presentata, e ben presto si era reso conto che l'interesse della
ragazza era piuttosto rivolto agli studenti universitari. Il tutto si era svolto in pochi giorni, la
concitazione del viaggio, che sempre accelera il corso degli eventi, aveva facilitato l'incontro. Subito
dopo Kafka si rec da solo, ossia senza Brod, nell'istituto naturista Jungborn nello Harz, dove si
trattenne per qualche settimana. Esistono alcune splendide e ricche annotazioni da lui scritte in quel
periodo, del tutto esenti da interessi per  Talia  e da ogni forma di devozione per le dimore dei grandi
poeti. Ricevette comunque delle risposte amichevoli alle cartoline postali che aveva indirizzato alla
bella ragazza di Weimar. Una di queste risposte  trascritta per intero in una lettera a Brod,
accompagnata dal seguente commento, che dato il suo carattere, suona pieno di speranza :  Giacch,
ammesso di non esserle sgradito, le sono certo indiffe-rente come una vecchia pentola. Ma perch,
allora, scrive proprio come piace a me? Che sia vero che con gli scritti si possono tener legate le
ragazze? .
Dunque questo incontro nella casa di Goethe gli ha dato coraggio. Sono le fotografie del
viaggio a Weimar quelle che egli passa a Felice la sera del loro primo incontro. Il ricordo di quel
tentativo di stabilire un contatto, di quel suo darsi da fare che comunque ha fruttato le immagini che ora
pu esibire, si trasferisce sulla ragazza seduta di fronte a lui, si trasferisce su Felice.
Bisogna aggiungere inoltre che Kafka, durante quel viaggio iniziato a Lipsia, aveva conosciuto
Rowohlt, l'editore che aveva preso la decisione di pubblicare il suo primo libro. La raccolta di alcune
brevi prose tratte dai suoi diari per il volumetto Meditazione lo impegn moltissimo. Esitava, non era
soddisfatto della qualit di quei brani, ma Brod non faceva che insistere, e finalmente, la sera del 13
agosto, Kafka port con s le prose che aveva scelto con l'intento, come abbiamo gi detto, di
discuterne con Brod l'ordinamento definitivo.
Dunque, quella sera, egli aveva con s ogni sorta di cose che potevano infondergli coraggio: il
manoscritto del suo primo libro; le fotografie del  viaggio di Talia, tra cui anche quelle della ragazza
che gli aveva risposto con gentilezza; e in tasca teneva un numero della rivista Palestina.
L'incontro ebbe luogo nella casa di una famiglia presso la quale Kafka si trovava a suo agio.
Lui stesso racconta dei tentativi di prolungare le sue serate nella casa dei Brod, tanto che essi, quando
volevano andare a dormire, dovevano metterlo gentilmente alla porta. Era la famiglia da cui si sentiva
pi attratto, allontanandosi dalla propria. Qui la letteratura non era messa al bando. Tutti erano fieri di
Max, il giovane scrittore di casa che gi si era fatto un nome, e gli amici di lui erano presi sul serio.
Fu un'epoca, per Kafka, di annotazioni ricche e minuziose. Lo testimonia il diario di Jungborn,
che  il pi bello tra i suoi diari di viaggio e quello che pi di ogni altro  legato alla sua vera opera, in
questo caso America.
La sorprendente sesta lettera a Felice, quella del 27 ottobre nella quale egli descrive con estrema
minuzia il loro primo incontro, dimostra la grande memoria di Kafka per i particolari. Dal 13 agosto
erano passati settantacinque giorni. Non tutti i dettagli che Kafka rammenta di quella serata hanno il
medesimo peso. Si direbbe quasi che scriva parecchie cose con una certa spavalderia, per mostrare a
Felice che di lei ha notato tutto, che nulla gli  sfuggito. Kafka si dimostra cos uno scrittore di tipo
flaubertiano, che nulla ritiene triviale, purch sia esatto. Le mette dinanzi ogni cosa con una lieve punta
di orgoglio, il suo  un duplice omaggio, a lei che merita di essere immediatamente colta in tutti i suoi
aspetti, e un po' anche a se stesso per quel suo sguardo infallibile.
Altre cose le nota invece poich hanno un significato per lui, corrispondono a inclinazioni
rilevanti della sua indole, compensano qualche sua carenza, suscitano il suo stupore e grazie
all'ammirazione lo avvicinano a lei fisicamente. Parleremo qui solamente di questi ultimi aspetti,
essendo quelli che per sette mesi determineranno in lui l'immagine di Felice; tanto tempo passer,
infatti, prima che Kafka la possa rivedere, ed  in questo periodo che essi si scambieranno pi o meno
la met delle lettere che formano il loro voluminoso epistolario.
Lei contempl con grande seriet le immagini che le venivano mostrate, appunto le fotografie di
Talia, alzando lo sguardo solo quando le veniva data una spiegazione o Kafka le porgeva una nuova
fotografia; addirittura smise di mangiare a causa di quelle immagini, e quando Max disse qualcosa a
proposito del cibo, lei rispose che niente la disgustava di pi delle persone che mangiano in
continuazione. (Parleremo in seguito della sobriet di Kafka nelle questioni attinenti al cibo). Raccont
che quand'era ragazzina i fratelli e i cugini la picchiavano molto spesso e che lei era assolutamente
incapace di difendersi. Passandosi la mano lungo il braccio sinistro, disse che a quell'epoca doveva
essere pieno di lividi. Il suo aspetto per non era afflitto, e lui non riusciva a capire come qualcuno
avesse osato metterle le mani addosso, anche se all'epoca era solo una ragazzina. Kafka ripensa in quel
momento a quanto lui stesso era stato fiacco da bambino; ma lei, al contrario di lui, non era rimasta
afflitta. Osserva anche il braccio di lei e ne ammira la robustezza di oggi, dalla quale non traspare nulla
della fiacchezza infantile di un tempo.
Lei disse per inciso, mentre stava leggendo o guardando qualcosa, che aveva imparato l'ebraico.
Lui la ammir per questo, ma il fatto che la cosa fosse stata menzionata cos esageratamente di sfuggita
non gli and a genio, tanto che poi, quando lei dimostr di non saper tradurre la parola Tel Aviv, lui
in segreto ne fu contento. Ma intanto era venuto fuori che lei era sionista, e questo gli andava
benissimo.
Lei disse che ricopiare manoscritti le faceva un gran piacere e preg Max di mandargliene.
Kafka se ne stup a tal punto che diede un pugno sul tavolo.
Lei era a Praga di passaggio, diretta a Budapest per assistere a un matrimonio, la signora Brod
nomin un bell'abito di batista che aveva visto nella sua stanza d'albergo. Poi la compagnia si trasfer
dalla stanza da pranzo nella sala da musica.  Quando Lei si alz in piedi, si vide che calzava delle
pantofole della signora Brod, perch i suoi stivali erano stati messi ad asciugare. Il tempo era stato
orribile per tutta la giornata. Quelle pantofole la mettevano certamente un po' a disagio, e Lei, quando
giungemmo alla fine della buia stanza intermedia, mi disse che era avvezza a pantofole coi tacchi. Le
pantofole coi tacchi erano per me una novit. Le pantofole dell'anziana signora davano a Felice un
senso di imbarazzo e la spiegazione che lei gli diede su com'erano fatte le proprie, dopo aver
attraversato la buia stanza intermedia, lo avvicin fisicamente a lei ancora di pi della contemplazione
del braccio ormai privo di lividi.
Pi tardi, quando tutti si accomiatarono, si aggiunse un altro elemento:  Mi  sembrata
inconcepibile la rapidit con cui Lei, alla fine, sgusci via dalla stanza per ritornarvi subito con addosso
i Suoi stivali . Ci che qui lo impressiona  la rapidit della metamorfosi di Felice. Le sue
metamorfosi sono di tipo opposto. Si tratta quasi sempre di processi particolarmente lenti che egli 
costretto a verificare passo per passo prima di prestarvi fede. Egli si costruisce le sue metamorfosi con
puntiglio e per intero, come altrettanti edifici. Lei invece si  presentata tutt'a un tratto davanti a lui
come la donna con gli stivali, pur essendo sgusciata via da quella stanza un attimo prima calzando le
pantofole.
Poco prima lui aveva accennato, sia pur brevemente, che per caso aveva con s un numero della
rivista Palestina. Si parl del viaggio in Palestina e lei in quel mentre gli tese la mano,  o meglio fui
io che la attrassi in virt di un'ispirazione. Lui stesso e il padre di Brod si offrirono poi di
accompagnarla fino all'albergo. Durante il tragitto egli cadde in uno dei suoi  stati crepuscolari  e si
comport in modo maldestro. Apprese inoltre che Felice aveva dimenticato l'ombrello in treno,
dettaglio che arricch ulteriormente il quadro che si era fatto di lei. Felice avrebbe dovuto mettersi in
viaggio il mattino seguente di buon'ora.  Il fatto che Lei non avesse ancora preparato le valigie, ma
volesse lo stesso leggere ancora un po' a letto mi rese inquieto. Gi la notte prima era rimasta a leggere
fino alle quattro del mattino. Nonostante fosse preoccupato per quel viaggio cos di buon mattino, fu
questo un tratto che gliela rese certamente ancora pi familiare, lui stesso infatti scriveva di notte.
Nell'insieme, l'immagine che si ottiene di Felice  quello di una persona decisa, che stabilisce
subito un rapporto schietto con le persone pi diverse e si esprime senza intoppi su qualsiasi
argomento.
La corrispondenza tra i due, destinata a infittirsi subito da parte di lui, ma poco dopo anche di
lei, fino allo scambio di una lettera al giorno (va detto per che si sono conservate soltanto le lettere di
lui),  stata caratterizzata da tratti veramente sconcertanti. Ci che pi sbalordisce un lettore imparziale
sono le lagnanze sugli stati fisici. Cominciano gi nella seconda lettera, bench lievemente dissimulate.
 Sapesse, Signorina, di che strani umori mi sento prigioniero! Una pioggia di nervosismi mi cade
addosso ininterrottamente. Ci che voglio adesso, tra un attimo non lo voglio pi. Quando sono in cima
alla scala, ancora non so in quali condizioni mi trover al momento di entrare in casa. Devo ammassare
incertezze dentro di me prima che si trasformino in una piccola certezza, oppure in una lettera... la mia
memoria  veramente pessima... La mia indifferenza... Una volta... mi sono perfino alzato dal letto
perch volevo mettere per iscritto quello che avevo pensato per lei. Ma poi sono subito risalito per
tornare a letto, perch mi rimproveravo - ecco un altro dei miei mali - la stupidit della mia
irrequietezza... .
Come si vede, la prima cosa che egli descrive  la sua irresolutezza, ed  con questa descrizione
che incomincia il suo corteggiamento. Ma fin dall'inizio ogni cosa viene messa in relazione coi suoi
stati fisici.
La quinta lettera comincia con l'insonnia e termina con le seccature dell'ufficio, da dove Kafka
le sta scrivendo. D'ora in avanti non ci sar praticamente una sola sua lettera che non contenga qualche
lagnanza. All'inizio le lamentele sono controbilanciate dall'interesse per Felice. Egli le fa mille
domande, vuol sapere tutto di lei, desidera farsi un'idea molto precisa di come lei si trova, sia in ufficio
che a casa. Ma detto cos suona troppo generico, le sue domande sono pi concrete. Le chiede di
scrivergli: quando arriva in ufficio, che cosa ha mangiato per colazione, fin dove giunge la vista dalle
finestre del suo ufficio, che tipo di lavoro  il suo, come si chiamano i suoi amici e le sue amiche, chi
vuole attentare alla sua salute regalandole dei dolciumi..., e questa  solo la primissima serie di
interrogativi, ne seguiranno infatti moltissimi altri. Si augura che lei sia serena e in buona salute. Vuole
sapere come sono le stanze in cui si muove e come impiega le ore della sua giornata. Non le lascia
passare la minima contraddizione ed esige che tutto sia chiarito all'istante. La precisione che esige da
lei  pari a quella con cui egli stesso le descrive le proprie condizioni.
Su queste avremo da dire parecchie altre cose; senza uno sforzo per intenderle, tutto rimarrebbe
incomprensibile. Ma qui vogliamo mettere in chiaro solamente quella che  risultata l'intenzione pi
profonda del primo periodo di questa corrispondenza: si tratta di stabilire un contatto e un ponte tra la
salute e l'efficienza di lei e la fiacchezza e irresolutezza di lui. Annullando la distanza che separa Praga
da Berlino, Kafka vuole aggrapparsi alla solidit di Felice. Le parole di debolezza che egli pu
indirizzarle gli ritornano indietro con una forza centuplicata. Le scrive due o tre volte ogni giorno. A
dispetto di quello che dichiara sulla propria debolezza, conduce una lotta tenace, anzi inesorabile,
affinch lei gli risponda. Felice, da questo unico punto di vista,  pi volubile di Kafka, non essendo
soggetta alla sua stessa coazione. Ma lui questa coazione riuscir a imporgliela; non passer molto
tempo e anche Felice gli scriver ogni giorno, una o addirittura due volte al giorno.
Giacch la lotta che Kafka conduce per conquistarsi la forza che gli deriva dalle lettere
quotidiane di Felice ha un preciso significato, la loro non  una futile corrispondenza fine a se stessa, e
non  neanche una semplice gratificazione:  qualcosa che serve alla sua scrittura. Due notti dopo aver
spedito a Felice la sua prima lettera, Kafka scrive di getto, in una sola notte, ossia in dieci ore, La
condanna. Si  tentati di affermare che con questo racconto nasce la sua certezza di essere uno
scrittore. Lo legge agli amici, non manifesta alcun dubbio sul suo valore, non ora e nemmeno in
seguito, al contrario di ci che accadr per molte altre opere. Nella settimana seguente nasce II
fuochista, e nel corso dei successivi due mesi cinque capitoli di America, in tutto sei capitoli, dunque.
Interrompe la stesura del romanzo per due settimane, durante le quali scrive La metamorfosi.
Si tratta dunque, e non solo per noi che lo guardiamo a posteriori, di un periodo straordinario;
sono pochi i periodi nella vita di Kafka che possono essere paragonati a questo. Se  lecito giudicarlo
dai risultati - ma in base a quale altro criterio si deve giudicare la vita di uno scrittore? - il
comportamento tenuto da Kafka nei primi tre mesi della corrispondenza con Felice  stato esattamente
quello che ci voleva per lui. Egli ha intuito ci di cui aveva bisogno: una sicurezza lontana, una fonte di
energia che non turbasse la sua sensibilit con un contatto troppo immediato, una donna che fosse l per
lui senza chiedergli altro che parole, una specie di trasformatore di energia di cui lui conoscesse e
padroneggiasse cos bene ogni eventuale difetto tecnico da essere in grado di ripararlo all'istante
scrivendo una lettera. La donna da lui usata a questo scopo non poteva essere esposta all'influsso della
sua famiglia, per la cui vicinanza egli soffriva moltissimo, per questo lui doveva provvedere a tenerla
lontana dai suoi. Tutte le cose che aveva da dire su se stesso, lei doveva prenderle sul serio. Lui, cos
chiuso a parole, doveva potersi espandere davanti a lei per iscritto; doveva potersi lamentare di tutto
senza alcun ritegno; mai doveva sentirsi costretto a tacere qualcosa che avrebbe potuto disturbare
l'attivit letteraria; doveva poter riferire nei particolari il significato, i progressi e le esitazioni di tale
attivit. In questo periodo il suo diario si interrompe, le lettere a Felice sono un diario allargato che ha
il vantaggio di essere stato davvero redatto ogni giorno; nelle lettere, inoltre, egli pu ripetersi pi
spesso, assecondando cos un bisogno essenziale della propria indole. Ci che Kafka le scrive non sono
cose immutabili, stabilite una volta per tutte, nelle lettere seguenti egli pu correggersi, rafforzare o
ritrattare le cose gi dette, e anche le incoerenze e i salti, che uno spirito vigile come il suo si concede
malvolentieri nelle note sparse di un diario in quanto gli sembrano una testimonianza di disordine, sono
invece ammissibilissime nel corso di una lettera. Ma senza dubbio il vantaggio pi grande, come
abbiamo gi accennato,  la possibilit che le lettere offrono di ripetersi fino alla  litania . Se mai c'
stato qualcuno che aveva chiara in mente la necessit e la funzione delle  litanie , questi era Kafka.
Tra le sue caratteristiche peculiari  quella che pi di tutte ha contribuito alle errate interpretazioni 
religiose  della sua opera.
Ma se l'instaurarsi di questo carteggio  cos importante da essersi dimostrato efficace gi nei
primi tre mesi e aver portato alla creazione di opere singolarissime come ad esempio La metamorfosi,
come si spiega allora che nel gennaio del 1913 Kafka tutt'a un tratto smette di scrivere? Non possiamo
accontentarci in questo caso di qualche frase generica sull'alternarsi di periodi produttivi e improduttivi
nell'attivit di uno scrittore. Ogni produttivit  condizionata e dobbiamo sobbarcarci la fatica di
individuare gli elementi di disturbo che la fanno cessare.
Forse non bisognerebbe sottovalutare il fatto che le lettere a Felice del primo periodo, per poco
che sembrino lettere d'amore nel senso usuale del termine, contengono tuttavia un elemento che
appartiene all'amore in modo precipuo: per Kafka  importante che Felice si aspetti qualche cosa da
lui. Durante il loro primo incontro, di cui egli si nutr tanto a lungo e sul quale edific ogni cosa, Kafka
aveva con s il manoscritto del suo primo libro. Felice lo ha conosciuto come scrittore, non solo come
amico di uno scrittore di cui ha gi letto qualche cosa, e proprio su questo, sulla sua volont di essere
considerato uno scrittore, si fonda la pretesa di Kafka di ricevere delle lettere da lei. Il primo racconto
di cui  soddisfatto, La condanna appunto, appartiene a Felice, lo deve a lei e infatti glielo dedica.
Tuttavia, non sentendosi sicuro del suo giudizio nelle questioni letterarie, cerca, scrivendole, di
influenzarla in questo campo. Esige da lei un elenco dei libri in suo possesso, che per non otterr mai.
Felice era una ragazza semplice, lo dimostrano ampiamente le frasi, in verit non molte, che
Kafka cita dalle sue lettere. Il dialogo (ammesso che una parola cos semplice possa essere usata per
qualcosa di cos complesso e insondabile) che egli condusse con se stesso attraverso di lei avrebbe
forse potuto continuare per molto tempo ancora. Ma esso fu profondamente turbato dalla sete di sapere
di Felice, che si mise a leggere altri scrittori di cui poi gli parlava nelle sue lettere. Lui aveva portato
alla luce una minima parte del mondo immenso che recava nella propria mente, e come scrittore la
voleva tutta per s.
L'11 dicembre Kafka le manda il suo primo libro, Meditazione, che  apparso in quei giorni.
Dice nella lettera che lo accompagna:  Ti prego, sii gentile con il mio povero libro! Sono quei pochi
fogli che mi hai visto mettere in ordine la sera del nostro incontro... Chiss se saprai distinguere l'et
dei vari brani. Ce n' uno, per esempio, che risale sicuramente a otto-dieci anni fa. Mostra il tutto a
meno persone possibile, affinch non ti guastino il piacere di leggermi .
Il 13 parla di nuovo del suo libro :  Sono cos felice di sapere che il mio libro  nelle tue care
mani, anche se avrei molte riserve da fare....
In una lettera del 23 dicembre si trova in proposito una frase soltanto :  Ah, se solo la signorina
Lindner * sapesse com' difficile scrivere cos poco come faccio io! . Kafka si riferisce alla esiguit
del libro Meditazione, e la frase non pu essere altro che una risposta a un passo evasivo di una lettera
di Felice.
Questo  tutto, fino alla grande esplosione della sua gelosia il 28 dicembre, diciassette giorni
dopo aver spedito il libro a Felice; le lettere scritte nel frattempo - e, come si  gi detto, disponiamo
soltanto di quelle di Kafka - occupano quaranta fitte pagine del volume e trattano numerosissimi e
svariati argomenti.  chiaro che Felice non si  pronunciata seriamente sulla Meditazione. Ma
l'esplosione di Kafka  ora diretta contro Eulenberg di cui lei si dice entusiasta:
 Sono geloso di tutte le persone di cui parli nella tua lettera, sia di quelle che nomini sia di
quelle che non nomini, dei giovanotti e delle ragazze, degli uomini d'affari e degli scrittori (di questi
ultimi, com' ovvio, in modo particolare)... Sono geloso di Werfel, di Sofocle, di Ricarda Huch, della
Lagerlf, di Jacobsen. La mia gelosia si rallegra infantilmente del fatto che chiami Eulenberg Hermann
anzich Herbert. Il nome Franz, invece, dev'esserti proprio rimasto impresso. Dimmi, ti piacciono gli
Schattenbilder? Ti sembra un libro chiaro e conciso? Io conosco per intero soltanto Mozart, Eulenberg
ne ha fatto una pubblica lettura, ma l'ho sopportata a stento,  una prosa affannosa e piena d'impurit...
Ma  chiaro che date le mie attuali condizioni gli faccio un grave torto, su questo non ho alcun dubbio.
Ma tu non devi leggere gli Schattenbilder. Ecco che invece vedo che ne sei completamente
entusiasta. (State dunque a sentire, Felice ne  entusiasta, anzi completamente entusiasta, mentre io in
piena notte me la prendo furiosamente con lui). Ma nella tua lettera compaiono molte altre persone, e
con tutte, tutte, vorrei accapigliarmi, non per far loro del male, ma per tenerle lontane da te, per saperti
libera dal loro influsso, e leggere lettere nelle quali si parla solamente di te, della tua famiglia e...
beninteso! e beninteso! di me.
Il giorno dopo gli giunge da Felice una lettera inaspettata -  domenica, infatti - ed egli cos la
ringrazia :  Carissima, questa  di nuovo una di quelle lettere che danno a chi le riceve un senso di
gioia calda e pacata. Qui non si aggirano pi tutti quei conoscenti e tutti quegli scrittori... .
La notte stessa trova una spiegazione per la gelosia del giorno precedente.  Adesso tra l'altro
so con maggiore esattezza perch la lettera di ieri mi ha reso tanto geloso. A te il mio libro non piace,
cos come a suo tempo non ti piacque il mio ritratto. La cosa non sarebbe affatto cos grave perch esso
contiene perlopi roba vecchia... per tutto il resto, invece, sento cos forte la tua vicinanza che sono
dispostissimo... a dare io stesso per primo un calcio al mio libretto... Ma il fatto che tu non me lo dica,
che non dica in due parole che il libro non ti piace... Sarebbe pi che comprensibile se tu del mio libro
non sapessi che fartene... Comunque nessuno sapr mai cosa farsene, questo mi  sempre stato chiaro -
e poi c' un'altra cosa che mi tormenta, il fatto che quello sprecone di un editore ha sacrificato del tutto
inutilmente fatica e denaro... Tu invece non hai detto nulla, una volta mi annunciasti che avresti detto
qualcosa, ma poi non l'hai fatto... .
Alla fine di gennaio riparla con Felice della Meditazione : lo scrittore viennese Otto Stoessl, per
il quale Kafka ha stima e simpatia, gli ha scritto una lettera in proposito.  Scrive anche del mio libro,
ma lo ha frainteso cos totalmente che io ho creduto per un attimo che il mio libro fosse buono davvero
se era in grado di suscitare simili malintesi in un uomo cos lucido ed esperto nelle questioni letterarie...
. E ricopia per lei l'intero passo della lettera in questione, che  piuttosto lungo e dice cose
stranissime:  ... Un umorismo introverso... non differente da quello di chi ha dormito bene tutta la
notte, e dopo aver fatto un bagno ristoratore ed essersi vestito con un abito fresco di bucato saluta con
attesa gioiosa e un senso di inesplicabile energia una bella giornata piena di sole.  un umorismo che
riguarda la felicit della propria indole . Un fraintendimento di proporzioni mostruose, non c' parola
che non sia un errore, della frase sull'umorismo che riguarderebbe la felicit della sua indole Kafka non
riesce proprio a capacitarsi e in seguito torner a citarla. Egli aggiunge tuttavia: La lettera, del resto, fa
il paio con una recensione esageratamente elogiativa apparsa oggi, che nel mio libro non vede altro che
desolazione .
 chiaro che non ha dimenticato l'indifferenza di Felice per la Meditazione, e l'insolita
completezza e minuziosit con cui le riferisce le reazioni al suo libro non sono altro che una velata
rimostranza. Vuole darle una lezione, dimostrarle che se l' cavata troppo a buon mercato, e rivela cos
di essere stato ferito assai profondamente dalla totale mancanza di reazioni da parte di lei.
Ma gli sfoghi pi violenti contro altri scrittori avvengono nella prima met di febbraio. Felice lo
interroga sulla Lasker-Schler, e lui le risponde cos:  Non sopporto le sue poesie, non provo altro che
noia per la loro vacuit e mi disgusta la loro pompa artificiosa. La prosa mi infastidisce per gli stessi
motivi, vi si sente il lavorio indiscriminato di quella sua mente confusa da cittadina sovraeccitata... In
effetti le cose le vanno male, a quanto ne so io il secondo marito l'ha abbandonata, e anche qui da noi si
fanno collette per lei;  toccato anche a me sborsare cinque corone, eppure non mi fa pena per niente;
non so bene per quale vero motivo, ma non riesco a figurarmela se non come un'ubriacona che passa le
sue notti trascinandosi da un caff all'altro... Vattene, Lasker-Schler! E tu, mia adorata, vieni! Non
voglio nessuno tra noi, nessuno intorno a noi.
Felice vuole andare a teatro, dove si rappresenta il Professor Bernhardi.  Noi siamo uniti da
una solida fune...  scrive lui  ... se ora tu, mia carissima, vai a vedere il Professor Bernhardi, trascini
anche me con quella fune infallibile e rischiamo entrambi di cadere in bala della cattiva letteratura che
Schnitzler, in grandissima parte, rappresenta. Perci la sera stessa lui va a vedere Hidalla, in cui
recitano Wedekind e sua moglie. Poich Schnitzler non lo amo affatto e ne ho pochissima stima; certo
non gli mancano le capacit, ma i suoi grandi drammi e la sua grande prosa li trovo infarciti di una
massa traballante della pi odiosa letteratura da strapazzo. Non lo si denigrer mai abbastanza... solo
davanti al suo ritratto, alla sua aria falsamente trasognata, a quella sua mollezza che non sfiorerei
nemmeno con la punta delle dita, riesco a capire come dai suoi primi lavori in parte eccellenti (Anatol,
Girotondo, Il sottotenente Gusti), abbia potuto svilupparsi cos. Di Wedekind nella stessa lettera non
posso neanche parlare.
 Basta, basta, voglio subito togliere di mezzo questo Schnitzler, che vuole insinuarsi tra noi
come ha fatto ultimamente la Lasker-Schler .
La gelosia di Kafka nei riguardi degli scrittori, se la posta in gioco  Felice, ha la tipica
veemenza della gelosia in generale, e noi nel riscontrare in lui un'aggressivit cos naturale e intatta che
si dirige verso altri proviamo un senso di sollievo e stupore. Giacch da ciascuna delle sue
numerosissime lettere risuona l'eco degli attacchi che egli indirizza a se stesso, ed essi sono ormai
familiari al lettore a cui pare di sentire la sua stessa voce. Tuttavia, l'elemento insolito nei suoi attacchi
agli altri scrittori, il loro tono micidiale e selvaggio che  estraneo alla sua vera natura, sono sintomi
che qualcosa  cambiato nel suo rapporto con Felice. II quale rapporto ha una tragica svolta a causa
dell'incomprensione di lei per le sue opere. Felice, della cui forza Kafka ha bisogno ininterrottamente
per alimentare la propria attivit letteraria, non  in grado di valutare colui che sta nutrendo di s
mediante le proprie lettere.
La posizione di Kafka sotto questo aspetto  considerevolmente aggravata dalla natura del
primo libro da lui pubblicato. Egli  troppo serio e intelligente per sopravvalutare il peso della
Meditazione.  vero che nel libro sono annunciati parecchi dei suoi temi. Ma  una miscellanea di
piccoli brani messi uno accanto all'altro,  ancora un po' capriccioso e manierato, tradisce influssi
esterni (Robert Walser) e, soprattutto, manca di coesione e di intima necessit. La cosa importante, per
Kafka,  che quando ha visto Felice per la prima volta, ne aveva con s il manoscritto.
Tuttavia, a distanza di sei settimane da quella serata, subito dopo aver spedito la prima lettera a
Felice, Kafka scrisse La condanna e II fuochista e divent veramente se stesso. E, ci che in questo
contesto appare quasi pi importante, egli fu subito consapevole del valore di entrambi questi lavori. La
corrispondenza con Felice era avviata, egli passava le sue notti a scrivere, e dopo sole otto settimane
raggiunse con La metamorfosi il vertice della propria arte. Aveva scritto qualcosa che non avrebbe mai
pi superato, perch non esiste nulla che possa superare La metamorfosi, una delle poche creazioni
letterarie veramente grandi e perfette di questo secolo.
Passati quattro giorni da quando ha terminato di scrivere La metamorfosi, appare Meditazione.
Egli manda a Felice il suo primo libro e aspetta da lei una parola di commento per ben 17 giorni. Si
scambiano varie lettere ogni giorno, lui attende invano e ha gi scritto La metamorfosi e buona parte di
America. Una cosa da far piangere anche i sassi. Solo ora Kafka si rese conto che l'alimento costituito
dalle lettere di Felice, senza il quale l'attivit letteraria era per lui diventata impossibile, gli veniva
elargito alla cieca. Felice non sapeva chi stava nutrendo. I dubbi di lui, sempre pronti a destarsi, presero
il sopravvento: non si sentiva pi sicuro del proprio diritto, rivendicato con forza nei momenti buoni, a
ricevere le lettere di Felice, e l'attivit letteraria, che era la sua vera vita, cominci a incepparsi.
Una conseguenza di questa catastrofe, certo secon-daria ma assai notevole per la sua veemenza,
fu la gelosia di Kafka nei confronti di altri scrittori. Felice si dedicava alla lettura e lo fer nel profondo
nominando qua e l nelle sue lettere i pi diversi autori. Tutti questi erano ai suoi occhi veri scrittori.
Ma lui, Kafka, che cos'era ai suoi occhi?
Fu cos che lei smise di essere la sua benedizione. Con un'immensa tenacia - curioso rovescio
della sua debolezza - egli si attenne alla forma stabilita per la loro relazione e, d'allora in poi, continu
a vagheggiare il paradiso perduto di quei tre mesi che non potevano ritornare; era ormai distrutto
l'equilibrio che lei gli aveva donato.
Certo, in quei giorni erano accadute varie altre cose che avevano turbato questo equilibrio.
C'era stato il fidanzamento di Max Brod, il suo migliore amico, che pi di chiunque altro lo aveva
stimolato e incitato all'attivit letteraria. Kafka teme il mutamento di un rapporto che la sola presenza
di una donna accanto all'amico gli fa sembrare inevitabile.  questa l'epoca, inoltre, dei preparativi per
le nozze della sorella Valli. Tutto ci che essi comportano lo coinvolge personalmente, ogni cosa si
svolge nella Casa dei genitori, che  anche la sua casa. Lo rattrista che la sorella se ne vada via,
percepisce in questo fatto il frantumarsi della famiglia, che pure egli odia. Ma in quest'odio si 
sistemato e di esso ha bisogno. I numerosi e insoliti eventi che riempiono il mese che precede la
cerimonia rappresentano per lui un disturbo. Si domanda come mai questi fidanzamenti lo facciano
soffrire in maniera cos strana, sembra quasi che una sventura lo abbia colpito all'improvviso, mentre i
maggiori interessati gli appaiono inaspettatamente felici.
La sua avversione contro il matrimonio come forma di esistenza che ha richiesto tutti quei
preparativi  ora diventata pi acuta, ed egli d libero sfogo alle proprie reazioni proprio nel momento
in cui si potrebbe pretendere da lui questa stessa forma di esistenza: comincia a vedere in Felice un
pericolo, sente che una minaccia incombe sulle sue notti solitarie, e queste sensazioni gliele rende
manifeste.
Ma prima di riferire come Kafka prova a difendersi da questo pericolo,  necessario dire
qualcosa di pi preciso sulla natura della minaccia che egli sente incombere sul proprio capo.
 Il mio modo di vivere  regolato esclusivamente sull'attivit letteraria... Il tempo  poco, le
forze sono esigue, l'ufficio  uno spavento, l'alloggio  rumoroso, e per andare avanti bisogna ricorrere
a una quantit di espedienti se non si pu farlo con una vita bella e lineare . Cos gi si esprime Kafka
in una delle sue prime lettere, la nona indirizzata a Felice, datata 1 novembre 1912. Poi le spiega che
grazie alla nuova ripartizione del suo tempo nella giornata riesce a scrivere un po' tutte le notti,
mettendosi al tavolino intorno alle dieci e mezzo e procedendo fino all'una, alle due o alle tre a seconda
delle forze, dell'estro e della fortuna.
Ma gi prima, nella stessa lettera, egli ha fatto una dichiarazione riguardo a se stesso sulla quale
 difficile non soffermarsi, son parole che in quel punto hanno un che di mostruoso :  Sono l'essere
umano pi magro che io conosca, e certo vuol dire qualcosa dal momento che ho gi girato parecchio
nelle case di cura... . Quest'uomo che spera di conquistare l'amore di un altro essere umano - giacch
com' ovvio si pensa innanzitutto che egli cerchi l'amore - e subito dice di s che  l'uomo pi magro
che ci sia! Perch, ci chiediamo, una simile dichiarazione ci appare in quel momento cos inopportuna,
e anzi quasi deplorevole? Il peso appartiene all'amore, l'amore  una faccenda di corpi. I corpi han da
essere presenti, fa ridere un non-corpo che vuole l'amore. Una grande agilit, l'impeto e il coraggio
possono anche sopperire alla carenza di peso. Ma han da essere qualit attive, esibite continuamente,
una specie di perpetua promessa. Kafka, anzich tutto questo, mette avanti qualcosa che gli appartiene
in maniera precipua: l'abbondanza delle cose che ha visto quando  apparsa davanti ai suoi occhi la
persona a cui egli aspira;  questa abbondanza il suo corpo, il corpo di Kafka. Ma una cosa simile pu
avere effetto solo su chi attribuisce un valore analogo alle cose viste, a tutti gli altri il messaggio
sfuggir o sembrer inquietante.
Se Kafka parla subito della propria magrezza, tra l'altro in un tono cos acceso, il motivo pu
essere soltanto che a causa di essa egli ha molto sofferto: si sente dunque obbligato a parlarne.  come
se dovesse dire di se stesso :  Sono sordo  oppure  Sono cieco , poich sottacere una simile
circostanza lo farebbe passare per un imbroglione.
Non sono necessarie lunghe ricerche nei diari e nelle lettere di Kafka per accorgersi che questo
 il nocciolo, la radice della sua ipocondria. In data 22 novembre 1911 si trova nel suo diario la
seguente annotazione :   sicuro che le mie condizioni fsiche costituiscono uno dei principali ostacoli
al mio progresso. Con un corpo cos non c' niente da fare... In rapporto alla sua debolezza, il mio
corpo  troppo lungo, non ha un filo di grasso per produrre un benefico calore, per preservare il fuoco
interiore, non un poco di grasso di cui lo spirito possa alimentarsi ogni tanto al di l delle necessit
quotidiane, senza con ci danneggiare l'intero organismo. Come fa il mio cuore cos debole, che
ultimamente mi ha dato spesso delle fitte dolorose, a spingere il sangue in tutta la lunghezza delle mie
gambe... .
Il 3 gennaio 1912 fa un elenco dettagliato di ci che ha sacrificato all'attivit letteraria : 
Quando nel mio organismo risult con chiarezza che lo scrivere era l'inclinazione pi promettente del
mio essere, ogni energia si concentr su questo disertando tutte le altre facolt, orientate soprattutto alle
gioie del sesso, del mangiare, del bere, della riflessione filosofica e della musica. Dimagrii in ciascuna
di queste direzioni. Ed era necessario, perch le mie forze erano in complesso talmente esigue che solo
radunate insieme hanno potuto discretamente servire allo scopo letterario... .
Il 17 luglio 1912 scrive a Max Brod da Jungborn, il gi citato Istituto naturista :  Mi  venuta
la stupida idea di voler ingrassare per poi curarmi in genere, come se quest'ultima cosa, o anche solo la
prima, fosse possibile .
La dichiarazione successiva riguardo alla propria magrezza sar quella contenuta nella gi citata
lettera a Felice del 1 novembre dello stesso anno. Pochi mesi dopo, il 10 gennaio 1913, egli scrive di
nuovo a Felice :  Com' andata nel bagno di famiglia? Purtroppo devo qui reprimere un'osservazione
(la quale si riferisce al mio aspetto nel bagno, alla mia magrezza). Nel bagno sembro un povero
orfanello . Racconta poi come da piccolo, durante una villeggiatura sulla riva dell'Elba, aveva evitato
un minuscolo e affollato stabilimento balneare perch si vergognava del proprio aspetto.
Nel settembre 1916 si decide a consultare un medico, iniziativa per lui quanto mai inconsueta,
dal momento che i medici li disprezza, e a proposito di questa visita scrive a Felice: Il medico da cui
sono stato... mi  piaciuto molto. Un uomo placido e un po' buffo, ma che per l'et, la massa corporea
(non capir mai come tu abbia potuto fidarti di un coso lungo e magro come me), un uomo, dunque,
che per la sua massa corporea... mi ha ispirato fiducia! .
Cito ancora alcuni passi dagli ultimi sette anni della vita di Kafka, quando il legame con Felice
era stato ormai definitivamente sciolto.  importante rendersi conto che questa idea della magrezza
rimase in lui potentemente fino alla fine e che di essa si tinsero tutti i suoi ricordi.
Nella celebre Lettera al padre del 1919 c' di nuovo un passo che si riferisce ai suoi bagni da
bambino :  Mi ricordo per esempio del fatto che spesso ci spogliavamo insieme in una cabina. Io
magro, gracile, sottile, tu forte, grande, grosso. Gi in cabina mi sembrava di avere un aspetto pietoso,
in rapporto non solo a te, ma al mondo intero, perch tu eri per me la misura di tutte le cose .
Il cenno pi impressionante di tutti  contenuto in una delle prime lettere a Milena, datata 1920.
Anche qui Kafka  ossessionato dall'idea di doversi presentare al pi presto in tutta la sua magrezza
alla donna che sta corteggiando - e a Milena fa una corte appassionata.  Qualche anno fa andavo
spesso in sandolino sulla Moldava, a remi risalivo il fiume e poi, sdraiato sul dorso, mi lasciavo
trasportare alla deriva dalla corrente, passando sotto i ponti. La scena vista dal ponte, a causa della mia
magrezza, doveva essere proprio buffa. Un funzionario del mio Istituto, che appunto mi vide dal ponte,
ha cos ricapitolato la sua impressione dopo averne abbondantemente messo in rilievo gli elementi
comici: gli sembrava di trovarsi poco prima del Giudizio Universale, e cio nel momento in cui le bare
vengono scoperchiate, ma i morti giacciono ancora immobili .
La figura del magro e quella del morto sono viste come una cosa sola: legata alla
rappresentazione del Giudizio Universale, l'immagine che emerge della fisicit di Kafka non potrebbe
essere pi disperata e pi fatale.  come se al magro o al morto, che qui sono tutt'uno, non rimanesse
da vivere se non quel tanto che gli serve per farsi trascinare dalla corrente e presentarsi davanti al
Giudizio Universale.
Nelle ultime settimane della sua vita, trascorse nel Sanatorio di Kierling, i medici avevano
raccomandato a Kafka di non parlare. Alle domande che gli venivano rivolte, rispondeva su dei
foglietti che sono stati conservati. Un giorno gli fu chiesto qualcosa su Felice, ed egli rispose cos per
iscritto: Una volta dovevo andare sul Baltico con lei (e la sua amica), ma mi sono vergognato della
mia magrezza e di altre mie ansie .
Questa particolare suscettibilit per tutto ci che riguardava il suo corpo non ha mai
abbandonato Kafka. Dev'essersi manifestata gi nell'infanzia, come risulta dai passi che abbiamo
citato. La magrezza lo rese precocemente consapevole del proprio corpo. Si abitu ben presto a notare
ci che ad esso mancava. Nel corpo aveva un oggetto di osservazione che non poteva venirgli meno,
che mai gli sarebbe sfuggito. Nel corpo, le cose che vedeva e quelle che sentiva erano vicinissime,
addirittura inseparabili. Poich era cos magro, acquis la certezza incrollabile di essere debole, e forse
non ha molta importanza appurare se lo fu sempre davvero. Fortissimo era infatti il sentimento della
propria inerme fragilit fondato su tale convinzione. Kafka teme l'insinuarsi di forze nemiche
all'interno del suo corpo e, per tutelarsi, vigila attentamente la strada che potrebbero prendere. Man
mano si impongono alla sua mente pensieri relativi ai singoli organi del suo corpo. Una notevole
sensibilit comincia a svilupparsi in relazione ad essi, finch ciascuno viene da lui sottoposto a una
speciale vigilanza. Ma cos si moltiplicano i pericoli, poich una mente sospettosa, non appena prende
coscienza delle peculiarit dei suoi organi e della loro vulnerabilit,  costretta a badare a un enorme
numero di sintomi. I dolori pi svariati li riportano alla memoria, e non prenderne atto sarebbe
temerario e deplorevole. Quei dolori annunciano i pericoli, non sono altro che i messaggeri del nemico.
L'ipocondria  la moneta spicciola dell'angoscia,  l'angoscia stessa che per distrarsi cerca e trova
nuovi nomi.
La sua ipersensibilit ai rumori  una specie di campanello d'allarme, un segnale di pericoli
inutili e ancora indeterminati. Ad essi ci si pu sottrarre evitando i rumori come il demonio; e quanto ai
vari pericoli a lui ben noti, gli basta nominarli per stornarne da s gli attacchi preordinati.
La sua stanza  un asilo, si trasforma per lui in un corpo esterno, si pu definirla il suo
avancorpo.  Per poter dormire devo essere solo in una stanza... mi difende dall'ansia e nient'altro;
come chi  sdraiato sul pavimento non pu precipitare pi in basso, cos a chi sta solo non pu
succedere niente di male . Non sopporta che lo si vada a trovare nella sua stanza. Anche dover
convivere in uno stesso alloggio con la sua famiglia  per lui un tormento.  Non posso vivere con gli
altri, detesto indiscriminatamente tutti i miei parenti, non perch sono parenti o magari perch penso
che siano malvagi... ma solo perch sono le persone che mi vivono accanto .
L'insonnia  ci di cui si lamenta pi spesso. Forse l'insonnia non  altro che la vigilanza sul
corpo che non si lascia abolire: continua infatti a percepire minacce, sta in trepido ascolto dei segnali
che interpreta e connette tra loro, progetta varie contromisure che devono innanzitutto raggiungere il
punto in cui esse, le minacce, sembrano consolidarsi:  il punto in cui stanno in equilibrio, si
controbilanciano, il punto di quiete. Il sonno diventa dunque la vera liberazione, nella quale la sua
suscettibilit, che  un tormento incessante, finalmente si allenta e svanisce. C' in Kafka una sorta di
adorazione del sonno, nel sonno egli vede il rimedio di tutti i mali, quando  in ansia per le condizioni
di Felice non c' nulla di meglio che possa raccomandarle.  Dormii Dormi!  le dice infatti, e il lettore
sente in questa sua esortazione una specie di voto, come l'invocazione di una grazia divina.
Delle minacce che incombono sul suo corpo fanno parte i numerosi veleni che egli assorbe
mediante la respirazione, il cibo, le bevande e i medicamenti.
L'aria viziata  pericolosa, Kafka ne parla sovente. Si pensi alle cancellerie nel sottotetto che
troviamo nel Processo, o allo studio surriscaldato del pittore Ti-torelli. L'aria viziata  sentita come
infelicit, qualcosa che porta sull'orlo della catastrofe. I suoi diari di viaggio traboccano del culto
dell'aria pura; dalle lettere si comprende con chiarezza quante cose egli si aspetti dall'aria fresca.
Anche quando l'inverno  pi freddo, dorme con la finestra aperta. Il fumo lo detesta; il riscaldamento
consuma l'aria ed egli scrive in una stanza non riscaldata. Regolarmente fa ginnastica nudo davanti alla
finestra spalancata. Il corpo si espone all'aria fresca, perch essa ne accarezzi la pelle e i pori. Ma l'aria
veramente pulita si trova fuori, in aperta campagna; la vita di campagna, alla quale esorta la sorella
prediletta Ottla, verr scelta da lui stesso in seguito per lunghi mesi.
Cerca il tipo di alimentazione della cui innocuit possa accertarsi personalmente. Per periodi
piuttosto lunghi segue un regime vegetariano. Tutto ci all'inizio non corrisponde a un atteggiamento
ascetico; a una domanda preoccupata di Felice, risponde con una lista dei frutti che compongono il suo
pasto serale. Cerca di tener lontani dal proprio corpo veleni e pericoli. Com' ovvio, si vieta caff, t e
alcool.
C' un che di leggero e baldanzoso nelle frasi scritte da Kafka su questo aspetto della sua vita,
mentre la disperazione traspare sempre quando parla dell'insonnia.  un contrasto talmente vistoso che
vien voglia di spiegarlo. Ci che lo attira nelle prescrizioni dei guaritori naturisti  la loro concezione
del corpo come unit; di essi, infatti, condivide in pieno il rifiuto della terapia organica. Proprio lui, che
nelle notti insonni si scompone nei suoi organi di cui spia ogni segnale e avverte con preoccupazione il
pi piccolo allarmante movimento, proprio lui ha bisogno di credere in un metodo che prescrive al suo
corpo l'unit. La medicina tradizionale gli appare nociva perch si affida troppo alla conoscenza dei
singoli organi. Nella sua avversione contro questa medicina c' anche un certo odio contro se stesso:
anch'egli va a caccia di sintomi quando di notte giace immobile e non riesce a prender sonno.
Per questo si abbandona, con una sorta di felice esaltazione, a ogni attivit che esige e
ristabilisce l'unit del corpo. Nuotare, far ginnastica nudo, scendere a grandi salti le scale di casa sua,
camminare, fare lunghe passeggiate in campagna dove si pu respirare a fondo, tutte queste cose lo
vivificano e gli danno la speranza di sfuggire per una volta, o forse anche per un periodo pi lungo, alla
disgregazione delle sue notti insonni.
Verso la fine di gennaio del 1913, dopo vari e ripetuti tentativi, Kafka ha definitivamente
rinunciato a scrivere il suo romanzo, e cos nelle sue lettere l'accento si sposta sempre pi sul lamento.
Si direbbe quasi che le lettere in genere gli servano ormai solamente a lamentarsi. La sua scontentezza
 priva di qualsiasi compensazione; le notti in cui scrivendo tornava a se stesso, ed erano la sua
giustificazione, la sua unica vera vita, appartengono al passato fino a nuovo ordine. Non c' pi niente
ormai che lo tenga insieme se non il lamento, al posto dello scrivere il lamento diventa ora la sua unit
- certo di un livello inferiore -, ma senza il lamento egli ammutolirebbe del tutto e si di-sferebbe nelle
sue sofferenze. Kafka si  abituato alla libert delle lettere, nelle lettere pu esprimere qualsiasi cosa, in
esse, almeno, si allenta un poco quel blocco che tanto lo fa soffrire nel rapporto con la gente. Ha
bisogno delle lettere di Felice, che gli racconta come in passato la sua vita berlinese, e se non pu
aggrapparsi a una nuova parola di lei,   come sospeso nel vuoto. Giacch, nonostante l'insicurezza
che segue da presso il non scrivere come uno spiritello malefico , egli continua ininterrottamente a
osservare se stesso; e se ci si abitua all'idea di considerare la litania delle lamentazioni come un
linguaggio particolare nel quale tutto il resto viene salvato, allora si colgono, attraverso questo medium
che mai non tace, delle cose di lui assai stupefacenti, dichiarazioni di una precisione e di una verit
difficilmente uguagliabili.
Queste lettere contengono una quantit inimmaginabile di cose intime, son pi intime queste
lettere di qualsiasi descrizione, anche la pi dettagliata, di una grande felicit. Non c' uomo che abbia
descritto le proprie esitazioni in maniera paragonabile a quella di Kafka, nessuno si  mai messo a nudo
con tanta fedelt. Per un uomo primitivo la lettura di questo carteggio  quasi insostenibile, esso gli
apparirebbe di sicuro un'impudica esibizione di impotenza psichica; giacch tutto ci che appartiene
all'impotenza  in esso presente in grande abbondanza : irresolutezza, apprensione, freddezza emotiva,
mancanza d'amore descritta nei minimi dettagli, e un senso cos grande , della propria inermit da
risultare credibile solo in quanto  descritto con puntigliosa esattezza. Ma il tutto  formulato in
maniera tale da trasformarsi all'istante in legge e conoscenza. All'inizio con una certa incredulit, ma
poi con una sicurezza che cresce man mano, ci rendiamo conto che non potremo mai dimenticare ci
che stiamo leggendo, perch tutto sembra incidersi nella nostra pelle, come accade per il racconto Nella
colonia penale. Ci sono scrittori, in verit assai pochi, che sono talmente se stessi da farci sentire dei
barbari ogni volta che ci permettiamo di dire qualcosa sul loro conto. Franz Kafka  stato uno di questi
scrittori,  dunque opportuno attenersi il pi strettamente possibile a ci che egli stesso ha detto di s, a
rischio di sembrare incapaci di un giudizio indipendente.  ovvio che chi comincia a insinuarsi
nell'intimit di queste lettere provi un senso di pudore. Ma poi sono le lettere stesse che ci liberano da
questo pudore. Perch dalla loro lettura traiamo la convinzione che un racconto come La metamorfosi 
ancora pi intimo di quelle lettere, e comprendiamo finalmente che cos'ha di diverso da ogni altro
racconto.
La cosa importante di Felice fu che esisteva davvero, che non era stata inventata e che, cos
com'era, Kafka non avrebbe mai potuto inventarla. Era cos diversa da lui, cos efficiente, cos solida.
Finch la circu da lontano, Kafka la idolatr e la torment. Per carpirle delle lettere, la subissava con le
sue domande, le sue preghiere, le sue paure e le sue minuscole speranze. L'amore che lei gli
consacrava, disse, era il sangue che alimentava il suo cuore, altro non ne aveva. E domand a Felice se
non avesse notato che lui nelle sue lettere non l'amava veramente, perch in tal caso avrebbe dovuto
pensare e scrivere solamente di lei, mentre in realt le si rivolgeva con accenti adoranti sperando nel
suo aiuto e nella sua benedizione per le cose pi assurde.  Qualche volta, Felice, penso che hai
davvero un grande potere su di me: trasformami dunque in un essere umano capace di cose normali .
In un momento buono le esprime la sua gratitudine :  Che bella sensazione sapermi al riparo, presso di
te, dal mondo immenso che oso affrontare soltanto di notte quando mi dedico alla scrittura .
La pi piccola ferita degli altri egli la sente sulla propria pelle. La sua  la crudelt di quelli che
non combattono, di quelli che le ferite le sentono prima. Detesta lo scontro, tutto si incide nelle sue
carni, al nemico invece non succede mai nulla. Quando una delle sue lettere contiene qualcosa che
potrebbe offendere Felice, nella lettera successiva lui glielo fa notare, glielo mette davanti agli occhi,
moltiplica le sue scuse, ma lei non si accorge di nulla, perlopi non sa neppure di che cosa lui stia
parlando. Cos, a modo suo, Kafka l'ha trattata da nemica.
In poche parole riesce a cogliere l'essenza della propria irresolutezza: Ti  mai capitato... di
conoscere l'incertezza, vedere che per te sola, a prescindere da chiunque altro, si aprono in varie
direzioni diverse possibilit, e nello stesso tempo sentire sorgere in te il divieto di muovere un passo...
.
Non si dar mai troppa importanza alle diverse possibilit che per lui si aprono in varie
direzioni e al fatto che egli le veda tutte contemporaneamente. Esse spiegano quale sia il suo vero
rapporto con l'avvenire. La sua opera, infatti, consiste in gran parte in un cammino a tentoni che ogni
volta si dirige verso nuove future possibilit. Egli non riconosce un solo futuro, ce n' sempre pi
d'uno, la loro pluralit lo paralizza e rende pi difficile il suo cammino. Soltanto quando scrive, cio
quando si avvia con cautela verso una di queste possibilit, soltanto allora egli la prende in esame
escludendo tutte le altre, eppure di essa non  mai possibile scoprire nient'altro se non ci che si vede
passo dopo passo. La capacit di tener nascosto ci che poi accadr diventa dunque l'essenza stessa
della sua arte. Probabilmente ci che lo rende cos felice quando si dedica all'attivit letteraria  questo
suo procedere in una direzione, staccandosi da tutte le altre direzioni possibili. La misura del successo 
il camminare in quanto tale, la nettezza dei passi che vanno dove lui vuole, e il fatto che non ne salta
neanche uno e che una volta compiuto un passo non ha pi dubbi.  Io non so... veramente raccontare,
quasi addirittura non so parlare; perlopi, quando racconto, ho una sensazione simile a quella che
potrebbero avere i bambini piccoli che tentano i primi passi .
Lamenta di continuo, descrivendole con inquietante chiarezza, le sue difficolt nel parlare e la
sua incapacit di stare in mezzo agli altri: Un'altra inutile serata passata in compagnia... mi sono
morso le labbra per seguire la conversazione, ma nonostante mi sforzassi moltissimo non ero l, e
nemmeno ero altrove; che dunque in quelle due ore io non sia esistito? Dev'esser stato cos, perch se
avessi dormito sulla sedia per tutto il tempo, la mia presenza sarebbe stata pi persuasiva .  Credo
davvero che per quanto riguarda i rapporti umani sono un uomo perduto . Giunge perfino a sostenere
una cosa curiosa, e cio che in tutti i suoi viaggi di varie settimane in compagnia di Max Brod, non ha
mai avuto con lui, neanche una sola volta, una lunga e coerente conversazione nella quale abbia potuto
aprirsi completamente.
 Divento un po' pi sopportabile quando mi trovo in una casa che conosco in compagnia di
due o tre conoscenti; allora mi sento libero e non costretto ad ogni costo a stare sempre attento e a
collaborare; d'altra parte, se ne ho voglia e per il tempo pi o meno lungo che ne ho voglia, posso
prendere parte alla conversazione generale, ma in ogni caso nessuno sente la mia mancanza, nessuno a
causa mia si sente a disagio. Se poi c' una persona estranea che mi va a genio, meglio ancora, posso
perfino diventare vivacissimo con forze chiaramente prese in prestito da un altro. Se invece mi trovo in
un appartamento che non conosco, tra molta gente che sento estranea, allora la stanza intera mi sta sullo
stomaco e non riesco pi a muovermi... .
Questo tipo di descrizioni sono usate da Kafka regolarmente come messa in guardia contro se
stesso, e bench d'ora innanzi siano assai frequenti, le formula continuamente in modo nuovo. 
Insomma, in me stesso non trovo riposo, non sempre sono qualcosa e se per caso una volta riesco a
essere qualcosa, lo pago poi con un non essere che dura dei mesi . Egli si paragona a un uccello che
una maledizione tiene lontano dal suo nido: l'uccello gira in continuazione intorno al nido
completamente vuoto, mai e poi mai lo perde di vista.
 Sono un uomo diverso da quello che ero nei primi due mesi della nostra corrispondenza; non
si tratta di una nuova evoluzione, ma piuttosto di una involuzione che ritengo duratura.  Il mio stato
attuale... non  uno stato eccezionale. Non farti di queste illusioni, Felice. Nemmeno due giorni potresti
vivere accanto a me. In fin dei conti sei una ragazza, e non un verme molle che striscia per terra .
L'avversione contro i bambini  uno dei contromiti eretti da Kafka per difendersi da Felice e
impedirle di avvicinarsi fisicamente a lui e di insinuarsi nella sua vita.
 Non avr mai dei figli  le scrive assai per tempo, l'8 novembre, ma lo dice ancora come se
invidiasse una delle sue sorelle che da poco ha messo al mondo una bambina. La cosa diventa pi seria
alla fine di dicembre, quando la sua delusione nei confronti di Felice si intensifica al punto da dettargli
per quattro notti consecutive lettere sempre pi cupe e ostili. La prima la conosciamo,  quella in cui
esplode la gelosia contro Eulenberg, e cos pure la seconda, in cui egli rimprovera Felice di non aver
reagito in alcun modo al suo libro Meditazione. Nella terza cita da una raccolta di detti di Napoleone la
frase seguente:  tremendo morire senza figli . E aggiunge :  E io devo prepararmi a quest'onere...
giacch non potrei mai assumermi il rischio di diventare padre . Nella quarta lettera, che egli scrive
durante la notte di Capodanno, si sente abbandonato come un cane e descrive quasi con odio il chiasso
che sale dalla strada. Alla fine della lettera, in replica alla frase di Felice noi due ci apparteniamo
incondizionatamente , egli dice che questo  vero,  mille volte vero, e che proprio ora, nelle prime
ore del nuovo anno, il suo desiderio pi grande e pi bizzarro   che noi due fossimo
indissolubilmente legati uno all'altra, il polso della tua mano sinistra a quello della mia destra. Non so
bene perch mi viene in mente questa cosa, forse perch ho davanti agli occhi un libro sulla
Rivoluzione francese con racconti di testimoni diretti, e perch  pur sempre possibile... che una coppia
sia stata condotta al patibolo legata in questa maniera. Ma che cosa mi passa mai per la mente...
Dev'essere colpa del 13 nella cifra del nuovo anno .
Il matrimonio come patibolo...  questa l'immagine con cui ha inizio per lui il nuovo anno. E
nel corso del 1913 essa non muter, malgrado vari tentennamenti e vicende contrastanti. Ci che certo
lo tormenta di pi nell'idea che si  fatto del matrimonio  che in esso non si pu farsi piccoli e sparire:
bisogna essere presenti. L'angoscia di fronte all'altrui strapotere  cruciale per Kafka e il suo modo di
difendersi da questa angoscia  trasformarsi in qualcosa di piccolo. La santificazione di luoghi e
circostanze suscita in lui reazioni sorprendenti che a noi sembrano in qualche modo coatte. Invece si
tratta solamente della santificazione dell'uomo. Ogni luogo  serio, importante, peculiare, e cos ogni
momento, ogni tratto, ogni passo. Alla sopraffazione, che  ingiusta, bisogna sempre sottrarsi
dileguandosi in un luogo possibilmente lontanissimo. Si diventa molto piccoli, oppure ci si trasforma in
un insetto, per risparmiare ad altri la colpa di cui questi si sono macchiati per la loro durezza d'animo e
perch hanno ucciso; e al cibo si rinuncia per sottrarsi alle persone che con le loro disgustose abitudini
non ci lasciano in pace. Ma per sottrarsi agli altri non si pu immaginare una situazione pi difficile del
matrimonio. Nel matrimonio, lo si voglia o no, bisogna essere sempre presenti per una parte del giorno
e una parte della notte, e fare in modo che la propria presenza coincida con quella del coniuge, la quale
pure non  mai revocabile, perch altrimenti il matrimonio cesserebbe di esistere. E qui la posizione del
piccolo, che pure esiste  usurpata dai bambini.
Una certa domenica gli tocca subire in casa sua  selvagge, monotone e incessanti, le grida, i
canti e il battere di mani che si rinnova di continuo con fresche energie  :  suo padre che durante la
mattinata intrattiene un pronipote, e per tutto il pomeriggio un nipote. Le danze dei negri gli sembrano
pi comprensibili. Ma forse, egli pensa, non  affatto il vociare in s che lo colpisce cos tanto, ma
piuttosto la consapevolezza che per tollerare dei bambini in una casa  necessaria una grande forza. Io
non ce la faccio, non riesco a dimenticarmi di me stesso, il mio sangue si rifiuta di circolare, 
completamente bloccato  ; e pensare che l'amore per i bambini viene fatto passare come esigenza del
sangue.
Ci che Kafka sente nei confronti dei bambini  dunque gi un senso di invidia, diverso per da
quello che forse ci saremmo aspettati, poich i bambini, oltre a invidiarli, egli li disapprova. Prima essi
appaiono come gli usurpatori di quel  piccolo  nel quale egli stesso vorrebbe rifugiarsi, ma poi risulta
che i bambini non sono affatto quel  piccolo , e non vogliono sparire come lui. Sono il falso piccolo,
il bambino i  un piccolo continuamente esposto al chiasso e agli ; influssi assillanti degli adulti che lo
incitano a diventare pi grande, e in effetti lui stesso vuole diventare pi grande, in totale contrasto con
quella che  l'inclinazione pi profonda di Kafka: diventare pi piccolo, pi silenzioso, pi leggero, e
alla fine svanire nel nulla.
Se ora cerchiamo di scoprire quali possibilit gli rimangano di essere felice, o almeno di vivere
con un senso di benessere, quasi siamo stupiti di trovarne alcune, dotate tra l'altro di forza e
determinazione, dopo tante testimonianze di scoramento, di chiusura e di insuccesso.
C' innanzitutto la solitudine dell'attivit letteraria. Nel bel mezzo della stesura della
Metamorfosi, cio nel suo periodo pi produttivo, Kafka rivolge a Felice una preghiera: non gli scriva
di notte stando a letto, dorma piuttosto; lasci che sia lui solo a scriverle di notte, gli conceda questo
piccolo orgoglio del lavoro notturno; e a riprova del fatto che esso in generale appartiene agli uomini,
trascrive per lei una poesiola cinese che gli piace molto. Un erudito, immerso nel suo libro, si scorda
dell'ora di andare a letto. La sua amica, che fino a quell'ora ha trattenuto a stento la collera, gli strappa
via la lampada e chiede :  Dimmi, lo sai che ore sono? .
Cos Kafka vede il proprio lavoro notturno, almeno finch sta bene, e quando egli cita questa
poesia ancora non  cosciente della propria irritazione contro Felice. In seguito, il 14 gennaio, in una
situazione che sta mutando - Felice lo ha deluso e comincia a venir meno l'ispirazione letteraria -, gli
torner in mente l'erudito cinese: Una volta mi hai scritto che ti piacerebbe sederti accanto a me
mentre io sto lavorando; tieni conto per che in tal caso non potrei scrivere... scrivere significa aprirsi a
dismisura... perci uno che sta scrivendo non sar mai solo abbastanza, e mentre scrive non ci sar mai
silenzio abbastanza intorno a lui, e la notte non sar mai notte abbastanza. Per questo il tempo che
abbiamo a disposizione non ci basta mai, lungo infatti  il cammino, e smarrirsi  cos facile... Ho gi
pensato pi volte che il modo migliore di vivere per me sarebbe di stare rinchiuso con una lampada e
l'occorrente per scrivere nella stanza pi remota di un vasto scantinato. Qualcuno mi porterebbe il cibo
posandolo, lontano dalla mia stanza, dietro la porta pi esterna dello scantinato. Io andrei a prenderlo
fin l passando in veste da camera sotto tutte le volte della cantina, e questa sarebbe la mia unica
passeggiata. Poi ritornerei al mio tavolo, mangerei lento e assorto, e subito dopo riprenderei a scrivere.
Che cosa non scriverei, allora! Da quali profondit scaturirebbe la mia scrittura! .
Questa lettera meravigliosa bisogna leggerla tutta, non  mai stato detto nulla di pi puro e
rigoroso sull'attivit letteraria. Tutte le torri d'avorio del mondo crollano al cospetto di questo inquilino
dello scantinato e il termine abusato e svuotato  solitudine dello scrittore  riacquista ad un tratto peso
e significato.
La solitudine della scrittura  l'unica vera felicit che per lui ha valore e alla quale anela con
ogni fibra del suo essere. Ma c' un'altra situazione, di tutt'altro genere, che pure lo soddisfa:  quella
dello spettatore, dell'uomo che contempla, rimanendo in disparte, il piacere di altri che da lui non si
aspettano nulla. Gli piace, per esempio, trovarsi in mezzo a gente che man-gi e beve tutto ci che egli
nega a se stesso.  Quando sono seduto a un tavolo con dieci conoscenti che bevono caff forte, a
quella vista provo una specie di felicit. La carne pu fumare intorno a me, i boccali di birra possono
essere vuotati a grandi sorsate, e il mio parentado al completo pu tagliare quelle succose salsicce
ebraiche... tutto questo, e molte altre cose anche peggiori non mi danno il minimo fastidio, e anzi mi
fanno un gran bene. E non  che io goda del male altrui, di questo son certo...  piuttosto un senso di
pace, una pace esente da ogni invidia, questo io provo nel vedere il piacere degli altri .
Forse sono proprio queste le due situazioni di benessere che da lui ci saremmo aspettati, bench
la seconda sia pi accentuata di quanto avremmo immaginato. Un altro fatto per ci stupisce, ed  che
gli  concessa la felicit di espandersi, e cio la felicit di leggere ad alta voce qualcosa di suo. Ogni
volta che scrive a Felice di aver letto in pubblico una sua opera, il tono delle lettere cambia. Kafka, che
 incapace di piangere, dopo aver letto La condanna, ha gli occhi pieni di lacrime. La lettera del 4
dicembre, da lui scritta subito dopo questa lettura,  di una foga davvero stupefacente: Carissima,
leggere in pubblico... mi piace da impazzire, fa cos bene al mio povero cuore tuonare nelle orecchie
tese e attente di quelli che mi ascoltano. E in effetti ho tuonato ben bene, e la musica proveniente dalle
sale attigue che voleva evitarmi la pena di leggere l'ho fatta svanire in un soffio. Sai, non c' nulla che
faccia pi piacere al corpo che comandare alla gente, o almeno credere al proprio comando . E
aggiunge che pochi anni addietro ancora vagheggiava di poter leggere in francese L'ducation
sentimentale - il libro di Flaubert che amava con pi passione - in una grande sala gremita di gente,
dove avrebbe continuato senza interruzione la sua lettura per i giorni e per le notti che avesse ritenuto
necessari...  e le pareti avrebbero trattenuto l'eco della mia voce .
Non si tratta propriamente di  comandare  : qui Kafka, a causa dello stato di esaltazione che
ancora lo pervade, non si esprime con la consueta precisione; ci che egli intende in realt proclamare 
una legge, una legge finalmente sicura, che nel caso di Flaubert  una specie di legge divina della quale
lui, Kafka, vuol essere il profeta. Ma percepisce altres quanto c' di liberatorio e di gaio in questo tipo
di espansione, e nel bel mezzo delle pene di febbraio e di marzo, ad un tratto informa brevemente
Felice: Bella serata da Max. Ho letto parte della mia storia in uno stato di frenesia. (Si tratta
probabilmente della conclusione della Metamorfosi).  Poi ci siamo lasciati piacevolmente andare e
abbiamo riso molto. Quando ci si barrica contro questo mondo chiudendo porte e finestre, pu capitare
che sorga l'illusione e quasi il vero inizio di una bella esistenza .
Verso la fine di febbraio Kafka riceve da Felice una lettera che lo atterrisce: a leggerla
sembrerebbe che Kafka non si sia mai accusato di nulla e che Felice non abbia mai udito, creduto,
capito niente. Egli non reagisce subito alle domande che lei gli ha posto, ma in compenso le risponde
poi con insolita brutalit:  Ultimamente mi hai domandato... quali siano i miei progetti e le mie
prospettive. La domanda mi ha sbalordito... com' ovvio non ho nessun progetto e nessuna prospettiva;
certo non posso entrare nel futuro, ci che so fare  avventarmi nel futuro, rotolarmi nel futuro,
inciampare nel futuro, e meglio ancora so restare a terra. Ma di progetti e prospettive sinceramente non
ne ho, se le cose mi vanno bene son tutto preso dal presente, e se invece mi vanno male gi maledico il
presente, figurarsi il futuro! .
 una risposta retorica e niente affatto precisa, com' dimostrato dalla maniera del tutto
inverosimile con cui egli descrive il suo rapporto col futuro.  la difesa di un uomo preso dal panico;
alcuni mesi dopo si riscontrano altre esplosioni retoriche simili a questa; esse si distanziano
vistosamente dal tono solitamente cos quieto ed equilibrato delle sue proposizioni.
Comunque, a partire da questa lettera, comincia a precisarsi il pensiero di una visita a Berlino
con cui Kafka si baloccava gi da qualche settimana. Vuole rivedere Felice in modo che lei si disgusti
di lui incontrandolo personalmente, dato che le sue lettere non sono servite allo scopo. Decide che
andr a trovarla per Pasqua, avr infatti due giorni di vacanza. Il modo in cui le annuncia questa visita
caratterizza talmente bene la sua indecisione, che mi  indispensabile citare alcuni passi dalle lettere
della settimana che precede la Pasqua. Kafka e Felice dovranno rivedersi per la prima volta dopo pi di
sette mesi,  il loro primo incontro dopo quell'unica famosa serata.
Il giorno 16 marzo, la domenica prima di Pasqua, egli le scrive: Te lo chiedo francamente,
Felice, avresti a Pasqua, domenica o luned, un'ora libera da dedicarmi, e nel caso tu l'avessi, ti
andrebbe bene se venissi a trovarti? .
Il luned le scrive:  Non so se potr partire, oggi la cosa  ancora in forse, domani magari avr
deciso... mercoled dovresti poterlo sapere con certezza.
Il marted: In s e per s l'impedimento al mio viaggio sussiste ancora e, temo, continuer a
sussistere; tuttavia, in quanto ostacolo, ha perso il suo significato e dunque, per ci che lo concerne,
potrei anche venire. Volevo dirti brevemente soltanto questo .
Il mercoled :  Parto per Berlino con l'unico intento di dire e mostrare a te, che sei stata
fuorviata dalle mie lettere, chi sono io veramente. Sar capace di chiarirti meglio le cose di persona di
quanto non ho saputo farlo per iscritto? ... Dove potr dunque incontrarti domenica mattina?
Comunque, se per caso dovesse sorgere qualche ostacolo alla mia partenza, te lo far sapere sabato al
pi tardi con un telegramma .
Il gioved:  ... e alle vecchie minacce si sono aggiunte da ultimo nuove minacce che potrebbero
impedire il mio breve viaggio. Si tengono normalmente proprio a Pasqua - non ci avevo pensato -
congressi di ogni sorta di associazioni... . Forse, aggiunge, sarebbe stato costretto a rappresentare il
suo Istituto di Assicurazioni a uno di questi congressi.
Il venerd: ...con ci non  affatto sicuro che io possa partire, la cosa si decider soltanto
domattina... Nel caso in cui partissi, allogger con ogni probabilit all'Askanischer Hof... Ma prima di
incontrarti, dovr fare una bella dormita.
Questa lettera Kafka la imbuca solo la mattina di sabato 22. Sulla busta troviamo scritto come
ultima notizia:  Sono ancora in forse . Ma poi la sera stessa sale sul treno per Berlino, dove arriva
nella tarda serata.
Il giorno di Pasqua, domenica 23, le scrive dal-l'Askanischer Hof:  Cos' successo, Felice?...
Sono arrivato a Berlino, devo ripartire verso le quattro o le cinque di oggi pomeriggio, passano le ore e
di te non ho ancora saputo nulla. Ti prego di mandarmi una risposta tramite il fattorino... Resto qui in
attesa al-l'Askanischer Hof .
Felice non credeva quasi pi che Kafka sarebbe arrivato, ci che si pu ben comprendere dopo
gli annunci contraddittori della settimana appena trascorsa. Kafka rimase sdraiato sul divano della sua
stanza d'albergo per circa cinque ore, non era sicuro che lei lo chiamasse. Felice abitava molto lontano,
comunque, alla fine egli riusc a vederla, ma lei aveva poco tempo, si incontrarono due volte in tutto
per pochi istanti. Era il loro primo incontro dopo sette mesi.
Ma Felice, evidentemente, sa sfruttare bene anche quei pochi istanti. Prende su di s la
responsabilit di tutto. Dice che non pu pi fare a meno di lui. Il risultato pi importante di quella
visita  la decisione che si rivedranno il giorno della Pentecoste. La separazione, anzich sette mesi,
durer questa volta solo sette settimane. Si ha l'impressione che Felice abbia imposto a se stessa e
anche a lui un preciso obiettivo, e tenti di infondergli il coraggio di prendere una decisione.
Quattordici giorni dopo il suo ritorno a casa, Kafka le comunica una notizia che la sorprende: 
stato a lavorare, in camicia e calzoni sotto il freddo e la pioggia, presso un giardiniere fuori citt, in un
sobborgo di Praga. La cosa gli ha fatto bene. Mirava soprattutto a  liberarsi per un paio d'ore dalla
mania di auto-torturarsi e, in contrasto con il lavoro fantomatico dell'ufficio... a svolgere un'attivit
ottusa, onesta, utile, silenziosa, solitaria, sana e faticosa. Grazie al giardinaggio, aggiunge, potr forse
conquistarsi un sonno un po' migliore. Poco prima aveva accluso a una lettera per Felice un biglietto
nel quale Kurt Wolff ha chiesto che gli siano mandati II fuochista e La metamorfosi. Sembrerebbe che
in Kafka rinasca la speranza di essere apprezzato da Felice come scrittore.
Tuttavia, gi il 1 aprile, le aveva scritto una lettera di tutt'altro tenore, una di quelle 
controlettere  che egli era solito preannunciare per mettere in rilievo che in essa avrebbe detto
qualcosa di definitivo :  Il mio vero timore - ed  certo la cosa pi grave che io possa dirti e tu udire da
me -  che non potr mai possederti... Che potr sedermi accanto a te e, come gi  successo, sentire il
tuo respiro e la vita del tuo corpo al mio fianco, ed essere in realt pi lontano da te di quanto lo sia ora
nella mia stanza... Temo insomma che rimarr escluso da te per sempre... anche se tu ti chini cos
profondamente verso di me da metterti in pericolo... . Questa lettera allude al timore dell'impotenza;
ma non bisogna sopravvalutarla, va vista soltanto come una delle tante angosce di Kafka nei riguardi
del proprio corpo, angosce di cui si  gi parlato ampiamente. Felice non reagisce affatto a questa
lettera, come se non capisse ci che Kafka vuol dirle, o come se lo conoscesse troppo bene per volerlo
capire.
Ma durante i dieci giorni che lei passa a Francoforte, dove presenzia a una fiera per conto della
sua dit-ta, Kafka riceve poche notizie, qualche cartolina postale e un telegramma spedito dalla sala dei
banchetti. E anche dopo il suo ritorno a Berlino, le lettere di Felice diventano pi brevi e meno
frequenti. Forse si  resa conto che solo cos pu davvero influenzarlo, e infatti, lesinandogli le lettere,
lo spinge ad accelerare la decisione che da lui si aspetta. Kafka si mostra allarmato:  Le tue ultime
lettere sono cambiate. Le cose che mi riguardano non sono pi cos importanti per te e, ci che  molto
peggio, non ti importa pi di scrivermi di te . Discute con lei il viaggio di Pentecoste. Fa inoltre un
passo decisivo, dice di voler conoscere i suoi genitori. Ma la scongiura di non andarlo a prendere alla
stazione di Berlino, quando arriva dopo un viaggio ha sempre un aspetto orribile.
L'11 e il 12 maggio Kafka rivede Felice a Berlino. Questa volta passa con lei pi tempo che a
Pasqua ed  ricevuto dalla sua famiglia. La quale, scriver poco dopo, ha dimostrato nei suoi confronti
un atteggiamento di completa rassegnazione.  Io mi sentivo cos piccolo, tutti quelli che mi stavano
intorno erano invece giganteschi e il loro viso esprimeva un totale fatalismo. Ci corrispondeva in
pieno ai rapporti esistenti, essi ti possedevano e perci erano grandi, io non ti possedevo e perci ero
piccolo... Devo aver fatto su di loro una pessima impressione...! . C', in questa lettera, una curiosa
traduzione dei rapporti di possesso e di potere in termini di piccolezza e grandezza fsica.
L'equivalenza tra piccolezza e impotenza  familiare a tutti coloro che conoscono le opere di Kafka. Ed
ecco qui l'immagine contrastante dei giganteschi familiari di Felice Bauer che a Kafka appaiono
ultrapotenti.
Ma non  soltanto la famiglia, specialmente la madre, che spaventa e paralizza Kafka, egli 
anche preoccupato per l'influsso che lui stesso ha su Felice:  ... tu non sei certo me, sei fatta per il
commercio, sei un tipo efficiente, che pensa rapidamente, prende nota di tutto, ti ho vista in casa tua...
ti ho vista a Praga tra gente estranea, sempre partecipe e sicura nello stesso tempo - e invece quando sei
con me ti afflosci, o distogli lo sguardo o lo punti sull'erba, lasci che le mie stupide parole e il mio
silenzio, assai pi motivato, ti scivolino addosso, non c' nulla che tu voglia seriamente sapere da me,
soffri, soffri, non fai altro che soffrire... . Non appena Felice  da sola con Kafka, si comporta
esattamente come lui: ammutolisce, diventa incerta e svogliata.  probabile per che egli non abbia
colto rettamente il motivo della sua indecisione. Felice non pu essere seriamente intenzionata a sapere
qualche cosa da lui, perch sa benissimo che cosa dovrebbe aspettarsi : dubbi, dubbi su dubbi gi pi
volte esternati, ai quali lei non avrebbe da contrapporre nient'altro che la semplice risoluzione a
fidanzarsi.  curioso, tra l'altro, che l'immagine che Kafka ha di Felice sia ancora cos fortemente
determinata da quel-l'unica serata trascorsa con lei a Praga  tra gente estranea. Forse il lettore
comprender adesso come mai all'inizio si  parlato cos a lungo della sera del loro primo incontro.
Tuttavia, quali che siano le nuove perplessit nate in Kafka per il modo in cui Felice si
comporta in sua presenza, egli le promette di scrivere una lettera a suo padre sottoponendola prima alla
sua approvazione. Questa lettera egli l'annuncia il 16 maggio e poi di nuovo il 18, il 23 illustra nei
dettagli quello che intende scrivere, ma la lettera non arriva, Kafka non ce la fa, non riesce proprio a
scriverla. Lei si serve a questo punto della sua unica arma, il silenzio, e lo lascia dieci giorni senza
notizie. Arriva infine  il fantasma di una lettera; lui se ne lamenta amaramente e la cita: Siamo qui
tutti riuniti nel ristorante dello zoo, dove abbiamo passato l'intera giornata. Sto scrivendo su un foglio
che tengo sotto il tavolo e ogni tanto parlo con gli altri di progetti per la villeggiatura . Egli la implora
di scrivergli delle lettere che siano come quelle di un tempo:  Carissima Felice, ti prego di scrivermi
ancora come un tempo: di te, del tuo ufficio, delle tue amiche, della tua famiglia, delle passeggiate che
fai, dei libri che leggi, non immagini quanto tutto questo mi serva per vivere . Vuol sapere la lei se
ha trovato un significato nel racconto La condanna, quale che sia. Le manda 11 fuochista che  appena
uscito. Felice gli scrive finalmente una lettera pi dettagliata, e questa volta  lei che manifesta dei
dubbi. Lui le dice che sta preparando  un saggio  per risponderle, ma non  ancora riuscito a finirlo, e
dopo questo annuncio le lettere di Felice subiscono un nuovo arresto. Disperato di questo silenzio,
Kafka le scrive il 15 giugno :  Che cosa pretendo da te? Che cosa mi spinge a perseguitarti? Perch
non rinuncio, perch non mi arrendo a nessun segno? Col pretesto di volerti liberare della mia presenza
ti sto alle calcagna... . Poi, il 16 giugno, le manda finalmente il  saggio , al quale ha lavorato, a
intervalli, per una settimana intera.  la lettera in cui prega Felice di diventare sua moglie.
Non si pu immaginare una proposta di matrimonio pi bizzarra di questa. La lettera  piena di
difficolt, egli dice di s una quantit di cose che ostacolano la convivenza matrimoniale, e pretende da
lei che si pronunci su ciascuna di esse. Nelle lettere che seguono non fa altro che aggiungere nuove
difficolt. In esse si manifesta con estrema chiarezza la sua resistenza a convivere con una donna. Ma
altrettanto chiaramente risulta che egli teme la solitudine e pensa alla forza che potrebbe derivargli
dalla presenza accanto a s di un altro essere umano. Le condizioni che pone al loro matrimonio sono
in sostanza impossibili da soddisfare ed egli conta su un rifiuto di Felice da lui stesso desiderato e
provocato. Nello stesso tempo, per, spera che il sentimento di lei sia talmente forte e incrollabile da
spazzar via ogni difficolt e da indurla, malgrado tutto, a raccogliere la sfida. Non appena lei dice di s,
lui si rende conto che mai e poi mai avrebbe dovuto lasciare a lei una simile decisione.  Le
controprove non sono finite, ce n' anzi una sfilza interminabile . Per in apparenza acconsente al  s
 di
Felice e le dice che l'accetta come  cara fidanzata. E subito dopo... devo dirti che ho una paura
insensata del futuro che ci aspetta e della infelicit che pu nascere dalla nostra convivenza a causa
della mia indole e per mia colpa, infelicit che certo colpirebbe innanzitutto e totalmente te, perch io
in definitiva sono un uomo freddo, egoista e insensibile, a dispetto delle mie molte debolezze, che
mascherano questi difetti pi che attenuarli .
E ora comincia la lotta inesorabile di Kafka contro il fidanzamento, una lotta che si protrae per i
due mesi successivi e termina con la sua fuga. La frase che abbiamo appena citato illustra la natura di
questa lotta. Mentre in passato diremmo quasi che egli abbia dato di s una rappresentazione onesta,
ora che il panico aumenta, le sue lettere assumono un tono sempre pi retorico. Non lascia niente di
intentato pur di diventare l'accusatore di se stesso e certo non si pu negare che si comporti qualche
volta in maniera vergognosa. Seguendo un suggerimento di sua madre, incarica un'agenzia
investigativa di Berlino di indagare sulla reputazione di Felice, della quale descrive poi alla stessa
Felice  il resoconto raccapricciante, ma anche comicissimo. Avremo altre occasioni di riderne insieme
. A quel che sembra, lei non si scompone affatto, forse per quel tono divertito di cui non riesce a
cogliere la falsit. Ma subito dopo, il 3 luglio, lui compie trent'anni e le comunica di aver acconsentito
al desiderio dei propri genitori di prendere informazioni anche sulla famiglia di lei. In questo modo
per ferisce profondamente Felice, che ama la sua famiglia. Kafka difende questo passo con sofistici
argomenti, giungendo perfino a invocare di nuovo la propria insonnia, e, pur non ammettendo
assolutamente di essere in torto, chiede perdono a Felice per averla mortificata e ritira l'assenso dato in
precedenza ai genitori. L'intera faccenda  in tale contrasto con la sua indole che non pu essere
spiegata se non con il timore panico di fronte alle conseguenze del fidanzamento.
Nel momento in cui deve salvarsi dal pericolo del matrimonio, gli resta come unico mezzo
l'eloquenza contro se stesso. Essa  immediatamente riconoscibile come tale, la sua principale
caratteristica  il camuffamento dell'angoscia sotto forma di ansiosa sollecitudine per la sorte di Felice.
 Non  vero che da mesi mi contorco davanti a te come un essere velenoso? Non sono continuamente
ora qua ora l? Non ti viene male al solo guardarmi? Ancora non ti rendi conto che devo restare chiuso
in me stesso se voglio proteggerti dalla sventura, la tua sventura, Felice, una sventura che colpirebbe
te?. E la incoraggia poi a fare in modo che il padre si opponga alla sua proposta di matrimonio,
magari addirittura esibendogli le sue lettere :  Sii leale, Felice, con tuo padre, visto che io non lo sono
stato, digli che uomo sono, mostragli le mie lettere e fatti aiutare da lui per uscire dal cerchio maledetto
nel quale io, accecato dall'amore com'ero in passato e come sono tuttora, ti ho spinta con le mie lettere,
con le mie suppliche, con i miei scongiuri. C' qui un tono rapsodico che assomiglia a quello di
Werfel, che Kafka conosceva bene e dal quale si sentiva attratto in una maniera che oggi ci appare
inspiegabile.
Non si pu dubitare della sincerit del suo tormento, e quando costringe Felice, che ormai 
soltanto una chimera, a uscire di scena, le dice su di s delle cose che vanno dritte al cuore. Tremenda e
spietata  la consapevolezza che Kafka ha di se stesso e della propria indole. Tra le molte sue frasi, ne
ricordo qui una soltanto, che a me pare la pi significativa e la pi atroce: dice che accanto
all'indifferenza, la paura  il sentimento principale che lui prova nei confronti degli esseri umani.
Si potrebbe partire da qui per spiegare la singolarit della sua opera, nella quale mancano quasi
tutti gli affetti che pullulano nel caotico e volubile chiacchiericcio della letteratura. Ebbene, riflettendo
con coraggio sul mondo nel quale viviamo, ci rendiamo conto che in esso predominano ormai
l'indifferenza e la paura. E Kafka, proprio perch su questo si  espresso senza remore,  il primo ad
averci offerto l'immagine di questo mondo.
Il 2 settembre, dopo due mesi di un tormento che cresce ininterrottamente, egli annuncia ad un
tratto a Felice la propria fuga.  una lunga lettera scritta in entrambi i linguaggi: quello retorico e
quello dell'intima consapevolezza. In favore dello scrivere ha deciso di rinunciare a lei,  la pi grande
felicit umana che a lui naturalmente  negata. Quanto a s, questo  l'insegnamento tratto dai suoi
modelli :  Dei quattro uomini che io sento... come i miei veri consanguinei, Grillparzer, Dostoevskij,
Kleist e Flaubert, solamente Dostoevskij si  ammogliato e forse solo Kleist ha trovato la giusta via
d'uscita quando, incalzato dalle tribolazioni esterne e interne, si  ucciso con un colpo di pistola.... Le
dice poi che il sabato successivo andr a Vienna per partecipare al Congresso internazionale di igiene e
pronto soccorso, probabilmente si fermer fino all'altro sabato, indi si recher in una casa di cura a
Riva del Garda e poi, da l, far forse un ultimo viaggetto nell'Italia del Nord. Quanto a lei, la invita a
impiegare questo tempo per ritrovare la sua serenit. Purch lei sia serena, egli  disposto a rinunciare
del tutto alle sue lettere. Per la prima volta non supplica Felice di scrivergli. Lui stesso in realt non ha
intenzione di scriverle. Non le dice, forse per delicatezza, che il vero congresso che lo attrae a Vienna 
quello dei sionisti:  passato un anno da quando lui e Felice avevano parlato di fare un viaggio insieme
in Palestina.
Pass a Vienna dei giorni tremendi. Era in uno stato talmente pietoso che trov insopportabile il
congresso e tutta la gente che gli tocc di incontrare. Tent invano di riprendersi scrivendo alcune
annotazioni sul suo diario, e cos lasci Vienna per recarsi a Venezia. Da ci che dice in una lettera
spedita da Venezia a Felice, sembra essersi consolidato il suo rifiuto di legarsi a lei. Trascorse poi
alcuni giorni nella casa di cura di Riva del Garda dove conobbe la svizzera. Stabil molto in fretta un
contatto con lei e da esso nacque un amore che egli non avrebbe rinnegato mai pi, pur parlandone
sempre con grande tatto e discrezione. Non dur pi di dieci giorni questo suo amore e, a quanto pare,
lo liber per un periodo dall'odio che sentiva contro se stesso. Per sei settimane, fra met settembre e
fine ottobre, si interruppe il legame fra lui e Felice. Egli non le scrisse, tutto in quel periodo gli
sembrava preferibile alle insistenze di lei per un fidanzamento. Dato che non aveva pi notizie di
Kafka, Felice mand da lui a Praga l'amica Grete Bloch, affinch facesse da intermediaria tra loro due.
Attraverso una terza persona cominci ora una nuova e curiosissima fase del loro rapporto.
Non appena Grete Bloch comparve sulla scena, in Kafka si oper una scissione. Le lettere che
l'anno prima scriveva a Felice, ora le indirizza a Grete Bloch. Grete  ora la persona di cui egli desidera
sapere ogni cosa e a cui pone le solite, vecchie domande. Vuole farsi un'idea di come lei vive, del suo
lavoro, del suo ufficio, dei suoi viaggi. Vuole risposte immediate alle proprie lettere, e poich qualche
volta Grete gli risponde con un certo ritardo, minimo in verit, le chiede di adottare un ritmo Tegolare,
che lei tuttavia rifiuta. Egli si interessa dei problemi della sua salute, vuole sapere quali siano le sue
letture. In parecchie cose ha pi successo che con Felice, Grete Bloch  pi vivace, pi ricettiva, pi
appassionata. Accoglie per esempio i suoi suggerimenti : anche se non legge subito i libri che egli le
raccomanda, ne prende nota e ci ritorna su in un secondo tempo. Malgrado conduca una vita pi
malsana e disordinata di Felice, medita sui consigli che Kafka le d in questo campo, li rammenta nelle
sue risposte e, cos facendo, lo stimola a darle suggerimenti ancora pi dettagliati : non vuole che egli
abbia l'impressione di non poterla minimamente influenzare. Kafka in queste lettere  pi sicuro di s,
se non si trattasse di lui saremmo tentati di dire che  diventato pi imperioso. Questa specie di
semplificazione della precedente corrispondenza gli appare com' ovvio pi facile di quanto non fosse
a suo tempo l'originale,  una tastiera sulla quale si  gi esercitato. C' in queste lettere una giocondit
che solo assai di rado si riscontra nelle lettere precedenti, egli cerca con grande schiettezza di piacere a
Grete e di conquistarsi la sua simpatia.
In due cose, per, questa corrispondenza si differenzia in maniera essenziale da quella
precedente. Kafka con Grete si lamenta molto meno,  quasi avaro nei suoi lamenti. Siccome lei gli
apre molto in fretta il suo cuore raccontandogli le proprie difficolt, commosso dalla sua tristezza,
Kafka la conforta, Grete diventa un po' la sua compagna di sventura, anzi alla fin fine si identifica con
lui. Egli cerca di renderla partecipe delle proprie avversioni, nei confronti di Vienna, per esempio,  l
che le manda le sue lettere; dopo la infelice settimana dell'ultima estate, Vienna  una citt che lui
detesta. Fa di tutto per allontanare Grete da Vienna e alla fine ci riesce. Lei ha inoltre la fortuna di
essere una efficientissima donna d'affari, o almeno cos la crede lui,  questo l'unico tratto che Grete ha
in comune con Felice e dal quale Kafka pu trarre forza come in passato.
L'oggetto principale di queste lettere rimane comunque Felice. Grete  arrivata a Praga la prima
volta come sua ambasciatrice. Fin dall'inizio Kafka pu parlare con lei apertamente di tutte le
vicissitudini della sua storia con Felice. Ma Grete alimenta di continuo, in questo  molto abile,
l'interesse che lui le ha dimostrato fin dall'inizio. Gi nel primo colloquio gli dice su Felice delle cose
che suscitano la sua avversione, gli riferisce per esempio la questione del trattamento dentistico: ne
sentiremo ancora parlare di quei denti d'oro. Comunque funge anche da intermediaria quando Kafka 
in gravi difficolt e tutto il resto non serve pi: in quei casi riesce a indurre Felice a scrivergli una
cartolina postale o comunque a dargli notizie di s. Kafka di questo le  grato e la riconoscenza
accresce la simpatia, bench egli spieghi con chiarezza che il suo interesse per lei, Grete, non deriva
soltanto dal fatto che entrambi hanno un rapporto con Felice. Le sue lettere diventano sempre pi
affettuose, almeno quando parla di Grete, perch Felice vi  invece menzionata con ironia e un certo
distacco.
 proprio questa distanza, a cui egli  giunto grazie alla corrispondenza con Grete, ma
certamente anche per influsso delle conversazioni con lo scrittore Ernst Weiss, un suo nuovo amico che
non amando Felice lo sconsiglia vivacemente di sposarla,  proprio questa distanza che restituisce
vigore alla caparbiet di Kafka, il quale ricomincia a corteggiare Felice. Ora egli si mostra deciso a
fidanzarsi con lei e poi a sposarla, e conduce la sua battaglia con una risolutezza che mai gli si sarebbe
attribuita basandosi sul suo precedente comportamento. Egli  ora pienamente consapevole dell'errore
commesso l'anno prima, quando tutt'a un tratto, proprio alla vigilia del fidanzamento ufficiale, ha
deciso di piantare in asso Felice e se n' andato a Vienna e poi a Riva del Garda. In una interminabile
lettera di quaranta pagine, datata fra la fine del 1913 e l'inizio del 1914, egli parla a Felice della
svizzera e, per la seconda volta, chiede la sua mano.
La resistenza di lei non  meno tenace dell'insistenza di lui, ma dopo l'esperienza che Felice ha
avuto con Kafka, sarebbe difficile volergliene per questo. Ma proprio la resistenza di Felice accresce la
risolutezza e l'ostinazione di Kafka. Egli riesce a sopportare le umiliazioni e i colpi pi dolorosi solo
perch pu confidarsi con Grete Bloch, alla quale in effetti riferisce tutto, subito e per esteso. Una parte
assai considerevole dei suoi tormenti si traducono in accuse contro Felice. Nel leggere le lettere che
spesso egli scrive a Grete e a Felice nella stessa giornata, scompaiono i dubbi su quale tra le due donne
sia quella da lui amata. Le parole d'amore che si trovano nelle lettere a Felice suonano false e
inverosimili, mentre nelle lettere a Grete Bloch l'amore si legge solo tra le righe, perlopi  inespresso,
ma proprio per questo  tanto pi vero.
Comunque Felice resta fredda e indifferente per due mesi e mezzo. Tutte le cose penose che
Kafka aveva detto sul proprio conto l'anno prima, gli vengono ora rinfacciate da Felice che le riduce al
suo linguaggio primitivo. Comunque perlopi lei tende a non esprimersi affatto. Durante una visita
inattesa che lui le fa a Berlino, gli tocca subire, mentre vanno a passeggio nel giardino zoologico, la pi
cocente delle umiliazioni. Pur inchinandosi davanti a lei  come un cane , non ottiene nulla. Il
racconto di questa umiliazione e dell'effetto che essa ha avuto su di lui  suddiviso in varie lettere a
Grete Bloch, e ha una notevole importanza anche a prescindere dalle vicissitudini del suo
fidanzamento. Da esso risulta con chiarezza che le umiliazioni erano per lui un motivo di profonda
sofferenza.  vero che Kafka aveva il dono particolare di farsi piccolo piccolo, ma questo dono lo
utilizzava per mitigare le umiliazioni, e il piacere che da esso traeva derivava appunto dall'essere
riuscito in questo intento. Sotto questo aspetto c' una grande differenza tra lui e Dostoevskij ; al
contrario di quest'ultimo, infatti, Kafka  un uomo molto orgoglioso. Essendo per profondamente
impregnato di Dostoevskij ed esprimendosi spesso mediante le sue parole, qualche volta possiamo
rischiare di fraintenderlo su questo punto. E invece non succede mai che egli si veda come un verme
senza detestarsi.
La perdita del fratello, un bel ragazzo che lei ammirava e che - a quanto sembra - fu costretto a
lasciare Berlino e a emigrare in America per una sor-elida faccenda di quattrini, min la sicurezza di
Felice e ne incrin le difese. Kafka vede subito il vantaggio che pu trarre da questa circostanza e nel
giro di quattro settimane la persuade finalmente a fidanzarsi. A Pasqua del 1914 ha luogo a Berlino il
fidanzamento non ufficiale.
Subito dopo il suo ritorno a Praga, Kafka ne fa un resoconto a Grete Bloch: Non saprei
indicare nien-t'altro che in tutta la mia vita io abbia fatto con tanta risolutezza... . Ma c'era un'altra
cosa che egli voleva scriverle senza por tempo in mezzo.  Il mio fidanzamento o il mio matrimonio
non cambia minimamente il nostro rapporto, che contiene, per me almeno, possibilit belle e
assolutamente indispensabili . E le rinnova la preghiera di potersi incontrare con lei, come gi in
passato aveva sognato spesso, preferibilmente a Gmnd, cio a met strada tra Praga e Vienna. Ma
mentre altre volte aveva pensato che si sarebbero incontrati loro due soli a Gmnd il sabato sera, e che
poi, la domenica sera, ciascuno sarebbe ritornato nella propria citt, ora pensa a un incontro al quale sia
presente anche Felice.
Il suo affetto per Grete aumenta dopo il fidanzamento di Pasqua. Senza di lei non sarebbe
riuscito a fidanzarsi, questo Kafka lo sa. Grazie a Grete ha ritrovato la forza e il necessario distacco nei
confronti di Felice. Ma ora che tutto  sistemato, Grete gli  diventata ancora pi indispensabile. La
supplica di continuare a essergli amica con un tono, data la sua indole, quasi focoso. Grete vuole
indietro le lettere che gli ha scritto, ma lui non vuole restituirgliele.  legato a quelle lettere come se a
scriverle fosse stata la sua fidanzata. Kafka, che in linea di principio non tollera la presenza di nessuno
nella propria stanza e nel proprio alloggio, rivolge fin d'ora a Grete un pressante invito a recarsi il
prossimo inverno nella casa nella quale abiter con Felice. La supplica di raggiungerlo a Praga, e poi di
accompagnarlo a Berlino, al posto di suo padre, per la cerimonia del fidanzamento ufficiale. Continua
inoltre a interessarsi, forse con pi calore di prima, ai suoi affari pi personali. Grete gli dice di aver
visitato nel museo di Vienna la stanza di Grillparzer, come lui le aveva pi volte raccomandato con
insistenza. Lui la ringrazia per questa notizia con le seguenti parole:   stato molto gentile da parte
Sua far visita al museo... Sentivo il bisogno di sapere che Lei avesse visitato la stanza di Grillparzer e
che quindi fosse nato anche tra me e quella stanza un rapporto fisico . Lei soffre di mal di denti ed egli
reagisce a questa notizia con molte domande preoccupate, cogliendo l'occasione per descrivere
l'effetto che gli fa la dentatura quasi tutta d'oro di Felice: Per dir la verit all'inizio mi sentivo
costretto ad abbassare lo    sguardo davanti ai denti di F., tanto ero spaventato da quell'oro luccicante
(un luccichio veramente infernale in quel luogo cos poco adatto)... in seguito li   guardavo apposta
ogni volta che mi era possibile... per tormentarmi e persuadermi che erano proprio cos. In un attimo di
smemoratezza ho perfino domandato a F. se per caso non si vergognasse. Per fortuna, com' naturale,
non si vergognava affatto. Ma ora con tutto questo... mi sono quasi del tutto riconciliato. Non mi
auguro pi che spariscano i suoi denti d'oro... ma in verit non me lo sono mai augurato. Adesso mi
sembra quasi che l ci stiano bene, son talmente precisi...  un chiarissimo difetto umano, gentile, che
deve continuamente esibirsi e che nessuno potrebbe mai negare di aver visto, un difetto che forse mi
rende F. pi vicina di quanto non sarebbe con una dentatura sana, che in un certo senso mi apparirebbe
anche pi spaventosa.
Con i suoi difetti, che ora egli vedeva - e ne aveva degli altri, oltre i denti d'oro - Kafka voleva
che Felice diventasse sua moglie. Nel corso dell'anno precedente, egli si era presentato a lei nella
maniera pi atroce, cio con tutti i propri difetti. Pur dandole una simile immagine di s, non era
riuscito a spaventare Felice, e tuttavia la verit di quell'immagine lo aveva sopraffatto con una tale
violenza che per sfuggire ad essa e a Felice era scappato prima a Vienna e poi a Riva del Garda. L,
nella sua solitudine e in uno stato di profonda prostrazione, aveva incontrato  la svizzera  e, bench
pensasse di esserne incapace, era riuscito ad amarla. Risult in tal modo sconvolta quella che in seguito
egli chiamer la sua  costruzione  di s. Ritengo che a quel punto divenne per lui una questione
d'orgoglio riuscire a riparare al proprio fallimento e fare in modo che Felice diventasse sua moglie.
Ora, per, nella forma di una caparbia resistenza da parte di lei, Kafka speriment gli effetti del proprio
autoritratto. Una compensazione poteva darsi soltanto se riusciva a diventare il marito di Felice che era
deciso a sposare con tutti i suoi difetti - dei quali cominci, avido, ad andare a caccia. Ma questo non
era certo amore, anche se Kafka non glielo diceva. Nel corso della battaglia durissima per riconquistare
Felice, nacque in lui l'amore per Grete Bloch, la donna senza il cui aiuto egli non avrebbe mai potuto
sostenere quella battaglia. Solo cooptandola mentalmente nella loro futura vita coniugale, questa poteva
dirsi completa. Tutte le azioni istintive compiute da Kafka nel corso delle sette settimane tra Pasqua e
Pentecoste sono orientate in questa direzione. Certo egli sperava che Grete lo avrebbe aiutato nei
penosissimi frangenti esteriori in cui tra breve si sarebbe trovato e che tanto lo spaventavano. Ma c'era
un'altra idea, assai pi pregnante, che entrava in gioco: e cio che il matrimonio, da lui concepito come
una sorta di dovere e di atto morale, non potesse riuscire senza l'amore, e che la presenza di Grete
Bloch, donna da lui amata, avrebbe portato l'amore nel suo matrimonio.
A questo proposito bisogna dire che per Kafka, il quale assai di rado si sentiva a suo agio nel
parlare, l'amore nasce dalla parola scritta. Felice, Grete Bloch e Milena sono state certamente le tre
donne pi importanti della sua vita. I sentimenti di Kafka nei loro confronti si sono sviluppati
attraverso le lettere.
Accadde poi quello che ci si poteva aspettare : il fidanzamento ufficiale a Berlino atterr Kafka.
Durante il ricevimento che la famiglia Bauer diede il 1 giugno 1914, egli si sent, malgrado la
presenza ardentemente desiderata di Grete Bloch,  legato come un criminale. Non sarebbe stato
peggio se mi avessero davvero messo in catene in un angolo con davanti dei gendarmi, non
permettendomi di assistere alla scena in maniera diversa. E questo fu il mio fidanzamento, e tutti si
sforzavano di farmi animo e, non riuscendoci, di sopportarmi cos com'ero .  un'annotazione scritta
qualche giorno dopo nel suo diario. In una lettera a Felice, quasi due anni dopo, egli descrive un altro
episodio di quei giorni, di cui sente ancora nelle ossa tutta l'atrocit: le rammenta infatti che a Berlino
si erano recati insieme ad acquistare dei  mobili per la sistemazione di un funzionario residente a
Praga,... Mobili massicci, i quali, una volta sistemati, sembravano quasi non poter essere pi spostati.
Ci che tu apprezzasti di pi era proprio la loro solidit. La credenza mi pesava sullo stomaco, era un
perfetto monumento funebre o monumento alla vita di un funzionario di Praga. Se da qualche angolo
riposto di quel magazzino di mobili avessimo sentito risuonare un campanello funebre, la cosa non ci
sarebbe parsa inappropriata .
Gi il 6 giugno, pochi giorni dopo quel ricevimento, Kafka, rientrato a Praga, scrisse a Grete
Bloch una lettera che suona sinistramente familiare a chi conosce il carteggio dell'anno precedente : 
Cara signorina Grete, ieri  stata di nuovo una giornata in cui mi sono sentito completamente legato,
incapace di muovermi, incapace di scriverLe quella lettera a cui mi spingeva il residuo di vita che
ancora c'era in me. Qualche volta veramente non so - per il momento non l'ho detto ad altri che a Lei -
come posso assumermi la responsabilit di ammogliarmi nello stato in cui sono .
Ma l'atteggiamento di Grete Bloch nei suoi confronti era radicalmente mutato. Lei ora viveva a
Berlino, come sarebbe piaciuto anche a lui, citt nella quale non si sentiva cos sola come a Vienna.
Aveva non solo suo fratello, a cui era assai legata, ma vari altri vecchi amici, e Felice che vedeva
regolarmente. Aveva compiuto la sua missione, della quale probabilmente era stata sinceramente
compresa, era riuscita cio a mandare in porto il loro fidanzamento. Eppure, fino a poco prima di
trasferirsi a Berlino, Grete aveva accettato le lettere di Kafka, lettere di un amore dissimulato a stento
alle quali aveva sempre risposto, esistevano tra loro dei segreti riguardanti Felice, e certo era nato
anche in Grete un forte sentimento nei riguardi di Kafka. Avevano discusso per lettera dell'abito che lei
avrebbe indossato il giorno del fidanzamento, sembrava che fosse la promessa sposa. Non faccia pi
nulla per migliorarlo,  dice Kafka a proposito del suo abito  in ogni caso, ormai, sar guardato con la
pi grande tenerezza. Questa lettera gliela scrisse alla vigilia del viaggio e del fidanzamento.
Il fidanzamento, nel quale Grete non svolse comunque la parte della sposa, rappresent per lei
certamente uno shock. Quando Kafka poco dopo si lament in una lettera per il fatto che ancora tre
mesi lo separavano dal giorno delle nozze, Grete gli rispose cos :  Son sicura che riuscir a
sopravvivere per questi tre mesi .  una frase soltanto (si sa cos poco di lei), che basta per a
dimostrare la gelosia di cui certamente ebbe a soffrire. E ora che viveva cos vicina a Felice, di sicuro si
sentiva particolarmente colpevole. E poich riusciva a liberarsi del proprio senso di colpa solo
prendendo le parti di Felice, divenne tutt'a un tratto la nemica di Kafka, cominci a spiarlo con
sospetto e a mettere in dubbio la seriet dei suoi propositi matrimoniali. Egli tuttavia continu a
scriverle fiducioso, e sempre pi sfog nelle sue lettere l'angoscia che lo assaliva al pensiero delle
nozze imminenti. Grete cominci a incalzarlo, Kafka si difese adducendo i soliti argomenti della
propria ipocondria, e poich l'interlocutrice era lei, si spieg in modo pi convincente e ponderato che
non nelle lettere a Felice dell'anno prima. Riusc a metterla in allarme, Grete mise in guardia Felice e
Kafka fu chiamato a comparire davanti al  tribunale  di Berlino.
Il tribunale di Berlino del luglio 1914, nell'albergo Askanischer Hof, segna la crisi della
doppia relazione con le due donne. Apparentemente a Kafka venne imposta dall'esterno la rottura del
fidanzamento a cui egli aspirava con tutte le sue forze. In verit la cosa si svolse come se egli avesse
selezionato personalmente i signori di quella Corte di giustizia, li aveva preparati come mai un
imputato ha fatto prima di lui. Lo scrittore Ernst Weiss, che abitava a Berlino, era suo amico da sette
mesi, e in questa amicizia, oltre al talento letterario, portava qualcosa che aveva per Kafka un valore
inestimabile : una incrollabile avversione per Felice che fin dall'inizio lo aveva reso contrario a quel
fidanzamento. Kafka aveva circuito Grete Bloch per un periodo altrettanto lungo nella speranza di
conquistare il suo amore. Con le sue lettere l'aveva incantata e tirata sempre pi dalla sua parte. Nel
periodo intercorso tra il fidanzamento privato e quello ufficiale aveva indirizzato le sue lettere d'amore
a Grete Bloch anzich a Felice. Grete si trov dunque in una situazione di estrema difficolt dalla quale
poteva uscire solamente rovesciando il rapporto, ed erigendosi lei a giudice di Kafka. I punti
dell'accusa di Felice fu Grete a giocarli contro Kafka, aveva sottolineato in rosso alcuni brani delle
lettere che lui le aveva indirizzato. Felice si era portata in  tribunale  la sorella Erna, forse per
controbilanciare la presenza del nemico Ernst Weiss. L'accusa fu dura e astiosa, e venne pronunciata
da Felice in persona, dalle scarse testimonianze di cui disponiamo non risulta con chiarezza se e in che
misura Grete Bloch vi intervenne direttamente. Comun-que fu presente alla scena, e Kafka vide in lei il
suo vero giudice. Non disse una sola parola, non si difese affatto, e il fidanzamento and in frantumi
come lui si era augurato. Lasci subito Berlino e and al mare per due settimane in compagnia di Ernst
Weiss. Nel suo diario  descritta la sensazione di paralisi di quelle giornate berlinesi.
Guardando a questi fatti retrospettivamente, si pu certo supporre che Grete Bloch abbia agito
cos per mandare a monte una relazione di cui era gelosa. Si pu inoltre sostenere che Kafka, in una
sorta di premonizione, l'abbia prima spinta a trasferirsi a Berlino, e poi con le sue lettere l'abbia messa
in una situazione tale da indurla a trovare la forza, che a lui mancava, di salvarlo dal fidanzamento con
Felice.
Tuttavia, la modalit di questa rottura, il suo concentrarsi nella forma di un  tribunale  -  il
nome che rimase da allora - ebbe su Kafka un effetto sconvolgente. All'inizio di agosto cominci a
prender forma la sua reazione. Il processo che fino allora e per due anni si era svolto nel carteggio tra
lui e Felice si trasform ora nell'altro Processo, il libro che tutti conoscono. Era un processo, sempre lo
stesso, di cui Kafka era ormai un esperto; il fatto che egli vi incluse infinitamente pi cose di quelle che
si possono rintracciare nelle lettere a Felice non deve trarci in inganno riguardo all'identit dei due
processi. La forza che in passato aveva cercato di attingere da Felice gli giunse ora dallo shock del
tribunale. Quelli erano i giorni del Giudizio Universale: la Prima guerra mondiale era appena
scoppiata. L'orrore per le manifestazioni di massa che accompagnarono questo evento accrebbe la sua
forza. Egli non nutriva per le vicende private che si svolgevano nel suo intimo quel disprezzo che 
tipico degli scribacchini e li distingue dai veri scrittori. Chi ritiene di poter separare il proprio mondo
interiore dal mondo esteriore  chiaro che non possiede un mondo interiore da cui alcunch possa
essere separato. In Kafka accadde per che per la debolezza di cui soffriva, e poich ogni tanto gli
venivano meno le forze vitali, le cosiddette questioni private' furono messe in evidenza e oggettivate
solo assai sporadicamente. Per attingere a quella continuit, che egli stesso riteneva indispensabile,
furono necessarie due cose: lo shock fortissimo, e tuttavia in certo qual modo sbagliato del  tribunale 
che a fini difensivi mobilit verso l'esterno la precisione maniacale con cui lui si tormentava, e la
possibilit di stabilire un nesso tra l'inferno del mondo esteriore e quello del suo mondo pi intimo. Ci
accadde nell'agosto del 1914, egli stesso si rese conto di questa connessione e a modo suo la esplicit
con chiarezza.
* Una collega d'ufficio di Felice (N.d.T.).
II
Due eventi decisivi della vita di Kafka, che dato il suo carattere egli avrebbe desiderato
potessero svolgersi nella maniera pi intima, ebbero invece una pubblicit che fu per lui estremamente
penosa: il fidanzamento ufficiale in casa Bauer del 1 giugno e il  tribunale  dell'Askanischer Hof,
sei settimane dopo, il 12 luglio 1914, che port alla rottura di quel fidanzamento. Si pu dimostrare che
il contenuto emotivo di questi due eventi pass immediatamente nel Processo che egli cominci a
scrivere nel mese di agosto. Il fidanzamento  diventato l'arresto del primo capitolo, il  tribunale  si
ritrova nell'ultimo capitolo sotto forma di esecuzione.
Alcuni brani dei suoi diari rendono questo nesso talmente perspicuo che si pu darlo ormai per
dimostrato. L'integrit del romanzo non ne risulta minimamente intaccata. Potremmo anzi avvalerci del
volume delle lettere a Felice se ci fosse bisogno di esaltare il valore del Processo. Ma per fortuna non
ce n' bisogno. E in nessun caso le riflessioni seguenti - che sono comunque un intervento personale -
toglieranno al romanzo quel suo peculiare mistero che col passare del tempo non fa che aumentare.
L'arresto di Josef K. avviene in un appartamento a lui ben noto. Quando ha inizio, egli si trova
ancora a letto, cio nel rifugio pi intimo di ciascuno di noi. Tanto pi incomprensibile  dunque ci
che accade quella mattina, poich un uomo che non conosce affatto gli compare davanti, e un secondo
individuo poco dopo gli comunica l'arresto. Si tratta per di una comunicazione provvisoria, il vero
atto rituale dell'arresto ha luogo di fronte all'ispettore nella stanza della signorina Brstner, dove
nessuno degli astanti, e nemmeno K., ha ragione di trovarsi. Per l'occasione, K.  invitato a indossare
un abito da cerimonia. Nella stanza della signorina Brstner si trovano, oltre all'ispettore e alle due
guardie, tre giovanotti che K. non riconosce, o meglio, riconosce solo pi tardi : sono tre impiegati
della banca nella quale egli stesso ricopre una carica direttiva. Degli estranei guardano dentro dalla
finestra della casa di fronte. A K. non viene indicata la ragione del suo arresto e, ci che  ancora pi
curioso, bench questo provvedimento gli sia stato notificato, egli ottiene il permesso di andare a
lavorare in banca e comunque di muoversi come meglio crede.
La libert di movimenti che segue all'arresto  ci che prima di tutto rammenta il fidanzamento
di Kafka a Berlino. Allora aveva avuto la sensazione che l'intera faccenda non lo riguardasse affatto. Si
sentiva in catene e tra gente estranea. Il brano gi citato del suo diario riguardo a questo avvenimento
suona cos:  Fui legato come un criminale. Non sarebbe stato peggio se mi avessero davvero messo in
catene in un angolo con davanti dei gendarmi, non permettendomi di assistere alla scena in maniera
diversa. E questo fu il mio fidanzamento.... La cosa insopportabile che accomuna i due fatti  che
entrambi si svolgono in pubblico. La presenza delle due famiglie alla cerimonia del fidanzamento - per
Kafka era stato gi da sempre difficile tracciare una linea di demarcazione tra s e la propria famiglia -
lo spinse pi che mai a ritirarsi in se stesso. A causa della costrizione che esercitavano su di lui, gli
parvero tutti degli estranei. C'erano fra i presenti alcuni membri della famiglia Bauer che in effetti
Kafka non conosceva ancora, e anche degli ospiti a lui sconosciuti, come ad esempio il fratello di Grete
Bloch. Alcune persone le aveva forse incontrate di sfuggita un paio di volte, ma quel giorno perfino la
madre di Felice, con la quale aveva gi parlato, lo mise a disagio. Quanto ai suoi stessi congiunti, era
come se lui avesse perso la capacit di riconoscerli, perch essi partecipavano con gli altri a quella
specie di atto di violenza perpetrato nei suoi confronti.
Durante l'arresto di Josef K., si trova una mescolanza analoga di gente estranea e di conoscenti
pi o meno stretti. Le due guardie e l'ispettore erano per K. figure completamente nuove; le persone
della casa di fronte le aveva forse viste qualche volta, ma non aveva con loro niente da spartire; i
giovani impiegati della sua banca li vedeva ogni giorno, eppure per lui diventarono degli estranei
durante l'arresto al quale presero parte con la loro presenza.
Ma ancora pi importante  il luogo dell'arresto, la stanza della signorina Brstner. Il suo nome
comincia con B come Bauer, ma B  anche l'iniziale del cognome di Grete Bloch. Nella stanza ci sono
delle fotografie di famiglia, e una blusa bianca  appesa alla maniglia della finestra. Non c' nessuna
donna presente all'arresto, ma la blusa  un vistoso sostituto.
K.  comunque molto preoccupato per l'irruzione nella stanza della signorina Brstner a sua
completa insaputa, e non riesce a liberarsi dal pensiero del disordine in essa causato. Quando la sera
torna a casa dalla banca, si consulta con la sua affittacamere, la signora Grubach. Malgrado tutto ci
che  accaduto la mattina, lei non ha perso fiducia in lui. Una delle frasi che pi lo rassicurano
comincia cos :  Si tratta della sua felicit. In questo contesto la parola felicit ci colpisce per la
sua stranezza,  un'intrusa, rammenta le lettere a Felice dove il termine  felicit   sempre stato usato
in modo ambiguo, come a significare anche e prevalentemente infelicit. K. osserva che vorrebbe
presentare le sue scuse alla signorina Brstner perch quella mattina ha approfittato della sua stanza. La
signora Grubach lo tranquillizza e gli mostra la stanza dove tutto  stato rimesso al suo posto. 
Nemmeno la blusa era pi appesa alla maniglia della finestra .*  gi tardi e la signorina Brstner non
 ancora rincasata. La signora Grubach si lascia andare a qualche commento un po' piccante sulla vita
privata della signorina. K. aspetta che la signorina Burstner ritorni a casa, e bench lei sia un poco
riluttante la coinvolge nella sua stanza in una conversazione sugli avvenimenti della mattinata, e mentre
li descrive alza la voce a tal punto che dalla stanza vicina si sente pi volte bussare forte alla porta. La
signorina Brst-ner si sente compromessa e ne  assai contrariata, al che K., come per consolarla, la
bacia sulla fronte. Le promette di assumersi tutta la responsabilit di ci che  accaduto davanti
all'affittacamere. Ma lei rifiuta questa proposta e lo spinge nell'anticamera. K. ... l'abbracci e la
baci sulla bocca e poi su tutto il viso, come un animale assetato che si getta con la lingua sulla
sorgente finalmente scoperta. Alla fine la baci sul collo, sotto la gola, e l lasci a lungo le labbra.
Tornato nella propria stanza prese sonno in fretta,  prima di addormentarsi pens ancora un po' a
come si era comportato, fu soddisfatto, ma si meravigli di non essere ancora pi soddisfatto .
 difficile difendersi dall'impressione  che in questa scena la signorina Burstner stia al posto di
Grete Bloch. Il desiderio che Kafka aveva provato per lei  presente in questa scena con forza e
immediatezza. L'arresto di K., che trae origine certamente da quell'evento tormentoso che fu il
fidanzamento di Kafka con Felice,  stato trasposto nella stanza dell'altra donna. K., che nel corso della
mattinata ancora non sapeva quale colpa avesse commesso, diventa colpevole per il modo in cui si
comporta la notte seguente aggredendo la signorina Brstner. Poich egli ne  fu soddisfatto .
La situazione complessa e quasi inestricabile nella quale Kafka si trov irretito fidanzandosi
con Felice  stata dunque presentata con ammaliante chiarezza nel primo capitolo del Processo. Tale
era il desiderio di Kafka che Grete Bloch fosse presente al suo fidanzamento che egli aveva perfino
dimostrato interesse per il vestito che lei avrebbe indossato in quell'occasione. Non  affatto escluso
che il vestito si sia trasformato nella blusa bianca appesa nella stanza della signorina Brstner.
Nonostante gli sforzi compiuti nel seguito del romanzo, K. non riesce ad avere con lei un'esauriente
spiegazione su ci che  accaduto. Con suo grande rammarico, lei ogni volta si sottrae abilmente, e
l'aggressione di quella notte rimane per entrambi un segreto inviolato.
 questo un altro elemento che rammenta il rapporto tra Kafka e Grete Bloch. Qualsiasi cosa sia
accaduta tra loro,  rimasta un segreto. N c' da supporre, non essendovi alcun indizio in tal senso, che
questo segreto sia stato reso esplicito al  tribunale  dell'Askanischer Hof. In quel giorno, infatti, si
parl dell'atteggiamento ambiguo di Kafka nei confronti del fidanzamento, le parti delle sue lettere di
cui Grete Bloch diede pubblica lettura si riferivano a Felice e al fidanzamento, il vero segreto che
esisteva tra Grete e Kafka non fu sfiorato affatto, n da lui n da lei. Nel volume di lettere di cui oggi
disponiamo manca qualsiasi elemento che possa chiarire questo punto:  evidente che Grete ne ha
distrutte un certo numero.
Per comprendere inoltre in che modo il  tribunale che per Kafka fu un peso cos enorme si
trasform nella esecuzione dell'ultimo capitolo del Processo  necessario citare alcuni brani tratti dai
diari e dalle lettere. Verso la fine di luglio, Kafka prova a descrivere, con qualche rapida e provvisoria
annotazione, lo svolgersi degli eventi, quasi, diremmo, guardandoli dall'esterno.
 Il tribunale nell'albergo... La faccia di Felice. Si passa la mano tra i capelli, sbadiglia. Poi
tutt'a un tratto si riprende e dice cose meditate, tenute in serbo a lungo, ostili. La strada del ritorno con
la signorina Bl...
 Dai suoi genitori. La madre versa qualche lacrima. Io recito la mia lezione. Il padre la intende
con esattezza sotto ogni aspetto... Mi danno ragione, contro di me non hanno niente da dire, o
comunque non molto. Una cosa diabolica, pur nella sua totale innocenza. Colpa apparente della
signorina Bl...
 Perch i genitori e la zia mi hanno salutato in quel modo, con cenni delle mani?...
 Il giorno dopo dai genitori non ci sono tornato. Ho solo mandato uno in bicicletta con la mia
lettera d'addio. Lettera insincera e civettuola. Non serbate di me un cattivo ricordo. Arringa dal
patibolo.
Dunque gi allora, il 27 luglio, passate due settimane dagli avvenimenti, il  patibolo  si era
fissato nella sua mente. Con la parola  tribunale  Kafka era entrato nella sfera del romanzo. Con il 
patibolo  ne vengono anticipati il traguardo e la conclusione.  degna di nota la precoce fissazione di
questo traguardo, la quale spiega la sicurezza con cui si dispiega la trama del Processo.
Una persona a Berlino fu buona con .lui  al di l dell'immaginabile  : Erna, la sorella di
Felice, ed egli questo non l'ha mai dimenticato. Su di lei troviamo la seguente annotazione nel diario
del 28 luglio:  Penso al percorso che noi due, E. ed io, facemmo insieme dalla fermata del tram alla
stazione di Lehrte. Non ci dicemmo nulla, io pensavo soltanto che ogni passo era per me un guadagno.
Ed E.  talmente affettuosa; cosa stranissima, ha perfino fiducia in me, bench mi abbia visto davanti al
tribunale: ogni tanto ho avvertito addirittura gli effetti di questa sua fiducia, ma io    stesso non
credevo fino in fondo a questa sensazione .
La bont di Erna, e gli enigmatici cenni di saluto dei genitori di lei e Felice quando tutto era
ormai finito si sono condensati nell'ultima pagina del Processo; il passo che precede immediatamente
l'esecuzione  di una bellezza talmente smisurata che chiunque lo abbia letto non pu pi dimenticarlo:
 Il suo sguardo si arrest sull'ultimo piano della casa attigua alla cava. Come una luce che
guizza si spalancarono le imposte di una finestra, una figura, debole, sottile per la distanza e per
l'altezza, si sporse d'impeto tutta fuori, tese le braccia ancora pi in fuori. Chi era? Un amico?
Un'anima buona? Uno che partecipava? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C'era
ancora un aiuto? .
(Nella versione originaria, qualche frase pi oltre, si leggeva:  ... Dov'era il giudice? Dov'era
l'alto tribunale? Debbo parlare. Alzo le mani ).
Kafka non si era difeso nell'Askanischer Hof. Era stato zitto. Non volendo riconoscere
l'autorit di quel tribunale, aveva segnalato col silenzio il suo mancato riconoscimento. Il silenzio dur
a lungo : per tre mesi il    legame tra lui e Felice si interruppe del tutto. Ogni tanto per scriveva a
Erna, la sorella di Felice, che aveva fiducia in lui. In ottobre Grete Bloch si ramment del proprio ruolo
originario di mediazione, e prov a riallacciare i rapporti. La lettera che gli scrisse non si  conservata,
ma abbiamo in compenso la risposta di lui, nella quale si legge :  Anche se Lei dice che io La odio,
questo non  affatto vero... Certo che all'Askanischer Hof Lei era tra quelli che mi giudicavano - una
cosa orribile per Lei, per me, per tutti - ma questa era solo un'apparenza, in realt sedevo io al Suo
posto, ed  un posto che ancora oggi non ho lasciato .
Verrebbe naturale interpretare la conclusione di questo brano come un'autoaccusa,
quell'autoaccusa interminabile che da tempo  cominciata in lui. Ma io non credo che con questo possa
dirsi esaurito il suo significato. Assai pi importante mi sembra il fatto che in questa lettera Kafka
detronizza Grete dalla sua posizione di giudice e, scacciandola, si assume personalmente il ruolo che lei
si  arrogata. Non c' tribunale esteriore che egli sia disposto a riconoscere, lui stesso  il proprio
tribunale, ma lo  fino in fondo, il suo  un tribunale che sieder in permanenza. A proposito
dell'usurpazione perpetrata da Grete non dice altro di pi forte che quell' era solo un'apparenza, ma
dal modo in cui egli penetra' le pretese di Grete parrebbe che su quel seggio di giudice lei non abbia
mai preso posto. Anzich scacciarla con la violenza, le dimostra che la sua era solo un'illusione. Kafka
si rifiuta di lottare con lei, ma dietro la nobilt della sua risposta si cela il fatto che quasi nulla le viene
concesso, neanche l'odio della lotta. Egli sa bene che il suo processo deve portarlo avanti da s, che
quel compito non spetta a nessun altro e, quando scrive questa lettera, esso  ben lungi dalla sua
conclusione.
Due settimane pi tardi, nella sua prima lunghissima lettera a Felice, Kafka le scrive che non
per arroganza egli ha taciuto quel giorno nell'Askanischer Hof. La sua affermazione non convince del
tutto, poich nella frase seguente la lettera continua cos :  Ci che mi hai detto era talmente chiaro
che non ho voglia di tornarci sopra, ma certe cose erano tali che avresti dovuto ritenere che anche dirle
a quattr'occhi fosse quasi impossibile... Neanche adesso ho nulla da obiettare al fatto che tu portasti
con te la signorina Bl., in effetti ti avevo quasi denigrata nella lettera che le avevo scritto, e lei aveva il
diritto di essere presente. Ma che tu abbia fatto venire anche tua sorella, che io allora conoscevo
appena, questo non l'ho capito... .
La cosa era finita con la rottura del fidanzamento come lui aveva desiderato, e Kafka non pot
provarne che un senso di sollievo. Eppure, lo colp e lo umili profondamente il fatto che la vicenda si
fosse svolta in pubblico. L'onta causata da questa umiliazione, il cui peso pu essere valutato solo
commisurandolo al suo orgoglio, rimase serrata nel suo cuore e divent poi l'elemento portante del
Processo, nel cui ultimo capitolo si cal completamente. K. si lascia condurre all'esecuzione quasi
senza dire una parola, quasi senza opporre resistenza. Tutt'a un tratto rinuncia completamente a quella
difesa che, nella sua ostinazione imprime al romanzo il suo ritmo caratteristico. Il tragitto attraverso la
citt  una specie di ricapitolazione di tutti i tragitti precedenti che sono serviti alla sua difesa. 
Davanti a loro, da una viuzza pi bassa, la signorina Brstner saliva verso la piazza lungo una piccola
rampa. Non era proprio certo che fosse lei, ma la somiglianza era grande . Ora K. si mise in
movimento e decise la direzione nella quale incamminarsi: ...lui la scelse secondo il cammino che la
signorina aveva preso davanti a loro, non perch voleva raggiungerla, non perch voleva vederla il pi
possibile, ma solo per non dimenticare l'ammonimento che rappresentava per lui .  un monito che
riguarda il segreto di K., la colpa da lui commessa e non mai dichiarata.  una colpa indipendente dal
tribunale che a lui si  sottratto, e cos pure dall'accusa di cui mai  venuto a conoscenza. Eppure lo
rafforza nell'idea di rinunciare alla propria difesa nel suo ultimo tragitto. Ma l'umiliazione di cui sopra
si  parlato va ancora pi in l, fino alle ultimissime frasi :
 Ma intorno alla gola di K. si posarono le mani di uno degli uomini, mentre l'altro gli
immergeva il coltello fino al cuore e lo girava due volte. Con gli occhi che si spegnevano, K. vide
ancora gli uomini che vicino al suo viso, guancia a guancia, osservavano l'esito. Come un cane disse,
era come se la vergogna dovesse sopravvivergli .
L'umiliazione suprema  la pubblicit di questa morte che i due carnefici osservano
accostandosi al suo viso guancia a guancia. Gli occhi di K., che si stanno spegnendo, sono testimoni di
questa pubblicit della sua morte. Il suo ultimo pensiero va alla vergogna, la cui intensit  grande a tal
punto da potergli sopravvivere, ed ecco la sua ultima frase :  Come un cane .
Nell'agosto 1914, come gi  stato detto, Kafka ricominci l'attivit letteraria. Per tre mesi vi si
dedic quotidianamente, con l'eccezione di due sole serate, come ebbe a notare non senza fierezza in
una lettera scritta in seguito. Lavorava soprattutto alla stesura del Processo, che lo infervorava pi di
tutto il resto. Ma incominci anche altre cose,  chiaro che non ce la faceva a occuparsi
ininterrottamente del Processo. Sempre nel mese di agosto, incominci anche la stesura di un racconto,
rimasto incompiuto, intitolato Ricordo della ferrovia di Kalda. In ottobre prese due settimane di
vacanza con l'intenzione di portare avanti il romanzo, ma scrisse invece Nella colonia penale e l'ultimo
capitolo di America.
Fu proprio durante queste vacanze che le due donne provarono a riallacciare i rapporti. Prima
Kafka riceve una lettera di Grete Bloch: dalla risposta di lui abbiamo gi citato un brano.  una risposta
che  si presenta inflessibile , ed egli, nel riportarla sul diario, aggiunge la seguente annotazione :  So
che il mio destino  di restare solo. Egli ripensa alla propria avversione nei confronti di Felice 
quando la vedevo ballare con lo sguardo severamente abbassato, o quando, nell'Askanischer Hof, poco
prima di congedarsi si pass la mano sul naso e tra i capelli, e inoltre ai moltissimi momenti di totale
estraneit tra noi . Comunque pass la serata intera a giocherellare con la lettera di Grete, e il lavoro si
blocc bench egli si sentisse in grado di portarlo avanti.  La cosa migliore sarebbe che lei non
rispondesse, ma lei risponder e io aspetter la sua risposta .
Gi il giorno dopo difesa e allettamento son cresciuti entrambi. Dice di aver vissuto in pace nel
periodo in cui non ha avuto alcun legame effettivo con Felice, di aver sognato di lei come di una morta
che non torner mai pi in vita,  e ora che mi viene offerta una possibilit di avvicinarla, lei  di nuovo
il centro di tutto. Certo disturba anche il mio lavoro. Eppure, quando ultimamente pensavo a lei, mi 
parsa la persona pi estranea che avessi mai incontrato... .
Il centro di tutto,  questo per lui il vero pericolo,  questo che lei non ha da essere,  il
motivo per il quale lui non pu sposarsi, n con lei n con un'altra. L'alloggio che Felice continua a
reclamare, questo  lei, il centro di tutto. Quanto a lui, invece, pu essere soltanto il centro di se stesso,
un centro che chiunque pu aggredire di continuo. La vulnerabilit del corpo e della mente sono per
Kafka la vera condizione dell'attivit letteraria. Per quanto possa sembrare assai spesso desideroso di
protezione e sicurezza contro questa vulnerabilit, ci di cui egli ha bisogno  la solitudine in quanto
mancanza di protezione.
La risposta di Grete Bloch arriva dopo dieci giorni.  Sono assolutamente indeciso sulla
risposta. Pensieri cos vili che non posso metterli per iscritto .
Ci che egli chiama  pensieri vili  si condensa in una forma di difesa della quale questa volta
non si pu sottovalutare l'intensit. Alla fine di ottobre scrive a Felice una lunghissima lettera che le ha
preannunciato con un telegramma.  una lettera sorprendentemente distaccata. Non contiene quasi
neanche un lamento, in rapporto a come lui  di slito la si pu ritenere senz'altro una lettera sana e
aggressiva.
In verit, le dice, non aveva pensato di scriverle, poich nell'Askanischer Hof gli si era palesata
fin troppo chiaramente l'inutilit delle lettere e degli scritti in genere. Con una pacatezza assai
maggiore che nelle lettere precedenti, le spiega che era stato il suo lavoro a lottare strenuamente contro
di lei, come se si trattasse della sua peggiore nemica. Le d una descrizione della sua vita attuale, della
quale non pare insoddisfatto. Abita da solo, scrive, nell'alloggio della sorella maggiore (la quale 
tornata a vivere dai genitori poich il marito  in guerra). In quelle tre stanze silenziose, nelle quali vive
sempre da solo, non incontra mai nessuno, neanche gli amici. Nel corso degli ultimi due mesi e mezzo
ha lavorato tutti i giorni. Quella di oggi, aggiunge,  la seconda sera in cui non l'ha fatto. Non pu dire
di essere felice, questo no di certo, ma talvolta  davvero soddisfatto di assolvere il suo dovere come
meglio non potrebbe, date le circostanze.
 questo il tipo di esistenza al quale lui ha sempre anelato, mentre lei si  sempre sentita
disgustata al solo pensarci. Enumera poi le numerose circostanze in cui lei gli ha manifestato questa
avversione, l'ultima e decisiva  stato il suo sfogo all'Askanischer Hof. E aggiunge che si sente in
dovere di vigilare sul proprio lavoro, poich ha capito che soprattutto esso  messo a repentaglio
dall'avversione di lei.
Come esempio concreto delle difficolt esistenti tra loro, parla diffusamente del loro disaccordo
riguardo alla casa. Tu volevi la cosa pi ovvia: un alloggio tranquillo, a misura di famiglia, arredato
con discrezione, simile a quello che avevano le altre famiglie del tuo e del mio ceto... Ma che cosa
significava l'idea che tu ti eri fatta di quell'alloggio? Significava che eri d'accordo con gli altri, ma non
con me... Questi altri, quando si sposano, son gi quasi satolli, e la vita coniugale non  altro per loro
che l'ultimo prelibato boccone. Per me non  cos, io non sono sazio, non ho fondato un'attivit
commerciale destinata a svilupparsi di anno in anno nella mia vita coniugale, non mi occorre una casa
definitiva, ordinata e pacifica, dalla quale io possa dirigere i miei affari - e non solo questa casa non mi
occorre, essa mi fa paura. Son talmente affamato del mio lavoro... ma la situazione in cui ora mi trovo 
avversa al mio lavoro, e ammesso che ora, in queste condizioni, mi sistemassi una casa come piace a te,
vorrebbe dire che... sto sforzandomi di perpetuare questa situazione per il resto della mia vita, e non c'
niente di peggio che possa capitarmi .
Alla fine rivendica il diritto di avere una corrispondenza con Erna, la sorella di Felice, alla quale
pensa di scrivere l'indomani.
Il 1 novembre, tra le altre cose, si trova nel diario di Kafka una frase quanto mai insolita:
Molto soddisfatto di me stesso nel corso di tutta la giornata. Questa soddisfazione si riferisce certo
alla lunga lettera che con ogni probabilit  gi stata spedita. Ha riallacciato i rapporti con Felice, pur
senza concederle nulla. La sua posizione  ormai chiara e decisa, e anche se in seguito ha talvolta
manifestato qualche dubbio in proposito, essa  rimasta immutata per un lungo periodo. Il giorno 3
scrive la seguente annotazione:  il quarto giorno, dal mese di agosto, che non scrivo nulla. La colpa 
delle lettere, cercher di non scriverne affatto, o di scrivere solo lettere brevissime .
L'elemento disturbante sono dunque le lettere che scrive lui stesso.  questa una cognizione
quanto mai significativa e illuminante. Finch sar occupato a tener distinto II processo dalla sua storia
con Felice, difficilmente Kafka potr rivolgersi a lei cos diffusamente come in passato. II romanzo ne
sarebbe turbato, ogni puntualizzazione riguardo ai rapporti tra lui e Felice lo riporta indietro nel tempo,
a prima che iniziasse la stesura del romanzo, indulgervi sarebbe come minarlo alle radici. Cos d'ora in
poi egli evita di scrivere a Felice, non si sono trovate sue lettere per i tre mesi successivi, cio fino alla
fine di gennaio del 1915. Con tutte le sue forze cerca di aggrapparsi al lavoro; non sempre ci riesce, ma
 un tentativo al quale non rinuncia. All'inizio di dicembre legge agli amici il racconto Nella colonia
penale di cui non   compieta-mente insoddisfatto . Al termine di questa giornata e come suo
risultato annota:  Continuare assolutamente il lavoro, dev'essere possibile malgrado l'insonnia e
l'ufficio .
Il 5 dicembre riceve una lettera di Erna sulla situazione della famiglia Bauer, che a causa della
morte del padre, avvenuta qualche settimana prima, appare gravemente deteriorata. Kafka si considera
la rovina di quella famiglia, dalla quale fra l'altro si sente completamente distaccato sul piano emotivo.
Si vede solo l'effetto dei guasti. Ho reso infelice F., indebolito la capacit di resistenza di tutti quelli
che ora ne avrebbero un gran bisogno, contribuito a far morire il padre, messo F. ed E. una contro
l'altra e, alla fine, ho reso infelice anche E. ... Tutto sommato mi sento gi punito abbastanza, la mia
posizione nei riguardi della famiglia  un castigo sufficiente, comunque ho sofferto in maniera tale che
non riuscir mai pi a riprendermi... in questo momento, tuttavia, non soffro molto a causa dei miei
rapporti con la famiglia, meno in ogni caso di F. e di E. .
L'effetto delle grandi colpe che egli si attribuisce, considerandosi la rovina della famiglia Bauer
al completo, fu, com'era prevedibile, assai rasserenante. Non c'era modo in quel contesto di esaminare
in dettaglio il suo comportamento nei confronti di Felice, erano tutte minuzie che confluivano nella pi
grande e generale rovina della famiglia. Per sei settimane intere, fino al 17 gennaio, non compaiono
pi, nel diario e nelle lettere di Kafka, n Felice n Erna n altri membri dell'infelice famiglia Bauer. In
dicembre, egli scrive il capitolo  Nel duomo  del Processo e incomincia la stesura di due nuove prose
: La talpa gigante e II sostituto procuratore. Il 31 dicembre troviamo nel suo diario un bilancio di ci
che ha fatto nell'anno appena trascorso.  una cosa contrarissima alle sue abitudini, ci si sente
trasportati nei diari di Hebbel:
Tutto sommato, dal mese di agosto, non ho lavorato n poco n male . Poi, dopo qualche
riserva e alcuni dei suoi soliti autorimproveri, segue la lista delle sei opere che lo hanno impegnato di
pi. Siccome non conosco i manoscritti, che mi sono inaccessibili, mi  difficile determinare quanto a
quell'epoca egli avesse scritto del Processo. Certamente una parte cospicua. La lista  comunque assai
notevole e non esiteremo a considerare questi ultimi cinque mesi dell'anno 1914 come la seconda
grande stagione creativa della sua vita di scrittore.
Il 23 e il 24 gennaio 1915 Kafka e Felice si incontrarono a Bodenbach, una piccola citt di
frontiera. Solo sei giorni prima del loro incontro troviamo nel diario una breve annotazione in proposito
:  Sabato vedr Felice. Se mi ama, non lo merito... Negli ultimi tempi sono stato molto contento di me,
per difendermi e rafforzare me stesso avevo molti argomenti da opporre a F. .... Tre giorni dopo dir:
Ho finito di scrivere. Quando mai potr ricominciare? In che pessimo stato andr all'appuntamento
con Felice... Incapacit di prepararmi all'incontro, mentre la settimana scorsa facevo fatica a
sbarazzarmi dei gravi pensieri ad esso legati .
Era la prima volta che rivedeva Felice dopo il  tribunale, e ne ebbe un'impressione che
difficilmente avrebbe potuto essere pi penosa. Dal momento che il processo' letterario si era ormai
ampiamente separato da lei, egli la guard con maggiore distacco e libert. Tuttavia, l'impronta lasciata
in lui dal  tribunale  si rivel incancellabile. L'impressione che ne ebbe la riport in una lettera a
Felice con qualche riserva, ma senza alcun ritegno nel proprio diario:
 Ciascuno dice tra s e s che l'altro  inflessibile e spietato. Io non defletto dalla mia pretesa
di una vita stravagante e tutta impostata sul lavoro, mentre lei, sorda a ogni muta implorazione, vuole la
mediocrit, la casa confortevole, il mio interessamento alla fabbrica, il cibo abbondante, il sonno dalle
undici di sera in poi, la stanza riscaldata, e regolando il mio orologio, che da tre mesi va indietro di
un'ora e mezzo, fa in modo che spacchi il minuto.
 Due ore siamo stati soli nella stanza. Intorno a me solo noia e sconforto. Tra noi ancora non
c' stato un solo momento buono, un momento nel quale io abbia potuto respirare liberamente... Le ho
anche letto qualcosa di mio a voce alta, ma le frasi si accavallavano in un disordine sgradevolissimo,
senza alcun contatto con l'ascoltatrice, la quale, sdraiata a occhi chiusi sul sof, le accoglieva in
silenzio... La mia constatazione era giusta e come tale  stata riconosciuta anche da lei: ciascuno ama
l'altro cos com'. Ma con uno fatto cos, non crede di poterci vivere. L'intervento di Felice che pi lo
ha irritato  stato quello contro il suo orologio. Il suo orologio segna un'ora diversa da quello degli
altri, e questo  per lui un piccolo frammento di libert. Regolandolo sul minuto reale, Felice compie
senza saperlo un attentato contro questa libert, adegua il tempo di Kafka al suo tempo, al tempo
dell'ufficio, a quello della fabbrica. La parola  ama  nell'ultima frase suona in realt come un pugno
in faccia, potrebbe benissimo esserci scritto odia.
Il carattere della corrispondenza si modifica d'ora innanzi completamente. Kafka non vuole
ricadere nel vecchio modo di scrivere. Si guarda bene dal coinvolgere di nuovo Felice nel processo' di
ci che viene scrivendo; nelle cose rimaste non c' quasi pi nulla che le appartenga. Decide di
scriverle ogni due settimane, ma non mantiene questo proposito. Delle settecentosedici pagine di lettere
contenute nel volume che abbiamo dinanzi, cinquecentottanta risalgono ai due anni che terminano circa
alla fine del 1914. Le lettere scritte nei tre anni dal 1915 al 1917 non comprendono, tutte insieme, pi
di centotrentasei pagine.  vero che alcune lettere di questo periodo sono andate perdute, ma se anche
potessimo disporne, il rapporto non cambierebbe in misura sostanziale. Tutto diventa ora pi raro e
anche pi spiccio. Kafka comincia a servirsi delle cartoline postali; la corrispondenza dell'anno 1916 si
svolge in grandissima parte per mezzo di tali cartoline. Il loro uso era comunque giustificato anche da
una ragione pratica: le cartoline passavano pi facilmente tra le maglie della censura esistente in tempo
di guerra tra Austria e Germania. Il tono  cambiato, adesso  Felice che spesso si lamenta perch
Kafka non scrive,  sempre solo lei che gli fa la corte, mentre lui rimane sulla difensiva. Nel 1915, a
due anni dalla sua pubblicazione, meraviglia delle meraviglie, Felice legge perfino il libro Meditazione.
L'incontro di Bodenbach pu essere considerato una sorta di spartiacque nei rapporti tra Kafka
e Felice. Non appena Kafka riusc a guardarla con la stessa spietatezza con cui guardava se stesso,
smise di essere totalmente alla merc dell'immagine che di lei si era fatto. Dopo il  tribunale  aveva
accantonato il pensiero di Felice, ben sapendo che sarebbe bastata una lettera di lei per farlo risorgere
in qualsiasi momento. Ma grazie al coraggio di cui egli si  armato per il nuovo incontro con Felice, nel
rapporto di forza esistente tra loro  avvenuto uno spostamento. Incomincia un nuovo periodo che
potremmo chiamare il periodo della rettifica; lui, che in passato aveva tratto forza dall'efficienza di
Felice, cerca ora di cambiarla, di fare di lei una persona diversa.
Qualcuno potrebbe chiedersi se la storia di un tirarsi indietro durato cinque anni abbia
un'importanza tale da giustificare un'indagine cos minuziosa. L'interesse per uno scrittore pu
spingersi davvero molto in l, e quando, come in questo caso, si hanno a disposizione tanti documenti,
la tentazione di conoscerli e coglierne l'intimo nesso pu diventare irresistibile; la ricchezza della
documentazione accresce insomma l'insaziabilit dell'osservatore. L'essere umano, che pure si
considera la misura di tutte le cose,  ancora quasi sconosciuto a se stesso, i progressi da lui compiuti
nella conoscenza di s sono minimi, ogni nuova teoria lo mette in ombra pi di quanto non lo illumini.
Per procedere in questo senso, sia pure gradualmente, non c' che affidarsi alla ricerca concreta e
imparziale condotta dai singoli. Poich le cose stanno cos gi da moltissimo tempo - gli spiriti migliori
l'hanno sempre saputo -, disporre di un uomo che si offre cos totalmente alla conoscenza altrui
rappresenta in ogni caso e sotto ogni aspetto un incomparabile colpo di fortuna. Ma nel caso di Kafka 
ancor pi di cos, e questo lo avverte chiunque si avvicini alla sua sfera intima. C' qualcosa di
profondamente stimolante in questo ostinato tentativo di un uomo impotente, il quale fa di tutto per
sottrarsi al potere in ogni sua forma. Prima di descrivere l'evolversi ulteriore del suo rapporto con
Felice, mi sembra opportuno mostrare fino a che punto Kafka fosse ossessionato da quel fenomeno che
 diventato il pi urgente e terrificante della nostra epoca. Fra tutti gli scrittori Kafka  il pi grande
esperto del potere. Egli ha vissuto e raffigurato il potere in tutti i suoi aspetti.
Uno dei suoi temi centrali  l'umiliazione, ed  anche il tema che meglio si presta
all'osservazione. Gi nella Condanna, la prima opera letteraria che per Kafka abbia un valore, si parla
di due mortificazioni tra loro collegate, quella del padre e quella del figlio. Il padre, che si sente
minacciato dai supposti intrighi del figlio, per pronunciare la sua requisitoria contro di lui si mette in
piedi sul letto, ed essendo cos incomparabilmente pi grande di quanto gi non fosse in origine rispetto
a lui, fa di tutto per convertire il proprio avvilimento nel suo opposto, che  l'umiliazione del figlio:
egli condanna suo figlio a morire affogato. Il figlio, pur non ritenendo giustificata la condanna del
padre, ad essa d corso e ammette perci la grandezza di un'umiliazione che gli costa la vita.
L'umiliazione rimane rigorosamente delimitata in se stessa; per insensata che sia, la forza del racconto
sta proprio nell'effetto che essa produce.
Nella Metamorfosi l'avvilimento si concentra nel corpo che lo subisce: il suo oggetto  presente
in ma-niera massiccia fin dall'inizio, al posto di un figlio che nutre e sostiene la famiglia, ad un tratto
c' un insetto. A causa di questa metamorfosi, il figlio  inesorabilmente esposto alla mortificazione,
un'intera famiglia si sente attivamente sollecitata a mortificarlo. L'umiliazione  inizialmente esercitata
con cautela, ma le vien dato modo e tempo di estendersi e di intensificarsi. A poco a poco tutti, quasi
indifesi e controvoglia, vi prendono parte. Essi compiono ancora una volta l'atto iniziale,  solo per
opera della sua famiglia che Gregor Samsa, il figlio, viene davvero e irrevocabilmente trasformato in
un insetto. E dato il contesto sociale nel quale si trova, da insetto si trasforma in parassita.
Le mortificazioni abbondano anche nel romanzo America, ma non sono altrettanto inaudite e
irreparabili. Fanno parte integrante dell'immagine del continente il cui nome d il titolo al romanzo:
pu forse bastare come esempio tra i molti la rapida ascesa di Rossmann per opera di suo zio e il suo
crollo non meno repentino. La durezza delle condizioni di vita nel nuovo paese  compensata dalla sua
grande mobilit sociale. La speranza non muore in chi  stato umiliato, a ogni crollo pu far seguito il
miracolo di una nuova ascesa. Nulla di ci che capita a Rossmann ha la fatalit degli eventi definitivi.
Cos questo libro  il pi ricco di speranze e il meno perturbante tra quelli che ha scritto Kafka.
Nel Processo la mortificazione viene esercitata da un'istanza superiore; essa  assai pi
complessa della famiglia di cui si parla nella Metamorfosi. Il tribunale, non appena si  palesato,
mortifica Josef K. in quanto si sottrae continuamente, ammantandoci di un mistero che resta
inaccessibile a tutti i suoi sforzi. La vanit di ogni tentativo  resa evidente dalla tenacia con cui esso
viene perseguito. Qualsiasi traccia venga seguita appare irrilevante. Il problema se l'imputato sia
colpevole o innocente, che dovrebbe rappresentare la vera ragione d'essere di ogni tribunale, in questo
caso  del tutto inessenziale, e anzi risulta che la colpevolezza nasce appunto dallo sforzo di
raggiungere il tribunale. Ma il tema fondamentale dell'umiliazione che i vari personaggi s'infliggono a
vicenda  variamente modulato nei singoli episodi del romanzo. La scena nello studio del pittore
Titorelli, che comincia con la sconcertante ironia delle ragazzine, finisce, mentre K. ha l'impressione di
soffocare poich gli manca l'aria in quel minuscolo atelier, con la presentazione e l'acquisto di quadri
che sono sempre gli stessi. K.  costretto ad assistere anche all'umiliazione di altre persone:  presente
quando il negoziante Block si inginocchia accanto al letto dell'awocato e l' si trasforma in una specie di
cane, ma anche questo, come ogni altra cosa, alla fine non serve a nulla.
Della conclusione del Processo, della vergogna derivante dalla pubblicit dell'esecuzione,
abbiamo gi parlato nelle pagine precedenti.
L'immagine del cane riappare molte volte in Kafka con questo significato, anche nelle lettere
dove essa  riferita a vicende della sua vita privata. Ecco ci che scrive in una lettera a Felice a
proposito di ci che gli accadde nella primavera del 1914: ... mentre ti correvo dietro nel giardino
zoologico, tu sempre sul punto di correr via, io sempre sul punto di gettarmi ai tuoi piedi; ... in uno
stato di umiliazione che pi profonda di cos non potrebbe patirla nemmeno un cane . Alla fine del
primo capoverso del racconto Nella colonia penale, l'immagine del condannato legato da pi catene 
compendiata nella frase seguente :  Inoltre il condannato aveva un aspetto cos caninamente
sottomesso che pareva si potesse farlo liberamente scorrazzare su e gi per i pendii, e che bastasse
lanciare un fischio al momento dell'esecuzione perch lui accorresse.
Il castello, che appartiene a un periodo assai pi tardo della vita di Kafka, introduce nella sua
opera una nuova dimensione di vastit spaziale. Questa impressione di vastit, ancor pi che da
elementi paesaggistici, nasce dal mondo che qui viene presentato, pi completo e pi ricco di esseri
umani. Anche qui, come gi nel Processo, il potere si sottrae: si sottrae Klamm, si sottrae la gerarchia
dei funzionari, si sottrae il castello. Si vedono tutti e tre, ma poi non si ha la certezza di averli visti; la
vera relazione tra l'umanit impotente che  insediata ai piedi dell'altura del castello e i funzionari 
quella dell 'attesa del superiore. Non ci si chiede mai quale sia la ragion d'essere di questa superiore
autorit. Ma ci che essa sprigiona e diffonde tra la gente comune, esercitando il proprio dominio, non
 altro che un senso di umiliazione. L'unico atto di resistenza che viene compiuto contro questa
autorit, il rifiuto di Amalia di cedere ai desideri di un funzionario, d luogo all'espulsione di tutta la
sua famiglia dalla comunit del villaggio. Lo scrittore partecipa commosso alla sorte del subalterno che
attende invano; nei confronti del superiore, che esercita il suo potere in un'orgia di scartoffie, prova
solo disgusto. L'elemento religioso, che tanti ritengono di individuare nel Castello,  forse presente, ma
nudo, una specie di inestinguibile e incomprensibile anelito verso ci che sta in alto. Mai  stato scritto
un pi chiaro attacco contro la sottomissione a una superiore autorit, non importa che in essa si ravvisi
un potere soprannaturale o un'autorit meramente terrena. Giacch qui una dominazione vale l'altra, e
tutte appaiono ugualmente deprecabili; la fede e il potere coincidono, e l'una come l'altro agiscono in
maniera sospetta; la remissivit delle vittime, gente che neanche in sogno concepisce una vita diversa,
dovrebbe fare insorgere e trasformare in ribelli perfino coloro che non vengono sfiorati dalle correnti
ideologie, in parte gi fallite peraltro, che vengono recitate a macchinetta.
Kafka ha preso fin dal principio le parti degli umiliati. Molti che hanno fatto la sua stessa scelta,
nella speranza di ottenere qualcosa si sono poi messi in contatto con altre persone che la pensavano
come loro. Da questa alleanza hanno tratto un sentimento di forza che li ha ben presto distolti dalla
bruciante esperienza dell'umiliazione, un'esperienza della quale non  possibile prevedere la fine,
poich essa va avanti, dovunque, giorno dopo giorno e ora dopo ora. Kafka ha isolato ciascuna di
queste esperienze dalle altre dello stesso genere, nonch da quelle di altri esseri umani. A lui non 
stato concesso di potersene liberare partecipandole e condividendole. Ha vegliato su di esse con
tetragona ostinatezza, come se fossero il suo bene pi prezioso. Si potrebbe ravvisare in questa
ostinatezza il suo vero e pi specifico talento.
Forse non sono cos rari gli uomini dotati di una sensibilit come quella di Kafka; ci che  pi
raro e che in lui si manifesta con estrema originalit  l'enorme rallentamento di ogni controreazione a
ci che succede. Kafka parla spesso della propria cattiva memoria, ma in realt non c' nulla in lui che
vada perduto. La precisione della sua memoria si rivela nel modo in cui egli integra e corregge i ricordi
di Felice degli anni passati. Qualcos'altro per gli impedisce di disporre liberamente dei propri ricordi
in ogni momento.  proprio la sua ostinatezza che vi si oppone, Kafka non pu, come fanno altri
scrittori, giocare irresponsabilmente con i propri ricordi. Questa ostinatezza segue le leggi durissime
che le sono proprie, si pu dire che essa lo aiuti ad amministrare le sue difese. Gli consente per esempio
di non ubbidire istantaneamente agli ordini, ma ci nonostante di percepirne le asprezze come se avesse
ubbidito, e poi di servirsene per rafforzare ulteriormente la propria resistenza. E quando alla fine
malgrado tutto ubbidisce, gli ordini non sono pi quelli di prima, perch lui ormai li ha isolati dal loro
contesto temporale, li ha esaminati sotto ogni aspetto, li ha indeboliti con la riflessione e perci
spogliati della loro pericolosit.
 questo un processo che bisognerebbe esaminare con pi precisione adducendo esempi
concreti. Ne cito solamente uno: la sua tenace avversione contro determinati cibi. Kafka vive con la sua
famiglia per la maggior parte del tempo, eppure si guarda bene dal seguirne le abitudini alimentari, che
anzi considera comandamenti da rifiutare. Siede quindi alla stessa tavola dei genitori, chiuso per in un
mondo alimentare tutto suo che suscita nel padre la pi profonda irritazione. Questo tipo di resistenza
d a Kafka la forza di resistere anche in altre circostanze e contro altre persone. L'accentuazione di
queste sue particolarit ha un ruolo essenziale nella lotta da lui condotta contro le dannate idee
matrimoniali di Felice. Un passo dopo l'altro, egli si oppone all'adattamento che Felice si aspetta da
lui. Ma immediatamente dopo la rottura del loro fidanzamento, ecco che potr di nuovo concedersi di
mangiare la carne. In una lettera scritta agli amici praghesi dalla stazione balneare sul Baltico dove si 
recato subito dopo il  tribunale  berlinese, Kafka descrive non senza un certo disgusto le proprie
scorpacciate di carne. Alcuni mesi dopo riferisce con soddisfazione in una lettera a Felice che poco
dopo la rottura tra loro si  recato con sua sorella Erna a mangiare della carne. Se lei, Felice, fosse stata
presente, avrebbe certo ordinato delle mandorle abbrustolite. E cos anche in seguito, quando ormai non
 pi sotto l'influsso di Felice, pu eseguire i suoi ordini senza che ci significhi che le si  sottomesso.
La propensione di Kafka a tacere, la sua tendenza a mantenere il segreto anche davanti agli
amici pi cari non sono altro che manifestazioni intrinseche della sua ostinatezza. Non sempre egli sa
che sta tacendo qualcosa. Ma quando i suoi personaggi, nel Processo o specialmente nel Castello, si
lasciano andare a perorazioni talora prolisse, noi sentiamo che le sue chiuse si stanno aprendo: Kafka
ritrova la parola. Per pochi che siano i discorsi che si concede di solito a causa della propria
ostinatezza, qui, nell'apparente camuffamento del personaggio letterario, egli si permette ad un tratto
una certa libert di parola. Le cose non si presentano come nelle confessioni che conosciamo dalla
lettura di Dostoevskij, la temperatura  diversa, assai meno bruciante; n in Kafka troveremo mai
qualcosa di amorfo, solo la sua scioltezza  giocata su uno strumento chiaramente delimitato e capace
di certi toni e non di altri :  la scioltezza di un pignolissimo ma inconfondibile virtuoso.
La storia della resistenza contro suo padre, che non pu essere affrontata con le consuete banali
interpretazioni, coincide con la storia pi antica della sua ostinatezza. Sono state dette in proposito
molte cose che a me sembrano totalmente inadeguate, sarebbe stato lecito aspettarsi che la degnazione
di Kafka nei confronti della psicoanalisi avesse contribuito a sottrarre, almeno lui personalmente, alle
angustie del campo psicoanalitico. La lotta contro suo padre non fu mai nient'altro, in sostanza, che una
lotta contro un potere so-verchiante. Il suo odio era rivolto contro la famiglia nel suo insieme, il padre
non era altro che il personaggio pi potente della famiglia; e quando per Kafka cominci a profilarsi la
minaccia di una famiglia sua, la lotta che ingaggi contro Felice obbed alle medesime motivazioni e
prese lo stesso carattere.
Vale la pena di ritornare ancora una volta sul mutismo di Kafka nell'Askanischer Hof,
l'esempio pi significativo della sua ostinatezza. Egli non reagisce come avrebbe reagito un altro, non
risponde alle incriminazioni accusando a sua volta. Dato il grado della sua sensibilit,  difficile
dubitare che egli registri e percepisca tutte le cose che vengono dette contro di lui. E neanche si pu
sostenere, adoperando un termine che in questo contesto pu venire spontaneo, che esse siano 
rimosse . Son cose che Kafka si tiene dentro, ma ne  pienamente consapevole, ci pensa molto, esse si
ripresentano alla sua mente con una tale frequenza che il fenomeno andrebbe anzi definito come
l'esatto contrario di una rimozione. Bloccata rimane invece qualsiasi reazione esterna dalla quale
trapeli l'effetto interno. Ogni cosa che egli serba in s in questo modo si affila come la lama di un
coltello, ma n rancore n odio n collera n sete di vendetta lo inducono mai ad abusare di questa
lama. Tutto ci rimane separato dai suoi affetti, una specie di entit a s stante. La quale, per,
negandosi agli affetti, si sottrae anche al potere.
Bisognerebbe scusarsi dell'uso ingenuo della parola  potere  se non fosse che Kafka adopera
con disinvoltura questa parola, incurante della sua ambiguit.  una parola che compare spesso nelle
sue opere nei pi vari contesti. All'orrore di Kafka per i  paroioni  magniloquenti, dobbiamo il fatto
che non esiste di lui un solo scritto che possa dirsi  retorico  ; per questo la leggibilit delle sue opere
non verr mai meno, mai esse saranno intaccate da quel processo di invecchiamento in cui  coinvolta
quasi tutta la letteratura dal momento che le parole continuamente si svuotano e cambiano significato.
Questo orrore tuttavia egli non lo ha mai provato per le parole  potere  e  potente , che fanno parte
invece delle parole per lui indispensabili e mai evitate. Varrebbe perfino la pena rintracciare i passi in
cui esse compaiono nelle sue opere, nei diari e nelle lettere.
Ma ci che egli esprime con un coraggio e una chiarezza senza pari non  soltanto la parola, ma
anche la cosa, ossia le infinite sfumature e ambiguit che la parola contiene. Infatti, giacch Kafka teme
il potere in ogni sua forma e ha come intento principale della sua vita quello di evitarlo in ogni sua
forma, il potere egli lo percepisce, lo riconosce, lo nomina e lo raffigura in tutte quelle situazioni in cui
altri sarebbero disposti ad accettarlo come qualcosa di ovvio.
In una annotazione accolta nel volume Preparativi di nozze in campagna,** Kafka restituisce in
otto righe, che creano dell'universo un'immagine straordinaria, l'elemento animalesco del potere:
Io ero indifeso di fronte a quel tipo, che seduto placidamente contemplava la superfcie del
tavolo. Giravo intorno a lui e a causa sua mi sentivo strangolare. Un terzo individuo girava intorno a
me e si sentiva strangolare a causa mia. E intorno a lui girava un quarto individuo che a causa del terzo
si sentiva strangolare. E cos via, fino al movimento degli astri, e ancora pi oltre. Tutto e tutti si
sentivano presi alla gola .
La minaccia, l'idea di essere  presi alla gola  si dipartono dal punto pi interno, scaturiscono
dal centro,  una forza gravitazionale dello strangolamento che tiene insieme saldamente i cerchi  fino
al movimento degli astri, e ancora pi oltre. L'armonia pitagorica delle sfere si trasforma in una
violenza delle sfere nella quale predomina il peso degli uomini, e ciascun uomo rappresenta la propria
sfera.
Kafka sente cos fortemente la minaccia dei denti che si sente  tenuto  da ciascuno di essi,
non solo dalle due file compatte dell'intera dentatura:
 Era un giorno come gli altri, egli mi mostr i denti; anch'io ero tenuto fermo dai denti e non
riuscivo a divincolarmi; non sapevo come potessero tenermi dato che non erano confitti insieme, e
neanche li vedevo nelle due file delle mascelle, ma uno qua e uno l. Provai ad aggrapparmi forte per
scavalcarli, ma non ci riuscii .
L'espressione sconvolgente  angoscia della posizione eretta si trova in una lettera a Felice.
Kafka le spiega un sogno di cui lei gli ha parlato, e dalla sua spiegazione non  difficile dedurne il
contenuto.
 Voglio darti invece l'interpretazione del tuo sogno. Se non ti fossi sdraiata per terra in mezzo
agli animali, non avresti potuto contemplare il cielo stellato e non saresti stata salvata. Forse non saresti
neanche sopravvissuta all'angoscia della posizione eretta. Lo stesso succede anche a me;  un sogno
che abbiamo in comune, che tu hai sognato sia per me che per te .
Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati. La posizione eretta rappresenta il
potere dell'uomo sugli animali, ma proprio in questa chiara posizione di potere egli  pi esposto, pi
visibile, pi attaccabile. Giacch questo potere  anche la sua colpa, e solo se ci sdraiamo per terra tra
gli animali possiamo vedere le stelle che ci salvano dall'angosciante potere dell'uomo.
Di questa colpa degli uomini nei confronti degli animali testimonia il brano pi lancinante
dell'opera di Kafka. Il passo che segue  tratto dal racconto Una vecchia pagina, che fa parte della
raccolta Un medico condotto.
 Ultimamente il macellaio pens di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al
mattino port un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un'ora io rimasi disteso sul pavimento
in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali
pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti
brandelli di carne viva. Il silenzio regnava da tempo quando mi arrischiai a uscire; i nomadi giacevano
stanchi intorno ai resti del bue come bevitori intorno a una botte .
Il silenzio regnava da tempo... . Si pu dire davvero che il narratore si sottrasse
all'intollerabile, che egli ritrov il silenzio, dato che dopo un simile muggito il silenzio non pu pi
esistere? La posizione supina  quella personale di Kafka, ma non c' vestito n coperta n guanciale
che possa far tacere per sempre quel muggito tremendo. Se egli vi si  sottratto,  per poi risentirlo di
nuovo, giacch quel muggito non  mai cessato. Certo la parola  sottrarsi , in relazione a Kafka, 
quanto mai imprecisa. Nel suo caso significa che egli anelava al silenzio per non sentire nient'altro,
niente al di sotto della propria angoscia.
Nel continuo confronto con il potere, Kafka si serviva della propria ostinatezza per ottenere
qualche volta un rinvio. Ma quando essa non bastava o gli veniva a mancare, egli provava e riprovava a
scomparire; in questo si mostrava utile quella sua magrezza per la quale sovente, come sappiamo,
sentiva anche un senso di disprezzo. Attraverso una diminuzione corporea egli sottraeva potere a se
stesso e perci era meno partecipe del potere, anche la magrezza era una forma di ascesi rivolta contro
il potere. La stessa propensione alla scomparsa si mostra nel rapporto che egli ebbe con il proprio
nome. In due romanzi, nel Processo e nel Castello, Kafka contrae il suo nome nell'iniziale K. Nelle
lettere a Felice il nome diventa sempre pi piccolo, e finisce per scomparire del tutto.
C' un altro mezzo pi sorprendente ancora, di cui Kafka dispone e del quale fa uso con una
maestria che oltre a lui appartiene solamente ai Cinesi: la metamorfosi in ci che  piccolo. Poich egli
aborriva la violenza, ma non riteneva di avere la forza sufficiente per sgominarla, accresceva la
distanza tra s e i pi forti facendosi man mano pi piccolo in rapporto a loro. Grazie a questo
rattrappimento, otteneva due risultati: sfuggiva a quelli che lo minacciavano in quanto diventava troppo
insignificante per loro e, nello stesso tempo, si liberava di tutti gli esecrabili mezzi di cui si serve la
violenza: gli animaletti nei quali Kafka si trasformava erano di preferenza del tutto innocui.
Una delle prime lettere a Brod chiarisce molto bene la genesi di questa insolita attitudine. Risale
all'anno 1904, quando Kafka aveva 21 anni; la chiamer  lettera della talpa  e di essa citer ci che
mi sembra necessario per comprendere la sua metamorfosi in ci che  piccolo. Ma la far precedere da
una frase che gi un anno prima si trova in una lettera indirizzata all'amico di giovent Oskar Pollak:
Si renda onore alla talpa e alle sue caratteristiche, ma non se ne faccia la propria santa. Non  molto,
 vero, ma la talpa fa qui la sua prima apparizione.  gi posto un accento particolare sulle  sue
caratteristiche  e nell'esortazione a non santificarla si dovrebbe saper cogliere un primo accenno al
significato che essa prender in seguito. Ma ecco ci che troviamo scritto nella lettera a Max Brod:
 Scaviamo come talpe gallerie sotterranee, e usciamo tutti neri e con un pelo come velluto dai
nostri monticelli di sabbia crollata, i poveri piedini rossi tesi a invocare tenerezza e piet.
 Durante una passeggiata, il mio cane sorprese una talpa che voleva attraversare la strada. Le
salt addosso varie volte, ma poi la lasciava libera perch era un cane ancora giovane e timoroso.
All'inizio la cosa mi divert, e soprattutto mi piacque l'agitazione della talpa che in preda alla
disperazione cercava invano un buco in quel duro selciato. Ma quando il cane ad un tratto la colp di
nuovo con la sua zampa tesa, la talpa lanci in gridolino: faceva cs, css. Mi parve allora... no, non mi
parve niente. Era stata soltanto un'illusione, perch quel giorno avevo la testa che ciondolava cos
pesantemente che la sera mi accorsi con stupore che avevo il mento conficcato nel petto .
A questo proposito bisogna sottolineare che Kafka  il padrone del cane che insegue la talpa,
quel cane gli appartiene. Per la talpa terrorizzata che pur di salvarsi cerca un buco in quel duro selciato
Kafka invece non esiste affatto, l'animale teme soltanto il cane, i suoi sensi non percepiscono altro. Ma
lui, Kafka, che stando dritto domina la scena dall'alto e inoltre possiede il cane - che mai, per lui, potr
essere una minaccia - ride all'inizio dei vani e disperati movimenti della talpa. Quest'ultima non
sospetta neppure che potrebbe rivolgersi a lui per avere aiuto, non ha imparato a supplicare, non sa fare
altro che emettere quei suoi gridolini. Essi e non altro commuovono alla fine il dio, poich qui  Kafka
il dio, l'essere supremo, il potere pi alto, e in questo caso il dio  addirittura presente. Cs, css, grida la
talpa, e in virt del suo grido lui, che sta a guardare, si trasforma in talpa, e senza dover temere il cane,
che  il suo schiavo, sente che cosa vuol dire essere talpa.
L'inaspettato grido della talpa non  l'unico veicolo della sua metamorfosi in ci che  piccolo.
L'altro sono  i poveri piedini rossi  tesi come mani a implorare piet. Nel frammento di Kafka
dell'agosto 1914, Ricordo della ferrovia di Kalda, troviamo un analogo tentativo di avvicinarsi a un
topo morente per il tramite della sua  manina .
 Per i topi che talvolta attaccavano le vettovaglie bastava il mio lungo coltello. Nel primo
periodo, quando ancora osservavo ogni cosa con curiosit, mi capit una volta di infilzarne uno e di
alzarlo contro il muro all'altezza dei miei occhi.  possibile osservare bene gli animali di piccole
dimensioni solo tenendoli davanti a s all'altezza degli occhi. Se invece ci si china e li si guarda per
terra, si ottiene di essi un'immagine falsa e incompleta. Ci che in questi topi colpiva di pi erano le
unghie: grandi e un po' concave, ma lo stesso ben appuntite alla fine, erano veramente fatte apposta per
scavare. Il topo che tenevo davanti a me contro il muro, nell'ultimo spasimo, quasi contro la sua viva
natura allung le unghie di scatto, cos assomigliavano a una manina che si protende verso qualcuno...
.
Gli animali di piccole dimensioni dobbiamo tenerli all'altezza degli occhi per riuscire a vederli
bene;  come se, sollevandoli alla nostra altezza, ci equiparassimo a loro. Se con un atto di degnazione
ci chiniamo verso il suolo, otteniamo di essi un'immagine falsa e incompleta. Quando Kafka parla di
sollevare i piccoli animali all'altezza degli occhi pensiamo anche alla sua propensione a ingrandire
queste creature: ci accade per l'insetto della Metamorfosi e per l'essere tipo talpa del racconto La
tana. Poich l'animale ci viene incontro e si ingrandisce, la metamorfosi in ci che  piccolo diventa
pi facilmente osservabile, pi plausibile, pi credibile.
Un interesse per animali piccolissimi, insetti specialmente, che sia paragonabile a quello di
Kafka si trova altrimenti solo nella vita e nella letteratura dei Cinesi. Il grillo, ad esempio,  fin dai
tempi pi antichi uno degli animali preferiti dei Cinesi. Nell'epoca Sung c'era l'uso di tenere dei grilli
che venivano addestrati e istigati a combattere. Per esempio, essi venivano attaccati al petto in gusci di
noce la cui cavit era stata provvista di tutto ci che poteva servire all'abitacolo di un grillo. Il
proprietario di un celebre grillo offriva il suo braccio alle zanzare perch ne succhiassero il sangue, e
quando le zanzare erano sazie, lui le triturava finemente e presentava al suo grillo quella poltiglia che lo
avrebbe reso pi gagliardo e combattivo. Con appositi pennelli i grilli venivano istigati al
combattimento, al quale poi si assisteva accovacciati, oppure sdraiati con la pancia a terra. Un
animaletto che si distinse per insolito ardimento fu insignito del nome glorioso di un condottiero della
storia cinese, in quanto si pensava che l'anima di quel condottiero avesse fissato la propria dimora nel
corpo del grillo. Grazie al buddhismo la teoria della trasmigrazione delle anime era ammessa dai pi
come qualcosa di ovvio, e perci in quest'idea non c'era nulla di aberrante. La ricerca dei grilli pi
adatti a combattere per la Corte imperiale si estendeva in tutto il paese e gli esemplari pi promettenti
venivano pagati a caro prezzo. Si racconta che quando l'impero dei Sung fu invaso dai Mongoli, il capo
supremo dell'esercito cinese assisteva con la pancia a terra a un combattimento tra grilli proprio nel
momento in cui gli giunse la notizia che i nemici avevano circondato la capitale, la quale correva
dunque un grave pericolo. Ma egli non pot separarsi dai grilli, doveva assolutamente restare per
vedere chi avrebbe vinto. La capitale cadde e fu cos che croll l'impero dei Sung.
Gi molto tempo prima, nell'epoca T'ang, a causa del loro stridio i grilli venivano tenuti in
piccole gabbie. Ma che li si tenesse a una certa altezza per osservarli meglio mentre cantavano, o che a
causa del loro alto prezzo fossero portati sempre sul petto e tolti ogni tanto dalle loro dimore che
bisognava tenere scrupolosamente pulite, comunque quei grilli venivano sollevati all'altezza degli
occhi, proprio come Kafka consigliava. Li si osservava dunque da pari a pari, e quando combattevano
si stava accovacciati oppure ci si stendeva per terra accanto ad essi. Ma le loro anime erano quelle degli
eroi pi rinomati e l'esito delle loro competizioni poteva apparire pi importante del destino di un
grande impero.
Sono molto diffuse in Cina le storie nelle quali i piccoli animali hanno una parte importante;
particolarmente frequenti sono quelle in cui grilli, formiche e api accolgono tra loro un uomo con il
quale si comportano come esseri umani. Comunque non risulta con chiarezza dalle lettere a Felice se
Kafka avesse letto veramente le Storie di fantasmi e d'amore in Cina di Martin Buber, libro che
contiene alcune di queste storie. Comunque nel citarlo egli lo elogia e, con sua somma stizza -  l'epoca
della gelosia nei confronti degli altri scrittori - risulta che Felice se lo  gi procurato. In ogni caso
parecchi dei suoi racconti sembrano appartenere alla letteratura cinese. Dal diciottesimo secolo in poi,
la letteratura europea si  spesso ispirata a temi cinesi. Ma Kafka  l'unico scrittore cinese per sua
stessa natura che l'Occidente possa vantare.*** In una annotazione che potrebbe esser tratta da un testo
taoista, egli stesso riassunse il significato che aveva per lui il piccolo. Due possibilit: farsi
infinitamente piccolo oppure esserlo. La seconda  perfezione, dunque inattivit, la prima inizio,
dunque azione .
Sono perfettamente consapevole del fatto che qui si  accennato a una piccola parte di quello
che ci sarebbe da dire sul potere e sulla metamorfosi in Kafka. Sforzarsi di trattare questo tema in
maniera pi completa e approfondita sarebbe compatibile solo nell'ambito di un libro pi vasto, mentre
qui dobbiamo portare a termine la storia del suo legame con Felice, che durer ancora per tre anni.
Degli sterili anni di questo legame, il pi sterile di tutti fu il 1915, che rimase sotto il segno di
Bodenbach: ci che Kafka era riuscito per una volta a formulare in parole e a fissare sulla carta
continu ad agire in lui per molto tempo. All'inizio come conseguenza del loro incontro, Felice
ricevette ancora alcune lettere di Kafka, che per le scriveva con minore frequenza. Sono lettere che
contengono lagnanze sul rallentamento dell'attivit letteraria - la quale veramente si  di nuovo esaurita
- e inoltre sulla rumorosit delle nuove stanze in cui egli si  trasferito:  questo il tema che tratta pi a
fondo, e sono anche i passi pi accattivanti. La vita di funzionario gli riesce ogni giorno pi difficile;
tra i vari rimproveri che non risparmia a Felice, il pi grave  che lei abbia espresso il desiderio di
vivere con lui a Praga. Praga gli  diventata insopportabile e pur di lasciarla Kafka concepisce il
proposito di arruolarsi nell'esercito. La cosa che pi lo fa soffrire della guerra, cos dice,  di non
potervi partecipare. Non  escluso per che arrivi anche il suo turno. Presto si recher alla visita di leva
e lei deve sperare che lo prendano, perch questo  il suo desiderio. Ma a dispetto dei suoi reiterati
tentativi, non ne verr fuori nulla e,  disperato come un topo in gabbia , egli rimarr nel suo ufficio di
Praga.
Felice gli manda Salammb con una dedica molto triste. Leggerla lo addolora e cos, per una
volta, prova a scriverle una lettera consolatoria: Niente  finito, non c' buio, non c' freddezza...
Vedi, Felice,  accaduto soltanto che le mie lettere sono diverse e pi rade. Qual  stato il risultato delle
altre lettere, tanto pi fitte? Tu lo sai bene. Dobbiamo ricominciare da capo... .
Forse  la dedica di Felice che lo ha indotto a fissare l'incontro con lei e con Grete nella
Svizzera boema per la Pentecoste. Ed esso si rivela per entrambi l'unico momento luminoso dell'anno.
 probabile che la presenza di Grete abbia contribuito al buon andamento di quelle due giornate. Si pu
supporre che il terrore agghiacciante che le due donne insieme gli avevano ispirato durante il 
tribunale  si sia almeno in parte dissipato in quella circostanza. Felice soffriva di mal di denti e Kafka
ebbe il permesso di andarle a prendere l'aspirina e di  volerle bene faccia a faccia, cammin facendo.
Avrebbe dovuto vederlo, le scrisse lui subito dopo esser tornato a Praga, come durante il lungo viaggio
cercava nei lill il ricordo di lei e della sua stanza. Non era sua abitudine portare con s cose simili in
un viaggio, non era mai stato un amante dei fiori. E il giorno dopo le scrisse che temeva di essere
rimasto con lei troppo a lungo. Due giorni erano troppi. Dopo un giorno il distacco  facile, due giorni
gi creano un legame la cui rottura diventa dolorosa.
Gi dopo poche settimane, nel mese di giugno, ci fu a Karlsbad un nuovo incontro. Fu breve
questa volta, e and tutto nel peggiore dei modi. Non si sa nulla di molto preciso, ma in una lettera
scritta in seguito si parla di Karlsbad e della  gita veramente disgustosa ad Aussig. Subito dopo le
buone giornate della Pentecoste, fu certo per lui particolarmente duro, poich nella lista dei momenti
pi penosi della sua vita Karlsbad viene subito dopo il giardino zoologico e l'Askanischer Hof.
D'ora in avanti non le scriver quasi pi ed eluder le lamentele di lei per il suo silenzio. 
Perch non scrivi? si domanda lui stesso. Perch tormenti F.?
 evidente dalle sue cartoline che la stai tormentando. Prometti di scriverle e poi non lo fai.
Telegrafi  segue lettera anche se la lettera non  affatto partita e anzi sar scritta solo dopo due giorni.
 un comportamento che potrebbero s e no permettersi le ragazzine in casi eccezionali.... Il
capovolgimento  palese, Kafka tratta Felice esattamente come lei lo ha trattato anni prima, e
l'osservazione sulle ragazzine che possono permettersi un simile comportamento non  certo una prova
che egli di questo non sia consapevole.
Da agosto a dicembre Felice non ha notizie di Kafka, e se anche in seguito capita ancora che lui
le scriva di tanto in tanto, lo fa quasi sempre solo per rifiutare un incontro che lei gli ha proposto. 
Sarebbe bello vedersi, ma non dobbiamo farlo. Sarebbe solo una cosa provvisoria, e per le cose
provvisorie abbiamo gi patito abbastanza .  Tutto considerato,  meglio che tu non venga . 
Fintanto che non sono libero, non mi voglio far vedere, n voglio vedere te .  Prima dell'incontro
dobbiamo entrambi stare in guardia, prova a pensare intensamente agli incontri passati, e vedrai che
non lo vorrai pi... Niente incontro, dunque .
L'ultima citazione  gi dell'aprile 1916 e, nel contesto della lettera da cui l'ho tratta, suona pi
implacabile ancora. Se si prescinde dal breve intermezzo della Pentecoste del 1915, il rifiuto di Kafka
si  ulteriormente rafforzato nel corso di un anno e mezzo, e non si vede proprio come la situazione
potrebbe mutare. Ma ecco che in questo mese di aprile compare per la prima volta su una cartolina
postale la parola Marienbad, che poi ritorner regolarmente. Kafka progetta una vacanza e ha
intenzione di trascorrere a Marienbad tre settimane di assoluta tranquillit. Le cartoline postali
diventano pi frequenti. Alla met di maggio egli si reca veramente a Marienbad per un viaggio di
lavoro, e da l scrive a Felice una lettera piuttosto lunga, nonch una cartolina postale:
 Marienbad  di una bellezza inconcepibile. Gi molto tempo prima avrei dovuto seguire il mio
istinto, il quale mi dice che pi si  grassi pi si  intelligenti. Poich dimagrire  possibile dappertutto,
anche se non si  maniaci delle fonti termali, ma boschi come questi nei quali girovagare non si trovano
altro che qui. Vero  che la bellezza  ora accresciuta dal silenzio, dalla solitudine e dal vuoto, e anche
dall'accogliente disposizione di tutti gli esseri animati e inanimati; e tutto ci non  pregiudicato quasi
affatto dal tempo cupo e ventoso... Penso che se io fossi un cinese e andassi subito a casa (ma in fondo
sono un cinese e sto andando a casa...) dovrei fare in modo di ritornare qui al pi presto! Chiss come ti
piacerebbe! .
Ho citato quasi per intero il contenuto di questa cartolina postale poich in essa si manifestano
in un brevissimo spazio numerose caratteristiche e predilezioni di Kafka: il suo amore per i boschi, il
suo bisogno di silenzio e di solitudine, la questione della magrezza e il suo rispetto quasi superstizioso
per le persone grasse. Il vuoto e il silenzio, il tempo cupo e ventoso, l'accogliente disposizione di tutti
gli esseri animati e inanimati fanno pensare al taoismo e a un paesaggio cinese, e in effetti, a quanto ne
so io, questo  l'unico punto in cui Kafka dice di se stesso:  Ma in fondo sono un cinese... . La frase
finale  Chiss come ti piacerebbe!   il suo primo vero tentativo, a distanza di anni, di avvicinarsi a
Felice, e da esso scaturir la felicit delle giornate a Marienbad.
Le trattative -  diffcile definirle altrimenti - riguardo a queste vacanze da passare insieme si
trascinano ancora per tutto un mese e ravvivano in maniera davvero stupefacente la loro
corrispondenza. Felice, pur di andargli incontro, suggerisce addirittura una casa di cura. Pu darsi che
agisca oscuramente in lei il ricordo della casa di cura di Riva del Garda, dove tre anni prima la
vicinanza della  svizzera  era stata per Kafka una vera benedizione. Ma a Kafka la proposta non
piace, dice che per lui la casa di cura sarebbe quasi un nuovo ufficio al servizio del corpo , preferisce
un albergo. Dal 3 al 13 luglio Kafka e Felice passano insieme dieci giorni a Marienbad.
Kafka part da Praga dopo aver fatto nel suo ufficio un ordine esemplare, di lasciarlo era proprio
felice, se il suo addio fosse stato per sempre, per testimoniare la propria riconoscenza sarebbe stato 
disposto a lavare in ginocchio ogni gradino della scala, dal solaio alla cantina. A Marienbad Felice
and a prenderlo alla stazione. Egli pass la prima notte in una brutta stanza d'albergo. Ma il giorno
dopo si trasfer in una stanza eccezionalmente bella  dell'Hotel Balmoral. Felice abitava in una
stanza comunicante, e tutti e due avevano le chiavi di entrambe le porte. Kafka soffriva di gravi mal di
testa e d'insonnia; i primi giorni, e soprattutto di notte, si sentiva tormentato e disperato, nel suo diario
 scritto che le cose andavano malissimo. Il giorno 8 part con Felice per una gita a Tepl e il tempo era
orribile, ma poi cambi e  il pomeriggio fu meravigliosamente bello e leggero . Fu questa la svolta
che port cinque giorni di felicit con Felice, un solo giorno, si direbbe, per ognuno dei loro cinque
anni. Kafka scrisse nel diario: Non ero ancora mai stato, tranne a Zuckmantel, intimo di una donna.
Poi ancora con la svizzera a Riva. La prima era una donna, e io ignaro, la seconda una bambina, e io
completamente sconcertato. Con F. non ero intimo se non per lettera, umanamente solo da due giorni.
Non che tutto sia chiarissimo, rimangono dei dubbi. Ma com' bello lo sguardo dei suoi occhi sereni, il
dischiudersi della profondit femminile .
La vigilia della partenza di Felice, Kafka cominci una lunga lettera per Max Brod che port a
termine solo dopo che lei fu partita:
 Ora, per, vedevo nel suo sguardo un fiducioso abbandono femminile, e non potevo pi
chiudermi in me stesso... Non ho il diritto di oppormi, tanto pi che se le cose non stessero come stanno
farei io qualcosa di mia iniziativa pur di riavere quello sguardo.
Io in fondo non la conoscevo affatto, accanto ad altri scrupoli ci che in realt mi bloccava era
la paura della realt di una donna che conoscevo per lettera; quando lei mi venne incontro nella grande
stanza per ricevere il bacio di fidanzamento, fui percorso da un lungo brivido; ogni passo della
spedizione di fidanzamento in compagnia dei miei genitori era stato per me un vero supplizio; niente
mi faceva tanto terrore come star solo con F. prima delle nozze. Adesso  diverso e va bene. Questo, in
breve, il nostro accordo : ci sposeremo poco dopo la fine della guerra, prenderemo due o tre stanze in
un sobborgo di Berlino e ciascuno di noi due provveder personalmente solo alle proprie necessit
economiche. F. continuer a lavorare come ha fatto finora, e io, io veramente non posso ancora dirlo...
In ogni caso... ora c' pace, risolutezza e dunque possibilit di vita...
Ci sono state, dopo la mattina di Tepl, giornate belle e leggere che non avrei creduto di poter
avere mai pi. Com' naturale, non sono mancati gli intermezzi bui, ma il bello e il leggero hanno
avuto il sopravvento... .
L'ultimo giorno delle vacanze di Felice, Kafka l'aveva portata con s a Franzensbad per farle
incontrare sua madre e una delle sue sorelle. Quando la sera ritorn a Marienbad, dove pensava di
rimanere da solo per altri dieci giorni, l'albergatore aveva ceduto ad altri ospiti la sua camera, che era
particolarmente tranquilla, trasferendo lui nell'assai pi rumorosa stanza di Felice. Cos le prime
cartoline postali che manda a Felice dopo che lei  partita sono di nuovo piene di lamentele sui rumori,
il mal di testa e l'insonnia. Ma in capo a cinque giorni, essendosi abituato alla stanza di lei, con il
ritardo che in lui ben conosciamo, Kafka si esprime, nelle cartoline a Felice, con un impeto di tenerezza
e di felicit che va dritto al cuore del lettore, se non altro perch in lui  tanto raro. Va visto come un
colpo di fortuna il fatto che anche dopo la partenza di Felice egli rimase nel luogo dov'erano stati
insieme. Passeggi negli stessi sentieri dei boschi di Marienbad, consum i cibi che gli erano stati
prescritti per farlo aumentare di peso negli stessi locali in cui era andato con lei. Di notte si sedeva sul
balcone della stanza di Felice, al suo stesso tavolo, e le scriveva alla luce della lampada che entrambi
conoscevano cos bene.
 tutto scritto sulle cartoline postali, ogni giorno gliene manda una, qualche volta due. La prima
esordisce ancora con  Mia povera cara  perch Kafka si sente male, sempre quando dice a Felice 
povera  intende che il povero  lui.  Scrivo con la tua penna, con il tuo inchiostro, dormo nel tuo
letto, son seduto sul tuo balcone... questo non sarebbe grave, ma attraverso la porta semplice sento il
rumore del corridoio e delle coppie, quella di destra e quella di sinistra. Qui il rumore domina ancora
su tutto il resto, altrimenti non si spiegherebbe la gaffe di quel  questo non sarebbe grave , dopo ci
che ha finito di dire. La cartolina termina con la frase :  Adesso vado al Dianahof, per pensare a te,
chino sul piatto del burro .
In una cartolina successiva le comunica che sta ingrassando malgrado l'insonnia e il mal di
testa, e le invia il  menu di ieri  al completo. In esso si trovano, in corrispondenza alle varie ore della
giornata, i cibi che da lui ci saremmo aspettati : latte, miele, burro, ciliegie e cos via; ma per le ore 12,
non crediamo ai nostri occhi quando leggiamo: Carne salata, spinaci e patate .
Egli ha dunque veramente rinunciato a una parte dell'opposizione contro Felice, in questa storia
d'amore il menu ha la sua importanza. Kafka sta diventando  grasso , mangia anche la carne; poich
per mangia molti altri cibi che anche prima avrebbe apprezzato, il compromesso tra lui e Felice  dato
dalla quantit di questi cibi e dalla  carne salata . Nei giorni passati insieme a Marienbad, Kafka e
Felice si sono avvicinati e riconciliati anche mettendosi d'accordo riguardo a ci che bisogna mangiare.
La tranquilla e regolata esistenza nella stazione termale infonde in lui un senso di pace e lo libera dalla
paura che aveva di Felice. Dopo che lei  partita egli continua, in quello stesso posto, con il medesimo
regime alimentare, e dirle questo equivale a una specie di dichiarazione d'amore.
Ma egli la corteggia anche usando argomenti meno personali e pi elevati :  Pensa un po', non
abbiamo conosciuto l'ospite pi illustre di Marienbad, il Belzer Rabbi, oggi certamente il pi
importante rappresentante del chassidismo, un uomo nel quale tutti ripongono una grandissima fiducia.
 qui gi da tre settimane. Ieri sono stato per la prima volta tra le dieci persone circa che durante la
passeggiata serale rappresentano il suo seguito... E tu come stai, mia illustrissima ospite di Marienbad?
Non ho ancora tue notizie, mi accontento di quel che mi raccontano le vecchie strade, oggi per esempio
la nostra Passeggiata del dispetto e del segreto .
Una volta, essendo rimasto due giorni senza notizie di Felice, le scrive: Siamo stati talmente
viziati dallo stare insieme, bastava far due passi a sinistra per aver notizie . Sulla seconda cartolina di
un certo giorno  scritto :  Carissima, sto di nuovo esagerando come un tempo, cio ti scrivo troppo?
Ecco le mie scusanti: son seduto sul tuo balcone, dalla tua parte del tavolo,  come se le due parti del
tavolo fossero i piatti di una bilancia; l'equilibrio delle nostre belle serate sarebbe distrutto; e io, tutto
solo su un piatto della bilancia, affonderei. Affonderei perch tu sei lontana. Per questo scrivo... Ora
qui c' quasi il silenzio che piace a me; la lampadina da notte  accesa sul tavolo del balcone, tutti gli
altri balconi sono deserti per via del freddo, solo dalla Kaiserstrasse arriva fin qui un brusio uniforme
che non mi d fastidio.
In quel momento non aveva paura. Era seduto al tavolo dalla parte di Felice, come se fosse lei,
ma il piatto della bilancia si abbassava perch lei era lontana, per questo le stava scrivendo. C'era quasi
il silenzio che gli piaceva, la lampadina da notte era accesa solamente sul suo balcone, e ci che
provava non era indifferenza. Tutti gli altri balconi erano freddi e deserti. Il brusio uniforme che veniva
dalla strada non gli dava fastidio.
Non aveva pi forza la frase del tempo in cui ancora non conosceva veramente Felice, la frase
dov' scritto che oltre alla paura il sentimento dominante che gli uomini gli ispirano  l'indifferenza. Se
a Kafka era concessa la libert di tener accesa la lampadina da notte, poteva addirittura provare amore.
 Uno almeno deve vegliare, cos dicono. Uno dev'essere presente .
Ogni vita  ridicola, purch la si conosca piuttosto bene. Ma non appena la si conosce ancor
meglio, diventa seria e atroce. Quando Kafka ritorn a Praga, si accinse a un'impresa che pu essere
considerata sia in un modo sia nell'altro. L'immagine che aveva di Felice prima di Marienbad gli era
insopportabile ed egli si assunse ora l'erculeo compito di modificarla. Gi da molto tempo, dall'epoca
di Bodenbach, vedeva Felice in una luce spietata, e fin da allora le aveva detto senza alcuna remora le
cose che di lei lo tormentavano di pi. Ma lo aveva fatto sporadicamente e senza speranza, poich non
aveva in mente nulla da proporle in vista di un suo mutamento. A Marienbad il discorso cadde un
giorno sulla Casa del Popolo ebraica di Berlino dove ci si prendeva cura dei profughi ebrei e dei loro
figli, e Felice, di sua iniziativa, manifest il desiderio di lavorarvi nelle ore di libert. Lui gliene aveva
parlato senza particolari intenzioni o aspettative, e dunque si rallegr quando lei  in tutta libert intese
cos bene lo spirito della Casa . Da questo momento in poi, Kafka cominci a nutrire delle speranze
riguardo a Felice e, con la testardaggine che in lui prendeva il posto dell'energia, in ognuna delle lettere
che le mand a Berlino la esort a realizzare il piano da lei stessa concepito di prendere contatto con la
Casa del Popolo. Per tre o quattro mesi, fino all'inizio di novembre, egli le scrisse quasi ogni giorno, e
l'argomento di gran lunga pi importante delle sue lettere, bench non l'unico, era la Casa del Popolo.
Felice prese esitando le sue informazioni, temeva che solo agli studenti sarebbe stato concesso
di prestare la loro opera alla Casa del Popolo. Lui nel risponderle disse che non capiva come le fosse
venuta in mente una simile idea.  Com' naturale, l'iniziativa  stata presa ed  guidata tuttora da
studenti e studentesse, che sono in media gli esseri umani pi altruisti, pi determinati, pi sensibili, pi
esigenti, pi entusiasti, pi indipendenti e pi lungimiranti, ma qualsiasi altra persona pu
parteciparvi. (Difficilmente troveremo ancora in Kafka tanti superlativi riuniti insieme). Le spieg poi
che mettersi a disposizione di quella Casa del Popolo era infinitamente pi importante del teatro, del
poeta Klabund e di Dio sa cos'altro. Che era del resto una cosa che sarebbe servita moltissimo anche a
lei. Non per offrire aiuto si andava in quel luogo, ma per cercarne, e da quel tipo di lavoro c'era da
trarre pi miele che da tutti i fiori dei boschi di Marienbad - insomma, era veramente curioso di aver
notizie sulla sua partecipazione all'attivit della Casa. Quanto al sionismo, che lei diceva di non
conoscere abbastanza, non doveva preoccuparsi. Nella Casa del Popolo, sarebbero state mobilitate e
sollecitate altre forze che a lui stavano molto, ma molto pi a cuore.
A Marienbad Kafka aveva letto un libro sulla vita della contessa Zinzendorf, donna della quale
ammirava il carattere e l' opera quasi sovrumana  svolta alla guida della colonia  Herrnhter
Brderkirche . La cit varie volte nelle lettere a Felice, e in tutti i consigli che ora le diede la contessa
aleggiava come un modello da seguire, bench certo per lei del tutto irraggiungibile.  La contessa
ventiduenne scoppi in un pianto dirotto quando giunse dopo le nozze nella sua nuova casa di Dresda,
che la nonna Zinzendorf, in attesa della giovane coppia, aveva fatto ammobiliare, considerati i tempi,
con un certo lusso . Segue una pia frase della giovane contessa che non aveva colpa per quelle
frivolezze, nonch la sua preghiera affinch il Signore, nella Sua misericordia, fortificasse la sua anima
e tenesse lontano il suo sguardo da tutte le stoltezze del mondo. Kafka aggiunse :  Da incidere su una
lapide che va affissa sopra il magazzino dei mobili .
Con l'andare del tempo questo influsso che Kafka cerca di esercitare su Felice si trasforma in
una vera e propria campagna' con un chiaro obiettivo. Egli vuole per cos dire sborghesizzare' Felice,
vuole toglierle dalla mente i mobili, quei mobili che per lui rappresentano l'incarnazione stessa di tutto
ci che c' di pi tremendo e odioso nel matrimonio borghese. Vuole che lei capisca quanto poco
valgano la casa e l'ufficio, in quanto aspetti di una vita prettamente egoistica, in confronto e in
contrasto con l'umile attivit che viene svolta in favore dei figli dei profughi ebrei in una Casa del
Popolo disposta ad accoglierli. Ma il modo in cui assilla Felice denuncia un'avidit di dominio
spirituale che in lui non ci saremmo aspettati. Kafka si fa mandare un resoconto su ogni passo che pu
avvicinare Felice alla Casa del Popolo, e non appena lei viene accettata, su ogni singola attivit che vi
svolge. C' una lettera nella quale le pone in proposito una ventina di domande, diventa sempre pi
insaziabile, le cose che lei gli racconta non gli bastano mai. La sollecita, la critica, partecipa alla stesura
di una relazione che lei dovr tenere alla Casa del Popolo, e a questo scopo legge e studia la
Jugendlehre di Friedrich Wilhelm Frster. Cerca dei libri da dare in lettura ai bambini della Casa, e
addirittura da Praga manda a Felice l'edizione per ragazzi di alcune opere che gli sembrano
particolarmente adatte, nelle sue lettere ritorna continuamente su questo tema con puntigliosa
pedanteria, pretende delle fotografe di Felice in mezzo ai suoi' bambini che vuole conoscere da
lontano guardandoli attentamente; quando  contento di Felice, cio ogni volta che lei segue le sue
indicazioni, le rivolge delle lodi sperticate, e sono elogi di una tale intensit da indurla con certezza a
prenderli per espressioni del suo amore. Ci che veramente a poco a poco si aspetta da lei  una specie
di sottomissione, di ubbidienza incondizionata. Le modifiche all'immagine di Felice e i mutamenti che
vuole indurre nel suo carattere, senza i quali non pu immaginare di poter vivere con lei in futuro,
fanno s che a poco a poco egli assuma il controllo della sua persona.
Kafka prende dunque parte all'attivit di Felice, per la quale, come dice in una lettera, a lui
stesso mancherebbe la necessaria dedizione; ci che lei fa, lo fa al posto suo. Lui, per converso, ha
sempre pi bisogno di una grande solitudine, della quale va in cerca passeggiando alla domenica nei
dintorni di Praga, dapprima in compagnia di sua sorella Ottla, che egli ammira come se fosse la sua
fidanzata. Un collega d'ufficio li incontra insieme e in effetti prende Ottla per la sua futura sposa, n
Kafka si fa scrupolo di raccontare questo episodio a Felice. Egli ha ora scoperto un nuovo divertimento
per il suo tempo libero: sdraiarsi nell'erba.  Ultimamente, ero quasi disteso nel fosso sul ciglio della
strada (quest'anno anche nel fosso l'erba  alta e fitta), quando un signore piuttosto distinto, con il
quale ogni tanto ho rapporti di lavoro, mi pass davanti in un tiro a due, diretto ad una festa ancora pi
distinta. Io mi allungai nel fossato e provai la gioia... dell'esser declassato . Passeggiando con Ottla
nei dintorni di Praga, egli scopre due splendidi posti, entrambi silenziosi come il paradiso dopo la
cacciata degli uomini. In seguito va a passeggio anche da solo:  Conosci veramente la gioia che si
prova a star soli, a camminare soli, a stare sdraiati al sole in completa solitudine?... Hai mai provato ad
andare da sola molto lontano? La capacit di far questo presuppone che in passato si abbia molto
sofferto, e oltre a ci una grande fortuna. Lo so io che da ragazzo ho passato molto tempo da solo, ma
era piuttosto una costrizione, solo di rado una gioia scelta liberamente. Adesso invece vado verso la
solitudine come l'acqua verso il mare .
E cos un'altra volta: Sono andato molto lontano, ho camminato per circa cinque ore, da solo e
non solo abbastanza, per valli completamente deserte e non deserte abbastanza.
Mentre in questo modo si sviluppano in Kafka le premesse interiori per quella vita di campagna
che l'anno seguente egli condivider con Ottla a Zrau, i suoi sforzi sono volti a far s che Felice
rinsaldi il suo legame con la comunit della Casa del Popolo ebraica di Berlino. Durante la settimana
egli seguita a condurre la sua esistenza impiegatizia, che per lo disgusta a tal punto che egli pensa
ancora di poterle sfuggire arruolandosi nell'esercito : i soldati, almeno, non devono risparmiarsi. Nel
frattempo Felice lo giustifica per il fatto che lavora nella Casa del Popolo.
Tuttavia, nelle lettere di quest'epoca, Kafka nomina spesso anche l'attivit letteraria. Siccome 
un periodo nel quale ancora non si sente in grado di affrontare un nuovo lavoro, si tratta di notizie sul
destino di racconti gi scritti da tempo, sulla loro pubblicazione o sull'accoglienza che hanno ricevuto.
Gi in settembre annuncia a Felice che  stato invitato a Monaco di Baviera per una pubblica lettura.
Leggere in pubblico gli piace, ha voglia di andarci e vorrebbe che fosse presente anche lei; rifiuta le sue
proposte di un incontro a Berlino o a Praga. Da Berlino lo fa arretrare il ricordo terrorizzante delle
vicende legate al fidanzamento e al  tribunale , che per non vengono nominati spesso nelle sue
lettere; ormai sono passati due anni da allora. Ma quando viene nominata una localit di Berlino che
comunque gli rammenta il  tribunale , egli non si perita di far notare a Felice quanto ancora gli dolga
il ricordo di quei giorni. Quanto a Praga, arretra spaventato al pensiero della propria famiglia: a Praga,
sarebbe inevitabile che Felice venisse invitata a sedersi alla tavola dei genitori di Kafka, e questo suo
trovarsi con loro rafforzerebbe la preponderanza familiare, rafforzerebbe cio quello strapotere contro
il quale egli lotta ininterrottamente con le sue deboli forze. Sforzandosi cos di tener lontana Felice da
Praga, Kafka si comporta come un politico il quale fa di tutto per evitare che due dei suoi potenziali
nemici stabiliscano un'alleanza ai suoi danni. Egli insiste dunque tenacemente nel suo progetto di
incontrare Felice a Monaco di Baviera. Nella loro corrispondenza si parla di questo per un paio di mesi.
Kafka sa bene quanta forza pu derivargli da una pubblica lettura; e anche Felice, docile e ubbidiente
come ora  diventata,  per lui un elemento di forza. Bisogna che queste due fonti di energia si
incontrino a Monaco e, sommandosi, si potenzino a vicenda. Comunque non c' nulla di cambiato nel
suo singolarissimo modo di prendere una decisione. Assistiamo ancora una volta ai suoi ben noti
tentennamenti : il viaggio  probabile, ma non ancora sicuro, impedimenti esterni minacciano di farlo
fallire. Dopo due mesi di varie tergiversazioni, a soli cinque giorni dalla data prefissata, egli scrive cos
:  Il viaggio diventa ogni giorno pi probabile. In ogni caso ti telegrafer ancora mercoled o gioved
la bella frase Dunque si parte oppure un triste No . Il venerd parte.
Il fatto che Kafka non abbia mai tratto il minimo insegnamento dai propri errori  una prova che
la sua indole  davvero irriducibile. Per quanto gli insuccessi si moltiplichino, essi non portano mai al
successo. Le sue difficolt sono sempre le stesse, come se si trattasse di dimostrare che sono per natura
difficolt invincibili. Con calcoli e riflessioni innumerevoli egli fa in modo di scartare coerentemente
tutto ci che potrebbe portare a una loro positiva risoluzione. La libert di fallire viene tenuta in serbo
come una specie di legge suprema,  indispensabile che nei momenti cruciali sia sempre possibile
trovare una scappatoia;  qualcosa che potremmo chiamare la libert del debole, dell'uomo che nella
sconfitta cerca la propria salvezza. In questo vietarsi la vittoria si esprime la caratteristica pi vera di
Kafka, lo speciale rapporto che egli ha con il potere. Ogni suo calcolo trae origine dall'impotenza e ad
essa fa ritorno.
Ecco perch, incurante del fatto che sempre in passato gli incontri troppo brevi con Felice si
erano rivelati un completo fallimento, Kafka decise di mettere a repentaglio, per un unico sabato con lei
a Monaco, i risultati ottenuti negli ultimi quattro mesi, e cio il controllo che su di lei si era conquistato
per mezzo della Casa del Popolo di Berlino. Monaco era per lui un'incognita: i luoghi, la gente, l'esito
della lettura del venerd, dopo un viaggio in treno di una giornata intera, e il sabato che sarebbe seguito
a quel venerd, tutto era imprevedibile. Eppure egli si assunse questo rischio, quasi che in esso
risiedesse una possibilit segreta di libert. In  una orribile pasticceria  scoppi fra lui e Felice una
lite della quale di preciso non si sa nulla.  probabile che Felice gli si sia ribellata dopo che per tanto
tempo si era sforzata di assoggettarsi del tutto al suo volere. Si pu anche supporre che presa da collera
improvvisa non si sia distinta per particolare finezza; lo accus di egocentrismo, e non era una novit.
Ma Kafka non poteva accettare tale accusa come se niente fosse; ne fu colpito profondamente perch,
come scrisse lui stesso in seguito, si trattava in effetti di un'accusa fondata. Ma il suo egocentrismo
aveva come massima espressione la testardaggine, la quale non gli permetteva di accettare dei
rimproveri che non fossero quelli che egli rivolgeva a se medesimo.  Il mio senso di colpa  sempre
piuttosto forte, non ha bisogno di alimento esterno; e comunque la mia complessione non  forte a
sufficienza da permettermi di ingurgitare spesso un simile alimento.
Con ci ebbe fine la seconda fioritura del rapporto fra Kafka e Felice: la loro strettissima intesa
era durata per quattro mesi. Questi mesi possono certamente essere confrontati con il loro primo
periodo, quello da settembre a dicembre del 1912, in quanto entrambi sono caratterizzati dalla speranza
e dalla forza che Kafka trasse da Felice. Ma mentre quella prima stagione era stata un'estasi della
creazione letteraria, durante questo secondo periodo Kafka si sforz soprattutto di cambiare il carattere
di Felice per renderla pi consona ai suoi valori. La delusione di allora aveva tarpato la sua creativit,
questa volta il suo estraniarsi da lei produsse l'effetto opposto: lo ricondusse alla letteratura.
Torn da Monaco con rinnovato coraggio. La pubblica lettura era stata un  clamoroso
insuccesso , aveva letto Nella colonia penale.  Con il mio racconto come viatico, ero arrivato in una
citt che per me non significava nulla, era solo un luogo d'incontro e un desolante ricordo d'infanzia, e
mi misi a leggere la mia sordida storia circondato dall'indifferenza pi assoluta, lo sportello di una
stufa vuota non sarebbe stato pi freddo, e poi mi ritrovai, ci che qui mi succede di rado, in compagnia
di gente estranea . Le recensioni furono pessime ed egli le condivise, aver osato dare una pubblica
lettura dopo che per due anni, come disse esagerando, non aveva pi scritto nulla, era stato da parte sua
un atto di  fantastica arroganza. (Comunque a Monaco aveva anche appreso che Rilke lo stimava
molto, era stato colpito soprattutto dal Fuochista che preferiva sia alla Metamorfosi sia a Nella colonia
penale). Ma fu proprio questa arroganza - l'essersi prodotto in pubblico, il fatto che su di lui fossero
stati espressi dei giudizi e in specie dei giudizi negativi, la sua sconfitta insomma, nonch la
clamorosit dell'insuccesso di fronte a gente sconosciuta -, fu proprio tutto questo che mise ali ai suoi
piedi. Se a ci si aggiunge il dissidio con Felice che gli permise di assumere nei suoi confronti un
distacco senza il quale non riusciva a scrivere, diventa comprensibile il senso di rinnovata baldanza che
lo pervase al suo ritorno da Monaco.
Si mise subito a cercare casa e questa volta ebbe fortuna: Ottla allest, in un piccolo alloggio
della Alchimistengasse che aveva affittato per s, una stanza piuttosto silenziosa in cui lui potesse
scrivere in pace, ed egli in effetti vi si trov ben presto a suo agio. Non volle incontrarsi con Felice a
Natale, e lei, per la prima volta dopo quattro anni, si lament di forti emicranie, un male che aveva
preso da lui. Egli parl con un tono quasi sprezzante della Casa del Popolo ebraica, oggetto in passato
di tante discussioni. Che assolvesse ora al suo compito, quella Casa: tener quieta e impegnata Felice,
nient'altro che questo.
Nell'alloggio di Ottla Kafka ebbe dei momenti buoni. Le cose gli andavano meglio di quanto
non fosse mai accaduto negli ultimi due anni.  Che buffo chiudersi in casa in questa piccola stradina
sotto il chiarore delle stelle. Bello abitare l, bello rincasate a mezzanotte lungo l'antico sentiero che
dal castello arriva in citt. Nacquero in quell'alloggio i racconti Un medico condotto, Il nuovo
avvocato, In galleria, Sciacalli e Arabi e II prossimo villaggio, in seguito inseriti nel volume intitolato
Un medico condotto. Kafka vi scrisse inoltre II ponte, Il cacciatore Gracco e II cavaliere del secchio.
Sono racconti che hanno in comune il senso dello spazio, la metamorfosi (non pi in qualcosa di
piccolo) e il movimento.
Sull'ultimissima fase della relazione con Felice, dalle lettere che Kafka le ha indirizzato non si
ricava gran che. La lettera datata Fine dicembre 1916/primi di gennaio 1917  che, enumerando sei
punti contro e cinque a favore considera esaurientemente -con una puntigliosit  da contabile , dir
Kafka stesso, autorimproverandosi - i vantaggi e gli svantaggi di un appartamento nel Palazzo
Schnborn, presuppone ancora che dopo la fine della guerra Kafka e Felice andranno a vivere insieme.
Felice dovrebbe trasferirsi in questo appartamento per lei predisposto, e in esso riposarsi per almeno
due o tre mesi. Dovrebbe per rinunciare alla cucina e al bagno. Non si pu dire che la sua presenza sia
tenuta in grande considerazione, visto che vien fatto il suo nome soltanto in uno degli undici punti a
favore o contro. Comunque viene menzionata e, ci che forse  ancora pi importante, Kafka la invita a
riflettere con attenzione sulla cosa e a dare un consiglio.
Dell'anno 1917, in cui fino al mese di agosto Kafka deve pur averle scritto di tanto in tanto, non
si  conservato nulla, n cartoline n lettere, la prima  del mese di settembre. Kafka si era trasferito in
febbraio nell'appartamento del Palazzo Schnborn e l aveva scritto altri racconti poi raccolti nel
volume Un medico condotto, e varie cose di notevole importanza (per esempio La costruzione della
muraglia cinese) che non furono pubblicate durante la sua vita. Egli non  del tutto scontento di questo
periodo, e lo dice in una lettera del luglio 1917 indirizzata a Kurt Wolff.
Ci che accadde tra lui e Felice in questo stesso mese di luglio  possibile desumerlo solo da
altre fonti, e perci la nostra descrizione non sar cos esatta come quella delle precedenti vicende. Nel
mese di luglio ci fu il secondo fidanzamento ufficiale. La guerra in verit era ben lungi dall'essere
finita, e dunque a quel che sembra il piano originario fu lievemente anticipato. Felice arriv a Praga, e
bench si debba supporre che fosse andata ad abitare nel Palazzo Schnborn, non mancano elementi
che suggeriscono il contrario. I due fidanzati si recarono in visita ufficiale da vari amici di Kafka. Brod
fa notare che durante la visita in casa sua si comportarono in maniera impacciata e anche un po'
ridicola. Si erano messi di nuovo alla ricerca di mobili e di un alloggio, forse Felice non era soddisfatta
del Palazzo Schnborn e ci teneva ad avere fin dall'inizio bagno e cucina. Si portava in giro nella
borsetta ben 900 corone, una somma insolitamente elevata. In una lettera scritta da Kafka alla signora
Weltsch, che riguarda appunto la perdita temporanea di questa borsetta, egli parla formalmente di
Felice come della sua futura sposa. Si pu supporre che ancora una volta Kafka non riusc a tollerare
questi passi ufficiali e simili denominazioni. Abbiamo gi detto che trarre profitto dalle esperienze
passate non corrispondeva alla sua natura. Ma forse, pur senza rendersene conto con chiarezza, egli ci
teneva, una volta di pi, a mettersi nei pasticci, per poi esser costretto a venirne fuori. Nella seconda
met di luglio si rec con Felice dalla sorella di lei ad Arad in Ungheria.  assai probabile che nel corso
di questo viaggio giunsero a un grave contrasto. Non  escluso che per affrettare il momento della
rottura Kafka sentisse il bisogno di un confronto con un membro della famiglia di lei. Fatto sta che
lasci Felice a Budapest e da solo ritorn a Praga passando da Vienna. Rudolf Fuchs, che vide allora a
Vienna, cita nei suoi ricordi alcune frasi di Kafka da cui si pu desumere che la rottura definitiva era
avvenuta o comunque che lui aveva intenzione di rompere. Da Praga Kafka scrisse a Felice due lettere
che non si sono conservate, nelle quali presumibilmente si spinse molto in l.
Ormai aveva preso davvero la decisione di rompere, ma non riteneva di essere capace di farlo
con le sue sole forze. Cos, passati due giorni dall'ultima lettera a Felice, nella notte fra il 9 e il 10
agosto, ebbe un'emottisi. Da una descrizione molto pi tarda si ricava l'impressione che Kafka al
momento abbia lievemente sopravvalutato la durata di questo sintomo. Tuttavia non c' dubbio alcuno
che a notte fonda egli ebbe all'improvviso uno sbocco di sangue dai polmoni e che questo episodio
clamoroso - lo si direbbe gi poetico di per s, essendo stato raffigurato come  ferita sanguinante  -
ebbe per lui conseguenze gravissime. Subito dopo prov un senso di sollievo, ma ci nonostante
consult il suo medico, quel dottor Mhlstein che tanto lo rassicurava a causa della sua  massa
corporea. Come questi reag veramente non  facile da stabilire, ma il racconto che ne fece Kafka fu
sufficiente a mettere Brod in ansia. Passarono varie settimane prima che Brod riuscisse a persuaderlo a
consultare uno specialista. Kafka, infatti, era stato consapevole fin dall'inizio dei veri motivi della sua
malattia, ma nemmeno la prospettiva della libert, alla quale teneva pi di ogni altra cosa, gli rendeva
facile il compito di affidarsi per sempre a quella medicina ufficiale per la quale aveva sempre
dimostrato una tenace avversione. Con la visita specialistica del 4 settembre ebbe inizio un nuovo
periodo della sua vita. La dichiarazione dell'autorevole luminare, che ora egli si costrinse a prendere
per buona, lo liber da Felice, dall'angoscia del matrimonio, nonch dall'odiata attivit professionale.
Ma in compenso lo leg per sempre alla malattia che lo avrebbe portato alla morte, e che forse in quel
momento egli non aveva ancora in forma cos grave.
Infatti, la primissima dichiarazione dello specialista, che Brod annot nel suo diario il giorno
stesso della visita di Kafka, non suona particolarmente allarmante. Si parla di una infezione catarrale
all'apice di entrambi i polmoni con minaccia di tubercolosi. La febbre, come risult con chiarezza,
cess del tutto in brevissimo tempo. Comunque fecero seguito a questa visita prescrizioni mediche
inconsuete, le quali si precisarono in un piano di fuga che era indispensabile alla salvezza spirituale di
Kafka. Fu deciso che egli dovesse recarsi in campagna per un periodo iniziale di tre mesi. Non si pu
fare a meno di notare che la localit prescelta era gi stata come dire predisposta da molto tempo: si
trattava dell'azienda agricola di Ottla a Zurau. Per quattro settimane Felice non venne a sapere nulla di
tutto questo. Solo quando quel passo fu stabilito con ferrea certezza, tre giorni prima del trasferimento a
Zurau, Kafka le scrisse, il 9 settembre, una prima lettera molto seria. Forse le avrebbe gi comunicato
esplicitamente in questa lettera la sua ferma determinazione alla rottura, ma lei, che dopo aver ricevuto
le due lettere di agosto aveva taciuto per molto tempo, gli aveva riscritto proprio allora in tono
conciliante, come se tra loro non fosse intervenuto alcun grave conflitto, e lui per disgrazia aveva
ricevuto queste lettere il 5 settembre, cio il giorno dopo essersi fatto visitare dallo specialista.  Oggi 
racconta a Brod  sono arrivate delle lettere di Felice, calma, amichevole, senza il minimo rancore,
proprio come la vedo nei miei sogni pi belli. Scriverle adesso mi riesce difficile .
Ma, come si  detto, Kafka le scrive il 9 settembre e racconta le vicende dei suoi polmoni con
drammatica concisione. Si parla molto di sangue, in questa lettera, e insistentemente di tubercolosi. Nel
suo stesso interesse, all'istituto non vogliono mandarlo in pensione, egli dunque andr in vacanza per
almeno tre mesi, ma come funzionario in servizio attivo. Della cosa per il momento i suoi genitori non
devono sapere nulla. L'unico elemento che lei alla lunga potrebbe avvertire come un che di minaccioso
 la conclusione della lettera.  Povera cara Felice  dice Kafka infatti, e quel termine povera, che
dalla corrispondenza conosciamo cos bene, proprio ora che Kafka sta parlando della propria malattia,
suona per la prima volta non pi riferito a se stesso, ma veramente a lei.  Che queste parole debbano
diventare la chiusa di tutte le mie lettere? Non  un coltello che incide solo di punta, rigirando nella
piaga ferisce anche all'indietro .
Kafka aggiunge in una postilla che da quando ha avuto l'emottisi si sente meglio di prima. 
una dichiarazione che corrisponde a verit, ma forse il suo intento  anche di evitare che Felice, colta
da improvviso allarme, lo raggiunga immediatamente.
Il 12 settembre ha inizio il periodo di Zurau. Gi la prima lettera a Brod sembra venire da un
altro mondo. Il primo giorno non era riuscito a scrivere perch tutto gli era piaciuto troppo, se avesse
scritto avrebbe dovuto esagerare, e non voleva farlo. Ma anche il giorno dopo dice :  Ottla mi trasporta
davvero sulle sue ali attraverso questo mondo cos diffcile, la camera ... splendida, ariosa, calda, e in
una casa dove regna un silenzio quasi totale; le cose che devo mangiare sono presenti intorno a me in
grande abbondanza... e la libert, soprattutto la libert...
 In ogni caso il mio atteggiamento di oggi verso la tubercolosi  come quello del bambino
verso le pieghe della sottana materna alle quali si aggrappa... Qualche volta ho l'impressione che a mia
insaputa il cervello e i polmoni si siano messi d'accordo. Cos non si pu andare avanti ha detto il
cervello, e dopo cinque anni i polmoni si sono dichiarati disposti ad aiutarlo .
E nella lettera successiva scrive: Vivo con Ottla un piccolo buon mnage; esso non  fondato,
come accade di solito, sulle tensioni violente di un corto circuito, ma piuttosto sulle sinuosit di una
corrente che segue placidamente il suo corso. Abbiamo un'azienda proprio carina, nella quale, spero, vi
troverete bene anche voi . Ma c' un'ombra su questa lettera:  Felice ha scritto due righe per
annunciare la sua venuta. Non la capisco,  straordinaria... .
Felice venne, sulla sua visita si trova nel diario di Kafka una annotazione che cito in parte :  21
settembre. F.  stata qui, il viaggio per vedermi  durato trenta ore, avrei dovuto impedirglielo. A quel
che mi sembra, porta il peso di una estrema infelicit, soprattutto per colpa mia. Io stesso non mi
capisco, mi sento totalmente insensibile e del tutto inerme, penso a certe mie comodit che verrebbero
disturbate, e mi concedo soltanto di fare un po' la commedia .
La penultima lettera a Felice, la pi lunga, scritta a distanza di dieci giorni dalla sua visita a
Zurau,  la lettera pi penosa che Kafka abbia mai scritto, e citarne dei passi costa un certo sforzo. Lei
nel frattempo gli ha scritto due volte, sulle prime Kafka non ha aperto le lettere, le ha lasciate giacere.
Questo glielo dice subito, all'inizio, ma aggiunge anche che alla fine si  deciso ad aprirle. Certamente
ci che esse contengono lo umilia, ma gi da tempo, dice, egli si vede con un occhio pi spietato di
quello di lei, e ora le spiegher quale spettacolo egli offre di s.
Segue a questo punto il mito dei due combattenti che dimorano in lui, ed  un mito falso e
indegno.
L'immagine della lotta non  in grado di cogliere i suoi processi interiori, essi vengono
deformati da una sorta di eroicizzazione del suo sbocco di sangue, quasi che davvero si fosse svolto in
lui un sanguinoso combattimento. Ma anche volendo accettare questa immagine, vediamo che essa lo
fuorvia inducendolo a dire subito una cosa non vera: che il migliore dei due combattenti  appartiene
a lei, a Felice, cosa di cui lui si  pienamente persuaso, dice, proprio negli ultimi giorni. Sappiamo in
ogni caso che questa lotta, o comunque la si voglia altrimenti chiamare,  finita da un pezzo e che nulla
ormai appartiene a Felice, specie negli ultimi giorni. Che si debba vedere in questa bugiarda
dichiarazione una volont consolatoria, una sorta di gesto cavalleresco per la donna da lui mortificata e
reietta? In ogni caso, poco pi oltre troviamo una frase che vai la pena di citare come frase kafkiana:
Sono un uomo bugiardo, non riesco a tenermi in equilibrio in altro modo, la mia barca  molto
fragile.  una frase che introduce un periodo piuttosto lungo in cui egli riassume la visione che ha di
se stesso.
Il periodo  veramente ben riuscito, appartiene alla letteratura, anche a Kafka piace cos tanto
che lo ricopia parola per parola in una lettera a Max Brod, e poi ancora, sempre parola per parola, nel
suo diario. E l, nel diario, quel brano sta benissimo, ma si comprender che date le circostanze
rinuncio a citarlo in questa sede. Poi c' di nuovo un brano piuttosto lungo sulle alterne vicende dei due
combattenti e sul sangue che  stato versato. Esso sfocia in una frase assai impegnativa:  In effetti in
cuor mio non ritengo che questa malattia sia una tubercolosi, o almeno non in primo luogo una
tubercolosi, ma piuttosto il mio generale fallimento . Ma il sangue e la lotta non sono ancora finiti, ed
egli ne trarr ulteriori conseguenze. Tutt'a un tratto compare la frase:  Non domandarmi perch esigo
una barriera. Non umiliarmi cos. Qui le dice con forza che la respinge totalmente da s e che di
questo non intende darle spiegazioni; se di tutta la lettera non rimanessero che queste due frasi, essa
avrebbe la potenza di un'apostrofe biblica. Subito dopo c' una frase, vuota e teatrale, che la
indebolisce, ma poi, tutt'a un tratto, ci troviamo di fronte alla verit:  La vera o presunta tubercolosi 
dice Kafka   un'arma di cui mi servo accanto alle altre, quasi innumerevoli e ormai spuntate, che si
presentano ora, dalla incapacit fisica su fino al lavoro e gi di nuovo all'avarizia, in tutta la
miseria del loro strumentali-smo e della loro primitivit .
Alla fine le confida un segreto al quale per il momento non crede neanche lui, pur dicendo che
dev'essere vero: egli non guarir mai. In questo modo Kafka si uccide per lei, con una specie di
suicidio si sottrae a Felice per i giorni a venire.
Il contenuto essenziale di questa lettera  stato dunque dettato dalla volont di Kafka di evitare
che Felice continuasse a molestarlo. Dal momento che per lei non provava pi niente, non fu in grado
di dirle qualcosa che potesse davvero consolarla. A Ziirau era felice, assaporava la gioia della libert,
non poteva dunque fingere tristezza, e nemmeno un po' di rimpianto.
L'ultima lettera a Felice  del 16 ottobre, e a leggerla quasi non sembra che essa sia stata
destinata a lei. Kafka la respinge bench lei sia gi lontana, le sue frasi di cristallo non la implicano pi,
sembrano indirizzate a una terza persona. Comincia con una citazione da una lettera di Max Brod: le
lettere di Kafka, ha scritto Brod, rivelano una grande calma, e pur nella sua disgrazia egli  un uomo
felice. A conferma di questo, Kafka descrive a Felice l'ultima visita che lei stessa gli ha fatto. Forse 
una descrizione esatta, certo  pi fredda del ghiaccio.  Tu eri infelice di quel viaggio insensato, del
mio contegno incomprensibile, di tutto. Io non ero infelice . Quella grande afflizione non riusciva
tanto a sentirla, ma la vedeva e la capiva, e perci aveva preso la tranquilla risoluzione di tenere la
bocca chiusa, ermeticamente chiusa. La maggior parte della lettera  occupata dalla risposta a Max
Brod, che egli riporta approssimativamente poich l'ha gi spedita da quattro giorni. Le sue condizioni
fisiche sono eccellenti, non osa domandare come stia lei. Ha pregato Max, Felix e Baum, con ampie
motivazioni, di non andarlo a trovare, chiaro avvertimento per lei di non tornare da lui.
L'ultimo capoverso dice: Kant non lo conosco, ma quel brano dovrebbe valere soltanto per i
popoli, non credo si riferisca alle guerre civili, alle guerre intestine, nelle quali probabilmente non
pu darsi altra pace se non quella che auguriamo alle ceneri .
Kafka respinge cos un desiderio di riappacificazione che Felice aveva manifestato, sia pur
dissimulandolo in una citazione kantiana. Con quella frase sulla pace che si augura alle ceneri, ancor
pi esplicitamente che alla fine della lettera precedente, Kafka si ritrasse dietro la morte. Nelle lettere
assai dettagliate che in quello stesso periodo egli scrive ai suoi migliori amici non parla mai delle
ceneri.
Il fatto che alla fine la malattia divent una realt, mentre all'inizio era stata per lui un mezzo,
non pu valere come giustificazione. Troveremo la giustificazione nella nuova serie di appunti (il terzo
dei Quaderni in ottavo) che egli inizi due giorni dopo l'ultima lettera a Felice. Il diario nel quale
Kafka soleva scrivere si interruppe per anni. Vi leggiamo, come penultima annotazione in certo modo
ritardata, le frasi seguenti:  Finora le cose decisive non le ho annotate, sono un fiume che scorre
ancora in due bracci. Il lavoro che mi aspetta  immenso.
1968
* Qui, e nelle pagine che seguono, le citazioni dal Processo di Kafka sono tratte dalla
traduzione di Giorgio Zampa pubblicata presso Adelphi nel 19833 (N.d.T.).
** Questo brano, con altri frammenti e prose sparse, fu pubblicato per la prima volta in Franz
Kafka, Hochzeitsvorbereitungen auf dem Lande und andere Prosa aus dem Nachlass, New
York-Frankfurt a.M., 1953 (N.d.T.).
*** In favore di questa opinione vorrei qui far notare che essa  condivisa dal migliore
conoscitore moderno delle letterature orientali, Arthur Waley, con il quale l'ho discussa nei dettagli in
varie occasioni. Per questo motivo Kafka fu l'unico prosatore in lingua tedesca che Waley lesse con
grande passione, le sue opere gli erano familiari come quelle di Po Ch-i e come il romanzo buddhista
Lo Scimmiotto da lui stesso tradotti. Nelle conversazioni che ho avuto con lui, il discorso  caduto
spesso sul taoismo  naturale  di Kafka, ma anche, per non tralasciare alcun aspetto della natura
cinese, sulla particolare coloritura del suo ritualismo. Gli esempi da lui ritenuti pi eccelsi sono II
rifiuto e La costruzione della muraglia cinese, ma anche altri racconti sono stati nominati in questo
contesto.
ACCESSI DI PAROLE
Allocuzione pronunciata all'Accademia bavarese delle belle arti
Traduzione di Renata Colorni
Sarebbe da parte mia un atto di presunzione, e inoltre non servirebbe a nulla, se dicessi a voi
quale debito abbiamo nei confronti della lingua. Io sono solo un ospite della lingua tedesca, che ho
imparato all'et di otto anni, e il fatto che oggi voi mi diate in essa il benvenuto ha per me un
significato pi grande che non se fossi nato in territorio tedesco. E neanche posso considerarmi
particolarmente meritevole perch sono rimasto fedele a questa lingua quando, pi di trent'anni fa,
sono arrivato in Inghilterra e ho deciso di rimanervi. Ho seguitato infatti a scrivere in tedesco, pur
vivendo in Inghilterra, perch questo mi veniva naturale come respirare o camminare. Non avrei potuto
fare altrimenti, non ho mai preso in considerazione un'altra possibilit. Del resto mi ero
deliberatamente reso prigioniero di alcune migliaia di libri che avevo avuto la fortuna di portare con
me, e non ho dubbi che se anche questi mi avessero ripudiato dal loro ambito considerandomi un
transfuga, il mio rapporto con loro non sarebbe cambiato se non in misura insignificante.
Forse posso invece dirvi qualche cosa su ci che accade a una lingua in simili circostanze.
Come fa a difendersi dalla pressione incessante del nuovo mondo che la circonda? Si modifica
qualcosa nel suo modo di aggregarsi e nel suo peso specifico? Diventa forse pi avida di dominio, o
magari pi aggressiva? O piuttosto si nasconde e si chiude in se stessa? Diventa pi intima? Si potrebbe
anche ipotizzare in effetti che essa si trasformi in una lingua segreta che la persona adopera soltanto per
s.
Ebbene, come prima cosa provai per il tedesco una nuova curiosit. Feci pi confronti, relativi
soprattutto alle espressioni di uso quotidiano nelle due lingue, che presentano differenze vistose e
tangibili. Dai parallelismi letterari passai ai raffronti estremamente concreti sul linguaggio corrente. La
lingua pi antica o principale divent sempre pi stupefacente in ogni suo dettaglio. Tutto in essa
acquist uno spicco, mentre prima lo avevano solo alcuni elementi.
Nello stesso tempo sentivo una limitazione della mia autonomia. Avevo infatti davanti agli
occhi i casi di quei letterati che si erano dati per vinti e che, per motivi pratici, erano passati alla lingua
del nuovo paese. Tutta la loro vita era ormai per cos dire permeata dalla stolta vanit di questo sforzo
recente, che comunque poteva avere un senso solo se coronato da un grande successo. Quante volte mi
 capitato di sentire da gente pi o meno dotata e in un tono di boria poco meno che insulsa:  Adesso
scrivo in inglese! . D'altra parte, chi continuava a scrivere nella sua prima lingua senza la minima
prospettiva di raggiungere un obiettivo esterno, non poteva non rendersi conto che con questa scelta
aveva praticamente abdicato a ogni pubblico riconoscimento. Non poteva confrontarsi con nessuno, era
solo, e anche un po' ridicolo. Si era messo nella situazione pi difficile, in apparenza priva di sbocchi,
presumibilmente i suoi compagni di sventura lo ritenevano un folle e per la gente del paese ospitante, in
mezzo a cui tutto sommato doveva pur vivere, sarebbe rimasto per molto tempo uno sconosciuto.
Non c' da stupirsi che in simili circostanze l'intimo e il privato acquistino maggior peso.
Diciamo a noi stessi molte cose che altrimenti non avremmo lasciato passare. La persuasione che tutto
ci non potr avere alcuna conseguenza, che rimarr comunque un fatto assolutamente privato - poich
di avere un uditorio non c' neanche da pensarci - ci ispira uno strano sentimento di libert. Tra tutta
quella gente che dice in inglese le cose della vita quotidiana, abbiamo la sensazione di possedere una
lingua segreta, una lingua nostra di uso quasi solo privato, una lingua che non serve pi a nulla, alla
quale per ci sentiamo legati con tenacia crescente, cos come alcuni uomini possono sentirsi legati a
una fede che nell'ambiente pi vasto in cui vivono  stata messa al bando da tutti.
Ebbene, se questo  l'aspetto pi superficiale della faccenda, ce n' anche un altro, che si
chiarisce solo col passare del tempo. In ragione dei nostri interessi letterari siamo portati a supporre che
a creare l'immagine della lingua siano le opere degli scrittori e dei poeti; questo  certamente vero, in
ultima analisi ci nutriamo di letteratura; ma c' una cosa speciale che scopriamo a poco a poco tra le
molte altre, vivendo nell'ambito di una lingua diversa, e cio che non riusciamo a liberarci proprio
delle parole in s, delle parole singole, a prescindere dai pi vasti contesti intellettuali in cui esse sono
inserite. Avvertiamo come non mai la forza e l'energia di certe parole proprio se siamo costretti di
continuo a metterne altre al loro posto. Il lessico dell'allievo diligente, quello che si  sforzato di
apprendere una nuova lingua, si ribella tutt'a un tratto: ogni cosa vuol essere di nuovo chiamata come
prima, con il suo vero nome, la seconda lingua che egli sente intorno a s in ogni momento diventa
qualche cosa di ovvio e banale, mentre la prima lingua, quella che si difende, gli appare in una luce
speciale.
Durante la guerra, che ho passato in Inghilterra, ricordo di aver riempito pagine e pagine di
parole tedesche che non avevano alcun rapporto con le cose a cui stavo lavorando. Naturalmente,
poich non formavano frasi complete, non figurano neppure nei miei appunti di quegli anni. Si trattava
di parole singole, il cui insieme era del tutto sprovvisto di senso. Assalito tutt'a un tratto da una specie
di furore, riempivo fulmineamente pagine e pagine con un gran numero di parole. Molto spesso erano
sostantivi, ma non soltanto, scrivevo anche verbi e aggettivi. Mi vergognavo di questi accessi di parole
e nascondevo i fogli perch mia moglie non li vedesse. Con lei parlavo in tedesco, era venuta da
Vienna insieme a me. Non ricordo di averle tenuto nascosto quasi nient'altro.
Ritenevo patologici questi miei accessi di parole e non volevo che lei si allarmasse : in quegli
anni, per lei come per tutti, ce n'erano fin troppe di cose allarmanti e impossibili da occultare. Forse
dovrei anche far presente che a me ripugna moltissimo spezzare le parole o comunque deformarle in
qualsiasi altro modo, le parole hanno per me una loro configurazione inviolabile, che lascio intatta. 
dunque quasi impensabile un'attivit pi assurda di quel mio scrivere parole intoccabili, una accanto
all'altra. (Quando sentivo l'imminenza di un accesso di parole, mi chiudevo a chiave in una stanza
fingendo di lavorare. Vi prego di scusarmi se menziono davanti a voi questa mia privata follia, eppure
sento il dovere di aggiungere che durante questa attivit mi sentivo particolarmente felice. Da allora
non posso pi dubitare che le parole siano dotate di una loro speciale carica passionale. In realt sono
come le persone, non tollerano di essere trascurate o dimenticate. A prescindere da come sono
custodite, rimangono in vita e saltan su all'improvviso per reclamare i loro diritti.
Gli accessi di parole di questo tipo costituiscono un indizio sicuro del fatto che la pressione
sulla lingua  diventata fortissima, che l'inglese (in questo caso) non solo lo si  imparato bene, ma che
esso sempre pi spesso si impone sull'altra lingua.  avvenuta una nuova dislocazione nella dinamica
delle parole. Il fatto che alcune siano udite tanto spesso non solo fa in modo che uno se le ricordi, ma
produce anche nuovi slanci, nuove iniziative, movimenti e contromovimenti. Alcune vecchie parole di
uso corrente lottando contro il loro avversario diventano dure come ghiaccio. Altre si ergono sopra ogni
contesto nella loro fulgida intraducibilit.
 necessario sottolineare che qui non stiamo parlando di uno che pur avendo deciso di imparare
una lingua straniera, chiuso in una stanza e con l'aiuto di un insegnante, ha per le spalle coperte da
tutti quelli che nella sua citt si esprimono in ogni momento cos come lui  stato sempre avvezzo a
esprimersi; stiamo parlando di coloro che sono esposti a una lingua straniera nel territorio di
quest'ultima; in esso tutti quanti stanno dalla parte di questa lingua e con le sue parole si scagliano tutti
insieme senza posa e con assoluta imperturbabilit addosso al nuovo venuto. Bisogna anche tener conto
che costui sa benissimo che rimarr qui, che non torner indietro n fra qualche settimana n fra
qualche mese n fra qualche anno.  ovvio che in simili circostanze uno si sforzi di capire tutto ci che
sente dire dagli altri, ed  noto a chiunque che questa  la cosa pi difficile. In un secondo tempo egli
cercher di imitarli e di farsi capire a sua volta. Ma oltre a ci succede qualcosa che si riferisce alla
prima lingua: si deve fare in modo che non riemerga nei momenti meno opportuni. Cos, a poco a poco,
la si ricaccia indietro, la prima lingua viene irreggimentata, imbrigliata, messa a tacere e, per quanto in
segreto la si possa coccolare e lusingare, essa, in pubblico, non potr non sentirsi disprezzata e
rinnegata. Non meravigliamoci perci se qualche volta si vendica travolgendo l'individuo in questione
con uno stormo di parole, parole isolate che non si compongono in frasi con un senso compiuto, e se
l'assalto di queste parole, che apparirebbe agli altri quanto mai ridicolo, lo induce a una segretezza
ancora pi rigorosa.
Pu sembrare assai inopportuno dare troppa importanza a queste personali situazioni
linguistiche. In un'epoca in cui tutto diventa sempre pi enigmatico ed  in gioco l'esistenza non pi di
singoli gruppi, ma letteralmente di tutta l'umanit, e nessuna decisione si rivela una soluzione perch
troppe sono le possibilit tra loro incompatibili e nessuno  in grado di intuire neppure alla lontana la
maggior parte di esse -succedono troppe cose, ognuno le viene a sapere troppo in fretta, e prima di
averne capita una fino in fondo ne sopraggiunge un'altra - in un'epoca concitata, minacciosa e ricca di
cose nuove, e anzi sempre pi ricca proprio perch cos minacciosa, in un'epoca come questa, da un
uomo che comunque si arroga il diritto di pensare certo ci aspetteremmo qualche cosa di diverso dal
racconto di una gara tra parole che in lui si contendono il campo indipendentemente dal loro
significato.
Siccome malgrado tutto le poche cose che ho detto vertono proprio su questo argomento, mi
sento in obbligo di darvi una spiegazione. A me sembra che all'uomo di oggi, ammaliato com'
dall'universale, siano affidati compiti sempre pi vasti, e che egli stia cercando una sfera privata non
indegna di lui, la quale, pur staccandosi nettamente dall'universale, sia in grado tuttavia di rispecchiarlo
perfettamente e con grande precisione. Si tratta in sostanza di una sorta di traduzione dell'universale
nel privato, e non  una traduzione a cui uno pu dedicarsi quando vuole come a un libero esercizio
dello spirito, ma qualcosa che ha una sua incessante necessit, qualcosa che pur essendo indotto dalle
costellazioni della vita esterna,  tuttavia pi che una costrizione. Ebbene, in questa specie di
traduzione io sono impegnato da molti anni, la sfera privata nella quale ho deciso di muovermi con
scrupolo e senso di responsabilit e senza organizzarmi le cose nella maniera pi comoda  la lingua
tedesca. Non sono io a dover dire se son riuscito ad assolvere il mio compito in questo modo. Ma
considero l'onore che voi oggi mi dimostrate, e per il quale vi ringrazio, un buon auspicio per il futuro.
1969
HITLER SECONDO SPEER
Traduzione di Furio Jesi
GRANDEZZA E DURATA
I progetti edilizi di Hitler costituiscono forse la parte pi sorprendente del libro di Speer che li
riporta. 1 Riprodotti nelle illustrazioni, appaiono in flagrante contrasto con tutto ci che ha a che fare
con l'architettura moderna, e perci hanno provocato tanta sensazione. Restano indimenticabili per
chiunque vi abbia gettato anche solo uno sguardo fuggevole.
Non possiamo per accontentarci di queste facili constatazioni. Non c' da fidarsi dell'unicit di
simili fenomeni.  necessario prenderli bene in considerazione e stabilire quale sia il loro fondamento,
che cosa precisamente li abbia prodotti.
In primo luogo  evidente - Speer stesso lo sottolinea - il parallelismo fra costruzione e
distruzione. I progetti per la nuova Berlino hanno origine in tempo di pace. Il loro compimento 
previsto per il 1950. Perfino Speer, il facitore di miracoli, che ottenne la fiducia di Hitler grazie alla
rapidit delle sue realizzazioni, si sarebbe trovato in difficolt a completare il programma entro quel
termine. La passione con cui Hitler sollecit quei progetti non lascia dubbi circa la loro seriet. Nello
stesso tempo, tuttavia, si stava sviluppando il progetto per la conquista del mondo. Passo passo, un
successo dopo l'altro, divenivano palesi l'ampiezza e la seriet anche di quell'intenzione. Era
impensabile che la si potesse realizzare senza guerra, dunque fin da principio la guerra fu prevista. Per
quanto forte potesse essere la posizione raggiungibile senza guerra, alla fine si sarebbe dovuti arrivare
al con flitto. Il Reich, che con la preminenza assoluta dei Tedeschi e forse anche di tutti i Germani'
avrebbe condotto all'asservimento del resto della terra, poteva agire solo con il terrore, molto sangue
doveva essere versato. Hitler fu dunque coerente nel lasciarsi sedurre dalla guerra. La contemporaneit
di questa seduzione e dei termini fissati per la realizzazione dei progetti edilizi fa sorgere il sospetto
che egli con quei progetti intendesse mascherare le sue intenzioni belliche.  una possibilit che anche
Speer considera, pur senza potersi risolvere ad accettarla. Si deve concordare con lui l dove egli
dichiara la presenza nella natura di Hitler di due aspetti, non subordinati l'uno all'altro. Ambedue, il
piacere di costruire e la distruzione, sono in Hitler altrettanto acuti ed efficienti.
Ci determina anche la forte impressione che i progetti edilizi suscitano nell'osservatore di
oggi. Mentre esaminiamo quei piani siamo consapevoli delle spaventose distruzioni subite dalle citt
tedesche. Conosciamo la fine, e ora ci giunge dinanzi all'improvviso l'inizio in tutta la sua ampiezza.
Questo parallelismo  ci che rende davvero impressionante il confronto. Sembra enigmatico e
inesplicabile. Ma di fatto  l'espressione concentrata di qualcosa che, di l da Hitler, ci turba.  in
fondo l'unico risultato incontestabile, sempre ricorrente, di tutta la storia' fino a ora.
Questo ci costringe a indagare in ogni possibile modo quell'improvviso inasprirsi della storia
che fu la comparsa di Hitler.  impossibile distogliersene con orrore e nausea, come a qualcuno pu
sembrare naturale. E non basta neppure accontentarsi dei mezzi consueti della ricerca storica. Che non
siano sufficienti  evidente. Dov' lo storico che sarebbe riuscito a tracciare la prognosi del caso
Hitler? Anche se oggi una storia particolarmente scrupolosa fosse capace di eliminare una volta per
tutte dal proprio sangue l'ammirazione per il potere che le  intrinseca, nel migliore dei casi essa
sarebbe in grado di mettere in guardia da un nuovo Hitler. Ma poich costui comparirebbe altrove, si
presenterebbe in maniera diversa e l'avvertimento sarebbe vano.
Per una vera comprensione di questo fenomeno sono indispensabili nuovi strumenti. Bisogna
scorgerli, andarli a prendere e adoperarli ovunque si offrano. Il metodo per una simile ricerca non pu
ancora esistere. Qui il rigore delle discipline specialistiche si rivela superstizione. Ci che ad esse
sfugge  proprio ci che importa. Una visione non frammentata del fenomeno  il presupposto capitale.
Ogni arroganza concettuale per quante buone prove possa aver dato in altre occasioni,  qui nociva.
Gli edifici di Hitler sono destinati ad attrarre e a contenere le pi grandi masse possibili.
Mediante la creazione di tali masse egli  riuscito a ottenere il potere, ma sa con quanta facilit le
grandi masse tendano a dissolversi. Prescindendo dalla guerra, ci sono solo due mezzi per contrapporsi
alla dissoluzione della massa. Uno  la sua crescita, l'altro  la sua regolare ripetizione. Da empirico
della massa, Hitler ne conosce le forme e i mezzi.
In enormi piazze, tanto grandi che difficilmente si possono riempire, si d alla massa la
possibilit di crescere: la massa resta aperta. L'entusiasmo della massa, questo a Hitler importa
soprattutto, aumenta con la sua crescita. Tutto ci che altrimenti serve alla formazione di tali masse:
bandiere, musica, unit in marcia che fungono da cristalli di massa,2 ma in particolare la lunga attesa
dell'apparizione del personaggio principale - tutto ci  ben noto a lui e ai suoi aiutanti. Non 
necessario darne qui una descrizione dettagliata. Riguardo al tipo dei progetti edilizi e all'intenzione di
formare una massa aperta,  importante sottolineare che tale massa ha la possibilit di crescere.
Edifici di tipo cultuale servono alla ripetizione regolare. Le cattedrali ne sono il modello. Il 
Kuppelberg  progettato per Berlino avr un'ampiezza diciassette volte superiore a quella di San
Pietro. Alla fine, edifici del genere servono per masse chiuse. Per quanto grandi siano concepiti, non
appena saranno pieni la massa non potr pi crescere, urter contro un limite. Invece che di una crescita
ulteriore, si tratter allora di regolari occasioni di raduno. La massa che si scioglie abbandonando quei
luoghi deve essere certa della prossima occasione in cui torner a formarsi.
Nelle manifestazioni sportive la massa si trova chiusa in un cerchio (o in semicerchio);
innumerevoli persone seggono dirimpetto le une alle altre: la massa vede se stessa mentre segue gli
avvenimenti che si stanno svolgendo al suo centro. Non appena si formano due partiti, si crea un
sistema a due masse, stimolato dalle lotte di cui sono spettatrici. I modelli di questa forma traggono
origine dall'antichit romana.
Un'altra forma di massa che ho definito lenta si crea in occasione di processioni, sfilate e
parate. Non ripeter qui ci che ho scritto, a proposito di questa forma, in Massa e potere.3 Hitler era
perfettamente consapevole della sua importanza. A essa, nei progetti hitleriani,  destinata una via
monumentale, larga 120 metri e lunga 5 chilometri.
Queste costruzioni e questi impianti che, a causa della loro grandezza, hanno gi sulla carta
qualcosa di freddo e di scostante, nella mente dell'edificatore sono pieni di masse che si differenziano a
seconda del recipiente che le contiene, a seconda del tipo di delimitazione che subiscono. Per
rappresentare con esattezza gli avvenimenti cui questi luoghi sarebbero destinati, bisognerebbe
descrivere dal principio alla fine lo svolgersi di una riunione di massa in ciascuno dei singoli complessi
edilizi. Ma non pu essere qui il nostro compito. Dovremo perci limitarci a porre in evidenza, in
termini molto generali, il modo nel quale edifici e impianti avrebbero dovuto animarsi.
 un'animazione che si prolunga oltre la morte del loro costruttore.  Suo marito  dice
solennemente Hitler alla moglie di Speer la prima sera in cui la conosce  eriger per me edifici come
non ne sono pi sorti da quattro millenni . Cos dicendo, pensa alle costruzioni egizie e in particolare
alle piramidi : a causa della loro grandezza, ma anche perch durano da quattro millenni. Non potevano
in alcun modo essere occultati e non sono stati ricoperti da nulla :  come se avessero immagazzinato in
s, come durata, i millenni della loro esistenza. Il loro essere palesi e la loro durata hanno
impressionato Hitler nel modo pi tenace; forse non si rendeva ben conto che quei monumenti, date le
modalit della loro costruzione, servivano anche quali simboli di massa, e tuttavia dovette sospettarlo
grazie al suo istinto per tutto ci che aveva a che fare con la massa. Quegli edifici, infatti, composti di
blocchi che furono trascinati e commessi insieme dalle fatiche di innumerevoli uomini, sono il simbolo
di una massa che non pu pi disgregarsi.
Ma i suoi edifci non erano piramidi, e delle piramidi dovevano assumere soltanto la grandezza
e la durata. Contenevano uno spazio interno che sarebbe stato di volta in volta riempito dalle masse
vive di ciascuna generazione. Dovevano essere fabbricati con la pietra pi resistente, per durare nel
tempo e inoltre per collegarsi alla tradizione degli edifici che erano sopravvissuti fino ai suoi giorni.
Non  affatto difficile comprendere queste tendenze, se le consideriamo dal punto di vista del
costruttore. Naturalmente il problema della durata  ovunque cosa precaria, e sulla sua natura e sul suo
valore non si  ancora riflettuto a dovere. Ma posto che un uomo sia pervaso da questa brama di durata
in modo non sospetto, tale cio da vietare ogni ricognizione circa la sua sensatezza o la sua follia, 
possibile che egli riveli se stesso in progetti del genere.
Le masse, eccitando le quali Hitler ha raggiunto il potere, devono poter essere continuamente
eccitate, anche quando egli stesso non ci sia pi. Poich i suoi successori non saranno in grado di farlo
come lui, che  un uomo unico nel suo genere, egli lascia in eredit i mezzi migliori per conseguire
quello scopo: ogni sorta di edifici e di impianti che servono a mantenere in vita la tradizione di tale
eccitazione di massa. Il fatto che siano i suoi edifici conferisce ad essi la loro aura particolare: egli
spera di vivere ancora abbastanza per inaugurarli e anche per colmarli di s durante alcuni anni. Il
ricordo dei suoi schiavi, delle masse da lui personalmente eccitate, sar d'aiuto in quei luoghi ai suoi
pi deboli successori.  possibile,  perfino probabile, che essi non meritino questa eredit; ma ci
nonostante, in questo modo, continuer a esistere il potere che egli ha ottenuto con le sue masse.
Naturalmente, infatti,  di questo potere che alla fin fine si tratta. Ai  recipienti di masse 
s'aggiunge ci che potremmo definire la corte, la sede del potere : la sua Cancelleria del Reich - il suo
palazzo - e non lontano le sedi dei ministeri che traggono da lui il loro potere. Come speciale capriccio,
egli pensa inoltre di conservare il vecchio edificio del Reichstag. Potr in tal modo rendere
evidentissima la differenza di proporzioni. Come sembrer piccolo il vecchio Reichstag di fianco ai
nuovi colossi!
Il suo disprezzo per il periodo di Weimar, che ebbe il solo merito di favorire la sua ascesa, si
trasmetter a tutti coloro che osserveranno il Reichstag nanerot-tolo all'ombra dei suoi giganteschi
monumenti. Eravamo cos piccoli e, grazie a lui, siamo divenuti cos grandi. Nella sua decisione
interviene per anche l'amoroso rispetto per la propria storia. In quel Reichstag si sono svolti molti
eventi importanti per lui : verr dunque inserito fra i luoghi del suo culto.
Egli nutre una venerazione superstiziosa per la propria ascesa. Non gli basta che ogni sua fase
sia ufficialmente elencata, come egli ritiene naturale attendersi da una storiografia servile; egli stesso
ne parla nella cerchia della sua corte pi ampia o pi ristretta. Si diffonde a parlarne per ore e ore, e
sempre vi ritorna. Le vicende delle sue avversit e le svolte della sua fortuna sono cos ben note agli
ascoltatori, che questi potrebbero continuare a narrare se egli ad un tratto ammutolisse. Talvolta
ammutolisce davvero e si addormenta.
Il suo affetto particolare va alla citt della sua giovinezza, Linz. Non pu dimenticare nulla, e
quindi ricorda anche con quale disprezzo Linz fu trattata dal governo di Vienna. Nei confronti di
Vienna continua a sentire un rancore profondo: in quella citt gli era andata molto male; neppure il suo
ingresso trionfale nel marzo del 1938 lo ha riconciliato con Vienna: sia prima sia dopo, in quella citt
lo interessa solamente il Ring con i suoi edifici monumentali. Ritiene imperdonabile che il Danubio
resti alla sinistra del complesso urbano di Vienna. All'opposto, Linz deve diventare una seconda
Budapest, con grandiosi edifici su ambedue le sponde del Danubio. Sar la residenza della sua
vecchiaia e l vuole erigere il suo mausoleo. Linz diverr infine pi importante di Vienna, e le
umiliazioni dei suoi primi anni saranno vendicate dai suoi imponenti edifici. Idea prediletta di Hitler 
che Linz superi Vienna.
Poich ora  caduta nel discorso questa parola, sembra giunto il momento di dire qualcosa circa
la funzione che il superare' ebbe per Hitler. Essa offre l'occasione forse migliore di avvicinarsi ai
meccanismi della sua mente. Ciascuna delle sue imprese, ma anche i suoi desideri pi profondi, sono
dettati da una coazione a superare: ci si pu spingere al punto di definire Hitler uno schiavo del
superare. Ma in ci non  affatto solo. Se avesse senso caratterizzare con un unico tratto l'essenza della
nostra societ, dovremmo necessariamente ricadere su questo: la coazione a superare. In Hitler questa
coazione ha raggiunto una tale intensit che non si pu far a meno di incontrarla in continuazione. Ci si
potrebbe immaginare che questa coazione faccia qualche luce sul suo vuoto interiore, intorno al quale
Speer verso la fine del libro scrive parole degne di nota.
Tutto si misura e si cimenta nella lotta, e colui che supera  un perpetuo vincitore. L'idea
dell'indispensabilit della lotta e della legittimazione recata dalla vittoria a ogni sorta di pretesa  cos
profondamente radicata in Hitler che egli, pur non mettendo mai in conto una propria sconfitta, trova
giusto che essa, ammesso che possa accadere, implichi rovina e annientamento anche per il suo stesso
partito. Il pi forte  il migliore, il pi forte merita di vincere. Finch  possibile, egli, raggirando
l'avversario, ottiene vittorie incruente. Le considera rafforzamenti in vista della vittoria definitiva che
dev'essere cruenta, una vittoria senza spargimento di sangue non  realmente valida.
I trattati cos presto spezzati, che Ribbentrop ha concluso e di cui  orgogliosissimo, lo fanno
ridere fino alle lacrime. Non pu prendere sul serio i trattati poich non costano sangue, e gli uomini
del campo avverso che costruiscono la loro politica sui trattati li giudica decadenti poich arretrano
dinanzi alla guerra.
Ma non solo nelle guerre Hitler manifesta il suo piacere di cimentarsi e di superare. Ne 
propriamente infetto: ricorre al superare incessantemente e in ogni modo possibile; il superare viene
usato da lui come una sorta di rimedio universale che si applica a ogni circostanza. Ritiene importante
affidare il medesimo incarico a due persone diverse, affinch cerchino di superarsi a vicenda.
Sulla terra non c' nulla di vistoso che Hitler non si senta stimolato a superare. Senza dubbio
Napoleone  la figura che suscita maggiormente la sua rivalit. Gli Champs-Elyses che conducono
all'Arc de Triomphe sono lunghi due chilometri : la sua via monumentale sar non soltanto pi larga,
ma anche lunga cinque chilometri. L'Arc de Triomphe  alto 50 metri, il suo arco di trionfo sar alto
120 metri. L'unificazione dell'Europa era la meta di Napoleone: a lui, Hitler, riuscir di attuarla, e in
modo duraturo. La campagna di Russia gli  imposta dall'esempio napoleonico. L'energia con cui volle
quell'impresa, l'ostinazione con cui ordin di conservare le posizioni conquistate che non erano pi
tenibili, contro ogni consiglio e ogni ragionevolezza, possono anch'esse essere spiegate dalla coazione
a schiacciare il precedente di Napoleone. Hitler vuole tenere il Caucaso come base per un'avanzata
verso la Persia, e qui i suoi piani s'incontrano con i progetti indiani di Napoleone. Che questi a sua
volta si sentisse stimolato dall'esempio di Alessandro Magno, conferma l'esistenza di un'unica
tradizione storica che sembra inestirpabile : quella dei superatori che tornano continuamente alla
ribalta.
Ci sono anche realizzazioni pi banali che lo colpiscono molto. La tribuna d'onore a
Norimberga  coronata da una figura che supera di 14 metri la Statua della Libert di New York. Il 
Grosse Stadion  della stessa citt ha una capienza due-tre volte superiore a quella del Circo Massimo.
Todt progetta per Amburgo un ponte sospeso che dovrebbe superare il Golden Gate Bridge di San
Francisco. La Stazione Centrale di Berlino dovrebbe schiacciare la Grand Central Station di New York.
Nel Kuppelberg, l'edificio a cupola destinato a immense adunate, avrebbero trovato largamente
posto il Campidoglio di Washington, San Pietro, e qualcos'altro ancora. Speer stesso non tace affatto la
parte che Hitler ebbe in questi  superamenti schiaccianti. Era, come appunto scrive, inebriato all'idea
di creare testimonianze di pietra della storia.  Ma entusiasmavo anche Hitler quando potevo
dimostrargli che avremmo battuto', almeno nelle proporzioni, le pi eminenti creazioni architettoniche
della storia.  chiaro che Speer fu contagiato dalla megalomania di Hitler e che non era in grado di
opporsi alla crescente fiducia che questi gli concedeva. A quel tempo, tuttavia, fece un'osservazione di
cui forse solo pi tardi avrebbe compreso appieno il significato:  La sua passione di costruire per
l'eternit creava in lui un totale disinteresse per le strutture del traffico, per le zone residenziali, per gli
spazi verdi: la dimensione sociale gli era indifferente .
L'idea fissa del superare si collega, come ho mostrato in Massa e potere, con l'illusione di
continuare a crescere. E quest'ultima  percepita come una sorta di garanzia di continuare a vivere. In
realt, dunque, questi progetti elaborati per molti anni vanno visti come un mezzo per prolungare la
vita. In quegli anni Hitler manifesta spesso dei dubbi circa la durata della propria esistenza.  Non
vivr pi molto a lungo. Ho sempre pensato di potermi concedere un po' di tempo per realizzare i miei
piani. Io stesso devo condurli in porto! . Queste apprensioni hanno una particolare coloritura che 
tipica dei paranoici. Nelle disposizioni ad ammalarsi, apparenti o reali che siano, si esprimono altri
pericoli, collegati all'incoercibile pretesa di grandezza. Nel caso Schreber',4 in cui la paranoia ebbe
uno sviluppo assai pi vasto, questo rapporto appariva lampante. Apprensioni di tal genere non
significano certo che si sia minimamente rinunciato alla pretesa di grandezza. Si giunge per a
un'utile' interazione fra apprensioni e pretesa. I progetti che si teme di non riuscire ad attuare, poich
il tempo di vita concesso appare sovente troppo breve, conservano o accrescono la loro grandezza in
modo da permettere a chi li ha ideati di carpire un prolungamento della propria esistenza. Hitler deve
restare in vita fino al 1950, quando i progetti della nuova Berlino saranno divenuti realt; e anzi anche
per un paio d'anni in pi, per poterli impregnare di s a vantaggio dei suoi pi deboli successori, e
dunque metterli in condizioni di svolgere la loro funzione in eterno.
L'efficacia nel tempo delle mete perseguite con la massima intensit  del resto sorprendente
anche in uomini meno ambiziosi. Se non ci fosse stata la guerra, che suscit nel destino di Hitler la
svolta verso la catastrofe,  probabile che egli sarebbe riuscito a vedere la sua nuova Berlino nel 1950,
nonostante tutte le apprensioni e la salute cagionevole.
L'ARCO DI TRIONFO
Di tutte le costruzioni che Hitler progetta per Berlino, l'arco di trionfo  il pi caro al suo cuore
- insieme, forse, con la grande sala a cupola. Lo ha ideato fin dal 1925; un modello in base a questo
primo progetto, alto quasi quattro metri,  la sorpresa di Speer per il cinquantesimo compleanno di
Hitler, nell'aprile del 1939. Poche settimane prima le sue truppe sono entrate a Praga. Sembra quindi
un momento particolarmente adatto per un arco di trionfo. Hitler  commosso nel profondo da quel
dono. Ne  continuamente attratto, lo contempla a lungo, lo mostra agli ospiti; alle Memorie di Speer 
unita una fotografia che illustra il suo entusiasmo. Difficilmente un dono ha mai toccato di pi il cuore
del destinatario.
Prima, Hitler e Speer avevano parlato spesso di questo arco di trionfo. L'altezza doveva
raggiungere i 120 metri: cos sarebbe stato alto pi del doppio dell'Arc de Triomphe di Napoleone a
Parigi: Sar almeno un degno monumento per i nostri morti nella guerra mondiale. Il nome di
ciascuno dei nostri 1.800.000 caduti sar scolpito nel granito! . Sono parole di Hitler, riferite da Speer.
Non c' nulla che condensi con altrettanta intensit l'essenza di Hitler. La sconfitta della Prima guerra
mondiale non  riconosciuta e viene trasformata in vittoria. Sar celebrata da un arco di trionfo, grande
il doppio di quello che fu concesso a Napoleone per tutte le sue vittorie. Si manifesta chiaramente cos
l'intenzione di superare le vittorie napoleoniche. Poich si prevede che la sua durata sar eterna, l'arco
verr fabbricato con dura pietra. Ma in realt  costituito di qualcosa di pi prezioso: 1.800.000 morti.
Il nome di ciascuno di questi caduti sar scolpito nel granito. In tal modo essi vengono onorati, ma
anche accostati uno vicinissimo all'altro, pi fitti di quanto sarebbe mai possibile in una massa. L'arco
di trionfo di Hitler  costituito da questo enorme numero di caduti. Non sono i morti della sua nuova
guerra, progettata e voluta da lui, bens quelli della prima, in cui egli stesso come ogni altro era stato
soldato. Egli le  sopravvissuto, ma le  rimasto fedele e non l'ha mai rinnegata. Dalla coscienza di
quei morti ha tratto la forza per non ammettere mai l'esito di tale guerra. Erano la sua massa quando
ancora non ne aveva altra, ed egli sente che essi sono ci che gli ha permesso di conquistare il potere;
senza i morti della Prima guerra mondiale, Hitler non sarebbe mai esistito. La sua intenzione di
raccoglierli insieme nel proprio arco di trionfo  un riconoscimento di questa verit e del suo debito
verso di essi. Si tratta per del suo arco di trionfo e porter il suo nome. Difficilmente qualcuno legger
molti altri nomi; e anche se verranno davvero incisi 1.800.000 nomi, la grande maggioranza di essi non
sar mai presa in considerazione. Ci che rester nella memoria sar il loro numero, e quel numero
enorme appartiene al suo nome.
Il senso della massa di morti  determinante in Hitler. Si tratta della sua massa peculiare. Se non
si tiene conto di questo suo sentimento,  impossibile capire lui, il suo esordio, il suo potere, ci che
egli intraprese con tale potere e l'obiettivo delle sue imprese. L'ossessione da lui manifestata con
sinistra vitalit sono questi morti.
VITTORIE! VITTORIE!
Vittorie! Vittorie! Se c' in Hitler una fatalit cui tutte le altre risultano subordinate, questa  la
fede nella vittoria. I Tedeschi, dall'istante in cui non vincono pi, cessano d'essere veramente il suo
popolo; senza esitazioni, egli nega loro il diritto alla vita. Si sono dimostrati i pi deboli: tanto peggio
per loro; egli augura ad essi la rovina che meritano. Se, com'era consueto sotto di lui, avessero
continuato a vincere, ai suoi occhi sarebbero stati un altro popolo. Gli uomini che hanno vinto sono
uomini diversi, anche quando sono pur sempre i medesimi. Che tanti credano ancora in lui, sebbene le
loro citt siano in macerie e praticamente nulla li difenda ormai dagli attacchi aerei del nemico, non gli
fa la minima impressione. Il fallimento di Gring, dopo tanti discorsi vuoti (e Hitler ne  consapevole,
poich lo ingiuria per questa ragione), viene in ultima analisi addebitato alla massa dei Tedeschi,
giacch non sono pi in condizioni di vincere.
Di fatto, Hitler porta rancore all'esercito per ogni pezzo di terreno conquistato da cui i soldati si
ritirano. Finch gli  possibile, si oppone all'abbandono di qualsiasi posizione, indifferente al numero
delle vittime. Egli infatti sente come un pezzo del proprio corpo tutto ci che  stato conquistato. Il suo
declino fisico durante le ultime settimane di Berlino, che Speer descrive in modo molto penetrante,
provandone compassione nonostante tutto ci che ha fatto contro di lui, non  altro che l'avvizzirsi del
suo potere. Il corpo del paranoico  il suo potere, con esso prospera o avvizzisce. Fino all'ultimo Hitler
si preoccupa di impedire che questo corpo venga dissacrato dal nemico. Egli ordina, s, l'ultima
battaglia per Berlino, affinch si cada combattendo - un clich tratto dal ciarpame storico che ingombra
la sua mente. Dice per a Speer :  Io non combatter;  troppo grande il pericolo che io venga soltanto
ferito e cada vivo nelle mani dei Russi. E neppure potrei tollerare che i miei nemici trattassero il mio
corpo come una carogna. Ho ordinato d'essere cremato . Egli perir senza combattere, mentre gli altri
combattono; e qualunque cosa accada agli altri che combattono per lui, l'unica sua preoccupazione 
che non accada nulla al suo corpo morto: poich questo corpo era per lui identico al suo potere, ne era
l'involucro.
A Goebbels, tuttavia, che muore vicinissimo a lui, riuscir di superarlo ancora nella morte.
Goebbels costringe sua moglie e i suoi figli a morire con lui.  Mia moglie e i miei figli non devono
sopravvivermi. Gli Americani li addestrerebbero soltanto a fare propaganda contro di me. Cos Speer
riferisce le sue parole. A Speer, che era amico della moglie di Goebbels, non  permesso prendere
congedo da lei da solo.  Goebbels rest continuamente al mio fianco... Solo verso la fine ella accenn
a ci che veramente la commuoveva: Come sono felice che almeno Harald (suo figlio di primo letto)
sia vivo . L'ultimo atto del potere di Goebbels consiste nell'aver impedito ai propri figli di
sopravvivergli. Egli temeva che potessero essere addestrati nel suo mestiere pi specifico - la
propaganda - contro di lui. Che alla fine si sia ancora procurato la soddisfazione di questo tipo di
sopravvivenza, non dev'essere erroneamente interpretato come un'espiazione per la sua attivit :
l'attivit di Goebbels culmina in questo.
L'indifferenza di Hitler per il destino del suo popolo, la cui grandezza e prosperit - a suo dire -
erano invece il senso vero e proprio, lo scopo e il contenuto della sua vita, appare nelle parole di Speer
con una evidenza davvero ineguagliabile.  Speer che ora assume d'improvviso la presunta funzione
iniziale di Hitler: cerca di salvare ci che per i Tedeschi  ancora salvabile. La tenacia della sua lotta
contro Hitler, che ormai ha deciso la completa rovina dei Tedeschi e in virt della propria autorit di
comando dispone ancora del potere sufficiente per costringere lo stesso Speer ad agire in tal senso,
impone rispetto. Hitler non fa minimamente mistero delle sue intenzioni.  Se la guerra  perduta, 
dice a Speer  anche il popolo sar perduto. Non  necessario aver riguardo per le cose fondamentali di
cui il popolo tedesco abbisogna al fine della pi elementare sopravvivenza.  anzi preferibile
distruggere anche queste stesse cose. Il popolo infatti s' dimostrato il pi debole, e il futuro appartiene
esclusivamente al pi forte popolo orientale. Ci che rimane dopo questa lotta sono comunque soltanto
gli infimi, giacch i buoni sono caduti! .
La vittoria  qui dichiarata esplicitamente come l'istanza suprema. Poich il suo popolo, che
egli stesso ha spinto in guerra, si  dimostrato il pi debole, nemmeno i superstiti devono sopravvivere.
A questo riguardo, il motivo pi profondo  che Hitler non vuole che alcuno gli sopravviva. Non pu
impedire d sopravvivergli ai nemici che hanno vinto, ma pu distruggere quanto ancora resta del suo
popolo. Secondo un modello gi sperimentato, ci che resta egli lo dichiara privo di valore, giacch i
buoni sono caduti . Quelli che vivono ancora sono sulla buona strada per trasformarsi ai suoi occhi in
gentaglia. Ma non  neppure necessario spingere sino alla fine il processo di svalutazione; a lui basta,
come hanno sempre fatto gli psicopatici, dichiarare i sopravvissuti roba di scarto. Tutto ci che egli ha
sterminato rimane desto in lui. La massa degli uccisi invoca il proprio accrescimento.
Hitler  ben consapevole della grandezza del loro numero: che il fatto e il modo del loro
annientamento siano stati tenuti segreti, noti solo a quanti vi parteciparono, accresce ai suoi occhi la
loro efficacia. Gli uccisi sono diventati la pi grande massa di cui egli disponga, e sono il suo segreto.
Come ogni massa, urgono verso il proprio accrescimento. Non potendovi pi aggiungere dei nemici,
poich i nemici hanno ottenuto la supremazia, egli avverte la costrizione di accrescere il loro numero
mediante il suo stesso popolo. Prima di lui e dopo di lui deve morire il maggior numero possibile di
persone. Senza conoscere l'intima coesione di questi processi, parte dei quali gli era ancora ignota,
Speer dovette provare il pi profondo orrore dinanzi ai fenomeni in cui si manifestavano. Che cosa
significassero gli ordini di distruzione impartiti da Hitler, era chiaro come il sole. Ma il suo modo di
motivarli, se incontrava resistenze, indusse Speer ad augurargli la morte.  oggi difficile concepire che
i Tedeschi i quali ricevettero questi ordini non abbiano tutti sentito e reagito come Speer.
Noi tutti, per, Tedeschi e non Tedeschi, grazie alla conoscenza a posteriori di simili fatti,
siamo divenuti sospettosi verso gli ordini. Sappiamo di pi, quell'esempio mostruoso ci  ancora
abbastanza vicino, e anche coloro che possono continuare a credere negli ordini li rigirerebbero pi
volte prima di obbedirvi. Allora invece si era educati, proprio da Hitler, a ravvisare la suprema virt
nell'esecuzione cieca di ogni suo ordine. Al di sopra di ci non vi era pi alcun valore; s'era compiuta
con straordinaria rapidit la demolizione di tutti quei valori che per moltissimo tempo erano stati
riconosciuti come una specie di patrimonio appartenente all'intera umanit. Si pu benissimo dire che
proprio la consapevolezza di ci riun l'umanit nella pi sorprendente coalizione contro Hitler. Nel
disprezzo di questi valori, nella svalutazione della loro importanza per uomini di ogni sorta, Hitler
diede prova di incomparabile cecit. Anche se avesse vinto - ed  impensabile -, sarebbe bastato questo
motivo a dissolvere rapidamente il suo potere. Insurrezioni si sarebbero manifestate in ogni angolo del
suo Reich, e alla fine i suoi stessi seguaci ne sarebbero stati contagiati. Egli, che traeva la sua sicurezza
dalle vittorie di Napoleone, non era capace di trarre insegnamento dalle sconfitte napoleoniche. Il suo
incentivo pi profondo nasceva dalla volont di superare le vittorie di Napoleone. Come gi abbiamo
osservato,  improbabile che Hitler si sarebbe accinto alla conquista della Russia se proprio l
Napoleone non avesse fatto naufragio. Lo spirito di Hitler era soggiogato da tutte le vittorie della storia.
Ma egli doveva anche tramutare in vittorie proprie le sconfitte dei suoi modelli, appunto per superarli.
Aveva preso le mosse dal trattato di Versailles e dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale.
Lottando contro le clausole di Versailles, ottenne le sue prime masse e alla fine conquist il potere in
Germania. Passo dopo passo riusc a vanificare gli effetti di Versailles. Dall'istante della sua vittoria
sulla Francia, che signific il capovolgimento di Versailles, Hitler fu perduto. Poich allora si persuase
della possibilit di capovolgere in vittoria ogni sconfitta, anche quella di Napoleone in Russia.
LA VOLUTT DEL NUMERO ZAMPILLANTE
Hitler si crede capace di tutto, le cose pi difficili le accetta, se egli vi si accinge andranno certo
in porto. Si tratta di decisioni, iniziative di sorpresa, mascherature, richieste, minacce, promesse
solenni, rotture di patti, temporanea non aggressione, e infine si tratta di guerra; ma anche di una sorta
di onniscienza, perfino in settori specialistici.
La sua memoria per i numeri  un fatto a parte. In lui i numeri svolgono una funzione diversa da
quella consueta presso gli altri uomini. Recano in s qualcosa delle masse che aumentano a scatti. La
sua passione pi intensa riguarda il numero dei Tedeschi che comporranno la popolazione del suo
Reich. Nei suoi discorsi la volutt del numero zampillante si fa clamorosa. Il mezzo pi energico per
eccitare la massa  il miraggio della sua crescita. Finch la massa mira al proprio accrescimento, non
sente il bisogno di disgregarsi. Quanto pi elevato  il numero che le si propone come meta
raggiungibile, tanto pi profondamente la si impressiona. Bisogna darle per il senso preciso di come
quella meta pu essere raggiunta. L'eccitazione sale sempre pi, insieme con l'elevarsi del numero.
Sessanta, sessantacinque, sessantotto, ottanta, cento milioni di Tedeschi! Se non si tratta di milioni, non
c' nulla d'importante che si possa fare: egli stesso, Hitler, ha sperimentato su di s l'efficacia di quel
numero. A lui riuscir di riunirli tutti insieme. La massa, colpita da questi numeri, si sente in istantaneo
aumento. In tal modo la sua intensit raggiunge il pi alto grado che si possa immaginare. Chiunque ne
sia stato afferrato, non riesce poi a liberarsene nel suo intimo. Ritrovarsi anche esteriormente in quella
situazione diviene la sua smania incoercibile.
Sono noti gli altri mezzi usati in tali occasioni. Non  questo il momento di parlarne. Va
comunque notato l'istintivo talento di Speer, fin dall'inizio della sua carriera, nel progettare enormi
bandiere e disporle in modo particolare. Si deve ora osservare che il gusto di Hitler per i grandi numeri
si trasfer dal numero degli uomini a quello di molte altre cose. Egli era ben consapevole dei costi
enormi che bisognava sostenere per i suoi edifici berlinesi, e voleva che raggiungessero le maggiori
dimensioni possibili. L'esempio di Luigi II di Baviera non lo spaventava, anzi lo attraeva.
S'immaginava che un giorno si sarebbero potuti attirare turisti americani con l'imponenza della cifra di
un miliardo, spesa per il  Kuppelberg  di Berlino, e si divertiva all'idea che per compiacere quei
turisti la somma potesse anche essere elevata a un miliardo e mezzo. Si ricordava particolarmente
volentieri i numeri mediante i quali veniva superato qualcosa, qualsiasi cosa fosse: erano i suoi numeri
favoriti.
Non appena le sorti della guerra mutano, Hitler incomincia ad aver a che fare con altri numeri.
Poich non gli si pu nascondere nulla - egli si riserva ogni visione d'insieme e ogni decisione - il suo
ministro ha l'obbligo di rendergli note le cifre di produzione del nemico. Nella loro improvvisa
crescita, mostrano un'analogia fatale con le sue stesse cifre : quelle che egli in precedenza soleva usare
per i propri scopi. Hitler le teme e si rifiuta di prenderne atto. La vitalit dei numeri zampillanti gli 
ben familiare. Ora, poich si volgono contro di lui, egli avverte la loro ostilit e cerca di sottrarsi al loro
contagio distogliendosi da essi.
VISITE RICUSATE
Quando crollarono le grandi citt tedesche, trasformandosi una dopo l'altra in cumuli di
macerie, Speer non fu il solo a ritenere utile, addirittura indispensabile, che Hitler si recasse a visitarle.
L'esempio di Churchill stava dinanzi agli occhi di tutti. Questi non mancava, ogni volta, di presentarsi
alle vittime della guerra che non erano direttamente coinvolte nei combattimenti. Dimostrava cos non
soltanto la sua intrepidezza, ma anche la sua partecipazione. Nonostante gli impegni di cui era
sovraccarico, Churchill trovava il tempo per le vittime e testimoniava con la sua presenza quanto
fossero importanti, quanto contassero. Egli chiedeva molto di pi alla popolazione civile, ma in cambio
la prendeva sul serio. Pu darsi che se Churchill non si fosse comportato cos, il morale degli Inglesi
durante l'anno in cui si trovarono a far fronte da soli a un nemico pi forte e ovunque vincitore, sarebbe
precipitato in misura pericolosa.
Al contrario, Hitler rifiut ostinatamente di mostrarsi nelle citt bombardate.  difficile
ammettere che - almeno durante i primi tempi - gli mancasse il coraggio fisico per una simile decisione.
Le sue truppe occupavano gran parte dell'Europa, e non gli passava neppur per la mente di considerarsi
battuto. Ma, al di fuori delle persone che ricevevano ordini direttamente da lui e di quelli, pochissimi,
che componevano la sua corte ristretta, egli era avvezzo a mostrarsi soltanto alle masse, e a masse di
tipo ben particolare.
Era divenuto maestro nell'accusa: durante gli anni dell'ascesa, l'accusa era stata il suo
strumento peculiare per eccitare gli uomini a farsi massa. Poich tale massa lo aveva aiutato a
raggiungere il potere, per qualche anno aveva fatto del suo meglio al fine di soddisfarne le aspettative e
di assicurarsene la devozione entusiastica. Erano gli anni dei suoi viaggi trionfali attraverso la
Germania, in un'atmosfera di giubilo che non era del tutto artefatta. Speer ha descritto la ripercussione
su Hitler di quell'atmosfera: si consider l'uomo pi amato dal popolo in tutta la storia tedesca. Dal
tempo di Lutero, non c'era stato pi nessuno verso il quale i contadini affluissero spontaneamente da
ogni parte. Da ci e dai suoi preparativi d'ordine organizzativo Hitler trasse la forza per procedere
all'aggressione verso l'esterno. Ebbe inizio la serie di facili vittorie, considerate alla stregua di miracoli
poich erano ottenute senza vittime e spargimento di sangue. Egli fu trionfatore prima che venisse
sparato un solo colpo, e tale rimase quando si spararono i primi colpi. Gli riusciva naturale affacciarsi
dinanzi alla folla che in lui acclamava il vincitore: in essa continuavano a manifestarsi le stesse forme e
costellazioni di massa alle quali era stato abituato fin da principio. La massa che ringraziava il suo
Fhrer era diventata pi forte, ma continuava a essere quello stesso tipo di massa che egli aveva
eccitato a formarsi e con la quale aveva sempre operato.
La sua immagine di s recava impressi questi tratti, ed egli non era in grado di presentarsi a un
altro tipo di massa. Innanzitutto non lo voleva, giudicava dannoso modificare o ampliare la sua
immagine pubblica. Cos come vigilava su quali delle sue fotografie dovessero essere esibite in
pubblico, cos come teneva segreta la sua vita con Eva Braun per non perdere la devozione delle donne
tedesche verso l'uomo solitario, allo stesso modo non volle mostrarsi nel contesto delle citt tedesche
distrutte. Ne avrebbe sofferto l'immagine del Semprevincitore, e sarebbe divenuta meno credibile la
sua capacit di ottenere la vittoria finale. Prefer dunque conservare la sua immagine intatta, non violata
da alcuna distruzione all'interno del suo Reich, senza comunicazione con alcuno.
Non  facile stabilire se in questo, dal suo limitato punto di vista, egli avesse torto. Anche la
fede nelle armi miracolose, che serb fino all'ultimo, pu essere messa in relazione con l'assoluta
integrit della sua immagine di Semprevincitore. Finch egli non prendeva atto della distruzione in
Germania, finch non permetteva che quella distruzione s'avvicinasse alla sua persona, la Germania -
che secondo la sua follia era incarnata nella sua persona - non poteva essere sconfitta.
Ma va anche detto che egli non sarebbe stato affatto in grado di visitare gente che avesse
autentiche ragioni di lutto e di lamento. Con quali parole si sarebbe potuto rivolgere loro? Compassione
non ne poteva avere per nessuno, tranne che, negli ultimi tempi, per se stesso; a chi avrebbe potuto
credibilmente mostrarsi partecipe dell'altrui sventura? Non fu mai capace di fingere, e tanto meno di
provare sentimenti  deboli  : ne aveva disprezzo. Hitler fra i dolenti  inimmaginabile. La mancanza
di tutto ci che propriamente fa uomo l'uomo - quei movimenti dell'animo che legano a un'altra
persona, anche se sconosciuta, senza un obiettivo, senza calcolo, senza previsione di risultati o di
subordinazioni -, questo totale difetto, questo vuoto temibile, lo avrebbe fatto apparire nella sua miseria
e nella sua impotenza. Certo, Hitler non prese in considerazione neppure per un istante l'eventualit di
porsi in una situazione simile.
SEGRETO E UNICIT
La cerchia pi ristretta di Hitler nell'Obersalzberg, poche persone fra le quali trascorreva buona
parte del suo tempo,  sorprendentemente esigua. La compongono il fotografo di fiducia, l'autista, il
segretario, l'amica, due segretarie, la cuoca vegetariana, e infine un uomo di tipo completamente
diverso: l'architetto privato. Tutti, a parte quest'ultima e unica eccezione, sono stati scelti per
soddisfare le sue necessit pi elementari. Non solo dipendono da lui in modo assoluto, ma sono
totalmente incapaci di formulare su di lui un giudizio. Quando  con loro, Hitler si sente sicuro della
propria immensa superiorit. Non sanno nulla di ci che egli propriamente fa, dei suoi progetti e delle
sue decisioni. Egli pu vivere senza che nessuno turbi mai il suo segreto, la cui tutela rappresenta per
lui una grandissima necessit vitale.  il segreto del grande Stato sul quale egli solo comanda; ed egli
pu ben giustificare ai propri occhi la necessit della segretezza assoluta. Dice spesso che non si fida di
nessuno, tantomeno delle donne; e poich accanto a s non ammette la presenza di donne capaci di
pensare, gli riesce facile persistere in questo disprezzo. Si trova bene in tale cerchia, ove nessuno pu
spingersi al suo livello; l vive indisturbato come quella creatura unica che ritiene di essere. Giacch
nessuno ha dei diritti su di lui, si sente protetto da qualsiasi richiesta di favori che potrebbe
raggiungerlo. La sua integrit si identifica per lui con la sua durezza. Non deroga dalla sua concezione
del potere; ha assorbito in s tutto il potere dei suoi modelli storici e nella coerenza con cui lo difende
vede la ragione dei propri successi.
Tuttavia si rende conto che non potrebbe esercitare il potere senza l'aiuto di quei pochi che
hanno contribuito alla sua ascesa e hanno dato buona prova di s. Con essi  largo di concessioni, fin
tanto che gli servono e accolgono senza obiezioni ogni sua decisione. Ha un occhio acuto per le loro
svariate debolezze, che giungono fino alla corruzione. Le accetta se ne  messo al corrente, se nulla di
esse gli  tenuto nascosto: l'onniscienza anche nei loro confronti  una delle sue capitali esigenze. Si
preoccupa di serbare per s questa onniscienza, e di tenere entro limiti ben precisi il potere degli altri.
Egli solo, e nessun altro, dev'essere informato di tutto. Si considera un maestro in questa separazione
degli incarichi che affida a ciascuno dei suoi aiutanti. E bada a non attirarli durevolmente vicino a s,
poich potrebbero venire a sapere pi di quanto sia loro consentito. Dal suo punto di vista, questo
istinto  giusto, perch Bormann, l'unico che  sempre rimasto accanto a lui e che, per la natura stessa
del suo incarico di segretario  venuto a conoscenza di molte cose, si  in effetti conquistato il potere.
Si ha l'impressione che Hitler abbia propriamente bisogno delle debolezze di coloro ai quali
delega una parte di potere. Non soltanto, in questo modo, li tiene pi saldamente in pugno e quando
vuole deporli non deve cercare a lungo dei validi motivi. Ma cos, inoltre, conserva su di loro un senso
di superiorit morale.  importante per lui potersi dire immune dalle debolezze pi consuete, come
l'avidit, la concupiscenza, la vanit, tutto ci che interviene nell'esistenza comune degli uomini 
piccoli . Se controlla i suoi ritratti destinati a essere resi pubblici, esiste per questo una giustificazione
politica. Si preoccupa a tal fine di non ingrassare, ma ci non ha a che fare con la vanit: un Fhrer con
la pancia  impensabile. I suoi enormi edifici devono impressionare gli altri potentati e renderli
facilmente arrendevoli. Come egli afferma, per, quegli edifici sono innanzitutto concepiti per
l'eternit: devono servire a rafforzare l'autocoscienza del popolo quando egli non ci sar pi. Tutto ci
che egli intraprende, anche le iniziative pi smisurate, serve alla sua missione: dotatissimo del tipico
talento dei paranoici di scovare motivazioni, non ravvisa nulla in s che non possa giustificare in modo
convincente dinanzi agli altri e a se stesso.
Nella sua inoffensiva e ristrettissima cerchia, pu esprimersi liberamente riguardo ai suoi
complici; non si contiene affatto: ed  divertente, ma anche istruttivo, leggere in Speer quali parole
riservi a questa gente. Deride Gring per la sua passione venatoria:  talmente facile abbattere gli
animali da lontano. Ammazzare gli animali  un lavoro da macellaio. Sugli uccisori di uomini, non si
pronuncia. Lo ritiene forse pericoloso in ogni caso? La  filosofa  di Rosenberg gli riesce
incomprensibile. Anche se ne parla pochissimo, si ha l'impressione che gli invidi la diffusione e le
enormi tirature del suo libro. Certo, le tirature di Mein Kampf sono di gran lunga superiori, ma egli non
tollera nulla che in qualsiasi campo gli si avvicini e che, sia pure da lontano, attenti alla sua unicit. Le
smanie di Himmler a proposito dei Germani gli danno sui nervi. Bisogna proprio ricordare al mondo
che quelli, al tempo dell'impero romano, abitavano in capanne di fango? Hitler sembra vergognarsi
delle condizioni degli antichi Germani, che vivevano senz'arte e senza cultura. Lui, che apprezza
Grtzner e il Ring viennese, si sente molto superiore a loro. A proposito di Himmler si esprime con una
certa asprezza, quando questi definisce Carlo Magno massacratore dei Sassoni. Hitler approva il
massacro dei Sassoni, giacch l'impero franco ha portato in Germania la civilt. Il fatto che approvi il
massacro dei Sassoni di Germania  gi una sorta di segno precorritore della sua futura indifferenza per
il destino dei Tedeschi. Comunque non ammette che si sparli di Carlo Magno poich riconosce in lui un
precursore. In fondo, rispetta i Germani solo a partire dal Sacro Romano Impero:  irresistibile la forza
di attrazione che sente per gli imperi, in quanto egli stesso  in procinto di fondare il proprio impero
universale.
Il rapporto di Hitler con Speer  sostanzialmente diverso da quelli con tutti gli altri. Come Speer
stesso ha riconosciuto, Hitler vede in lui la propria giovinezza. Non solo, grazie a lui, le ambizioni
architettoniche della sua giovinezza saranno pienamente appagate. Nella dimestichezza con Speer,
Hitler ritrova un poco dell'entusiasmo di cui lui stesso era pervaso nel tempo della sua solitudine. Forse
intuisce anche un poco della relativa purezza di quei primi anni di schizzi ben fatti e impossibili da
realizzare, in cui si esprimeva l'ammirazione per qualcosa d'altro, che gi esisteva. Probabilmente egli
non ammir mai nulla tanto quan-to la  grande  architettura. Ma non sarebbe stato in grado di capire
che, realizzando quegli schizzi, distruggeva l'unica componente preziosa della sua ammirazione: il suo
carattere di onirica venerazione. Ora, ogni  realizzazione  ha acquistato su di lui un rabbioso potere,
cui egli sottomette ogni residuo impulso vitale.
DISTRUZIONE
Il duplice piacere della durata e della distruzione, che  caratteristico del paranoico,  stato
esaminato a fondo a proposito del caso Schreber'.5 La minaccia contro la propria persona, avvertita
acutamente come se fosse sempre incombente, viene contrastata in due modi: da un lato, mediante
l'estensione in enormi spazi che sono per cos dire incorporati nella propria persona, dall'altro
mediante il conseguimento di durata eterna. La formula del Reich millenario non sarebbe affatto
eccessiva per un caso di paranoia avanzata. Tutto ci che  diverso dall'io viene eliminato o
sottomesso: sottomissione vuol dire soltanto temporanea salvezza, che facilmente si converte in
sterminio. Ogni resistenza nell'ambito della propria sfera di potere appare insopportabile: narra Speer
che resistere a Hitler significava suscitare tutta la sua furia. Solo l dove non dispone ancora del potere
assoluto, egli  capace di accomodamenti: e questo perch si tratta dei processi che gli serviranno ad
acquisire il potere. Il Reich in tutta la sua estensione costituisce la persona di Hitler finalmente non pi
in pericolo, e fin quando egli non sar giunto ad abbracciare tutta la terra non potr mai stare tranquillo.
L'obiettivo della durata diviene ovvio in questa prospettiva : nelle Memorie di Speer non ne mancano
le testimonianze.
Alla sommit del  Kuppelberg  hitleriano di Berlino, a 290 metri d'altezza, dev'essere posta
un'aquila.
Al principio dell'estate del 1939 Hitler ne parla a Speer: Lass non dovr pi esserci l'aquila
sulla svastica: l'aquila dovr invece sovrastare il globo del mondo! L'aquila sul globo del mondo
dev'essere il coronamento del pi grande edifcio della terra! .
Gi due anni prima, nel 1937, discutendo il progetto del  Grosse Stadion, aveva detto quasi di
passata:  Nel 1940 i giochi olimpici avranno ancora luogo a Tokio. Ma dopo si svolgeranno per
sempre in Germania.
I libri su cui si sofferma pi a fondo, quelli che formano le sue letture preferite, trattano di
guerra o di architettura. In questi campi sorprende per le sue precise conoscenze anche gli specialisti, e
grazie alla sua memoria gli riesce facile sconfggerli nelle discussioni su tali argomenti. La sua
architettura  comprensibile solo quando se ne considera il fine di  eterna  durata; Hitler detesta ci
che non  pietra: il vetro, dietro al quale non ci si pu nascondere, e oltretutto  fragile,  da lui aborrito
come materiale per grandi edifci.
Da principio egli tiene meglio celato il suo piacere di distruggere, che perci appare ancor pi
mostruoso quando finalmente si manifesta. Verso la fine di giugno del 1940, tre giorni dopo l'inizio
dell'armistizio con la Francia, Hitler porta con s Speer e pochi altri in visita a Parigi, ove non era mai
stato. In tre ore visita l'Opra, dimostrandosene profondo conoscitore ( Qui potete vedere quanto me
ne intendo! ), la Madeleine, gli Champs-Elyses, l'Arc de Triomphe, la Tour Eiffel, Les Invalides, ove
rende omaggio reverente a Napoleone, il Panthon, il Louvre, Rue de Rivoli e infine il Sacr-Coeur a
Montmartre. Dopo queste tre ore dichiara:  Era il sogno della mia vita poter vedere Parigi. Non posso
dire quanto sono felice che si sia realizzato .
La sera stessa, tornato nel suo quartier generale, nella stanzetta di una casa di contadini, incarica
Speer di riprendere la costruzione degli edifici di Berlino, e soggiunge: Non era bella Parigi? Ma
Berlino dovr essere molto pi bella! Mi ero chiesto pi volte se non si dovesse distruggere Parigi; ma
quando a Berlino sar tutto pronto, Parigi non sar pi che un'ombra. E allora perch dovremmo
distruggerla? . Speer  sorpreso dalla tranquillit con cui Hitler parla della distruzione di Parigi, 
come se si trattasse della cosa pi ovvia del mondo . Qui appare evidente la prossimit fra superare e
distruggere. Il superamento equivale alla vittoria, e qualora sia ottenuto in fretta differisce la
distruzione. La facile vittoria sulla Francia ha temporaneamente salvato Parigi. Parigi deve ancora
durare, in modo da apparire come un'ombra rispetto alla nuova Berlino.
Subito dopo, in quello stesso 1940, Speer ha modo di ascoltare Hitler che, durante una cena alla
Cancelleria del Reich,  prende a vaneggiare in crescente ebbrezza di distruzione. Ha mai guardato
una carta di Londra? Le case sono cos ftte che un solo focolaio d'incendio basterebbe a distruggere
l'intera citt, come  accaduto duecento anni fa. Goring, con innumerevoli bombe incendiarie di
nuovissima efficacia, creer focolai d'incendio nei pi diversi quartieri di Londra; ovunque, focolai
d'incendio. A migliaia. E poi si uniranno in un immenso mare di fuoco. Questa di Gring  l'unica idea
giusta: le bombe dirompenti non servono, ma con le bombe incendiarie lo si pu fare: distruggere
totalmente Londra! Cosa potranno mai concludere con i loro servizi antincendio, una volta che sia
scatenata questa offensiva? .
Si rivela cos senza mascherature il piacere di distruggere una citt con otto milioni di abitanti, e
proprio il numero degli abitanti deve aver contribuito alla crescita di quel piacere. La riunione di
migliaia di focolai d'incendio in un immenso mare di fuoco si presenta come una sorta di immagine di
massa. Il fuoco serve spesso da simbolo della massa, della massa che distrugge, Hitler non si
accontenta del simbolo, lo trasforma nella realt che esso rappresenta e si serve del fuoco come massa
per la distruzione di Londra.
Questa  ebbrezza di distruzione  che inizialmente sorge nella mente di Hitler si riverser in
due modi differenti sulla Germania. Ci che egli ha progettato per Londra, e che non gli riuscir, 
divenuto poi realt per le citt tedesche.  come se Hitler e Gring avessero indotto e persuaso i loro
nemici a usare l'arma che essi stessi inventarono. Ma vi  anche un secondo aspetto, non meno
terribile: Hitler aveva una tale familiarit con queste idee di distruzione totale, che esse non potevano
pi impressionarlo profondamente. Le cose pi atroci non lo sorprendevano pi: le aveva escogitate lui
stesso e a lungo si era beato a quei pensieri. Le distruzioni di intere citt erano nate nella sua mente, ed
erano ormai divenute una nuova tradizione della guerra quando si volsero seriamente contro la
Germania. Bisognava soltanto passarvi attraverso , come attraverso ogni altra cosa. Egli rifiutava di
prenderne conoscenza con i suoi occhi, e n la distruzione di Amburgo n la distruzione di Berlino lo
avrebbero indotto a cedere un palmo di terreno russo conquistato.
Ne risult una situazione oggi incredibile: il suo Reich continuava a estendersi territorialmente
per buona parte dell'Europa, mentre le grandi citt tedesche cadevano una dopo l'altra in macerie. Si
erano presi provvedimenti perch la sua persona in senso stretto rimanesse illesa. E la sua pi vasta
persona era rappresentata dall'estensione del Reich.
Non  possibile figurarsi in maniera adeguata la distruzione che si compie nella mente di un
paranoico. Il lavorio interno, che mira all'ampliamento e alla durata, si contrappone appunto a questa
malattia di voler distruggere. Ma essa  in lui, poich  una parte di lui, e quando si manifesta
d'improvviso nel mondo esterno, dovunque e in qualsiasi modo, non ha pi la capacit di ferirlo o
sorprenderlo. La violenza dei processi che si svolgono dentro di lui  ci che egli impone al mondo
come visione. La sua intelligenza pu essere insignificante come quella di Hitler, egli pu per cos dire
non aver nulla da mostrare che possieda un qualche valore a un esame imparziale - ci nonostante,
l'intensit dei suoi interni processi di distruzione lo fa apparire come visionario o profeta, come
salvatore o come Fhrer.
DIVISIONI, SCHIAVI, CAMERE A GAS
Durante la guerra, la gioia suscitata in Hitler dalla massa eccitata intorno a lui si va spegnendo.
Egli  ormai avvezzo a ottenere con la radio la pi grande massa per lui possibile, cio tutti i Tedeschi.
E non ha pi alcuna occasione di parlare dell'incremento pacifico del numero dei Tedeschi. Lo occupa
la guerra, che egli considera, insieme con l'architettura, la sua autentica professione. Ora agisce
muovendo le divisioni. Sono perfettamente pronte, ai suoi ordini; con esse pu far da padrone a sua
discrezione assoluta. Il suo scopo principale  adesso tenere in pugno i generali. Sono gli specialisti
della guerra quelli che ora deve persuadere. Riesce innanzitutto a renderli docili mediante vittorie facili
e sorprendenti. Le vittorie a cui dapprima aveva chiamato le masse, le vittorie che aveva promesso,
riuscendo in tal modo a formare la massa, diventano ora realt:  il primissimo stadio.
Niente gl'importa di pi che sostenere di aver ragione contro ci che pensano gli specialisti.
Ogni sua previsione avverata diventa un pezzo, solidale con tutti gli altri, della sua coscienza di s. La
paranoia, che ha due volti, abbandona temporaneamente quello della persecuzione e assume
esclusivamente quello della grandezza.
La sua mente non  mai libera dall'idea delle masse; sono mutate per la loro composizione e la
loro funzione. In passato ha acquistato i suoi Tedeschi, ora acquista degli schiavi. Sono utili, e il loro
numero sar molto pi grande di quello dei Tedeschi. Ma non appena la conduzione della guerra
incontra in Russia delle difficolt, e non appena le stesse citt tedesche sono minacciate dalle bombe,
un'altra massa acquista per lui una grande importanza: quella degli Ebrei, da sterminare. Li ha riuniti,
ora pu annientarli. Gi in precedenza aveva detto con sufficiente chiarezza che cosa intendeva fare di
loro; ma quando si tratta seriamente di procedere allo sterminio, egli si preoccupa che venga tenuto
segreto.
Era possibile trovarsi tanto vicini come Speer alla fonte del potere, senza avere direttamente di
fronte quello sterminio. Qui la testimonianza di Speer mi sembra specialmente significativa. Non solo
egli era consapevole dello stadio della schiavit, del lavoro forzato, ma anzi se ne occupava nell'ambito
delle sue competenze. I suoi progetti erano in parte basati su questo. Ma dello sterminio divenne
consapevole solo molto tardi, quando la guerra appariva gi perduta. Le vere e proprie rivelazioni circa
i campi di sterminio colpirono Speer solo all'ultimo, quando era ormai impegnato nella lotta contro
Hitler, e solo a Norimberga, per la prima volta, ebbero su di lui pieno effetto. Tutto ci  credibile, non
foss'altro perch lo indusse a postulare una colpevolezza collettiva della dirigenza tedesca. La fermezza
del suo comportamento in circostanze difficili - egli dovette trovarsi di fronte i coimputati che lo
consideravano un traditore -, la franchezza delle sue dichiarazioni - egli non maschera nulla -, l'opera
principale cui egli attese durante gli anni di carcere, la stesura delle sue memorie che avevano l'intento
di rendere impossibile la formazione di una leggenda intorno a Hitler, tutto ci presuppone lo shock
tardivo che egli sub da quelle rivelazioni.
Hitler riusc dunque nel complesso a mantenere la maggioranza dei Tedeschi ignari della sua
impresa pi orrenda, le camere a gas. Ci, in compenso, fu tanto pi presente nella sua coscienza. In tal
modo ogni via per tornare indietro gli fu sbarrata. Per lui non ci fu pi alcuna possibilit di concludere
la pace. Rimaneva un'unica strada aperta: la vittoria, la quale, quanto pi appariva impossibile, tanto
pi era l'unica.
DELIRIO E REALT
 difficile separare in Hitler delirio e realt: trapassano incessantemente l'uno nell'altra. Ma in
s e per s questo fatto distingue ben poco Hitler dagli altri. La vera differenza consiste nella forza
della sua illusione, che in lui non s'accontenta di piccole soddisfazioni come nella maggior parte degli
uomini. Il delirio di Hitler nella sua compattezza  l'elemento primario e non accetta di sacrificare la
minima parte di s. Tutto ci che compare nella realt viene riferito al delirio come globalit. Il suo
contenuto  tale che una sola cosa pu alimentarlo: i successi. L'insuccesso non pu propriamente
toccare Hitler; egli ha un'unica funzione: spronare gli altri a trovare nuove ricette per il successo.
Nell'imperturbabilit del delirio egli ravvisa l'essenza della propria durezza. Tutto ci che ha afferrato
una volta, rimane e non si sbriciola. Nessuno degli edifici che egli ha pensato di erigere  fondato cos
solidamente come il suo delirio. Non  un delirio che gli permetta di ritrarsi in se stesso e di vivere a
fianco del mondo:  cos fatto, che egli deve imporlo al mondo circostante. La via che altri percorrono
in casi apparentemente affini, siano essi degli inventori o dei creatori particolarmente appassionati, la
via che consiste nel convincere singole persone o nel produrre opere cui spetta di operare il
convincimento, non  fatta per lui. Sarebbe innanzitutto una strada assai lenta, e inoltre non corrisponde
al contenuto del suo delirio. A partire dall'esito catastrofico della Prima guerra mondiale, Hitler 
pervaso dalla massa dei soldati tedeschi caduti, per lui non possono essere caduti invano e dunque
rimangono in vita in un modo solo a lui peculiare. Egli vuole ritrasformarli nella massa che esisteva al
momento dello scoppio della guerra.  questa la massa che costituisce la sua forza, la massa con l'aiuto
della quale, poich a essa si riferisce incessantemente, egli pu eccitare e raccogliere intorno a s nuove
masse. Hitler si rende conto prestissimo della realt di questa massa, ed esercitandosi costantemente
con una crescente intensit riesce a trasformarsi in un vero maestro delle masse. In questo ambito
s'accorge che gli  possibilissimo trasformare il suo delirio in realt. Ha scoperto per cos dire il punto
debole della realt, il punto in cui ssa  sommamente fluida e dinanzi al quale arretra la maggior parte
di coloro che temono la massa.
Ci non accresce il suo rispetto per l'altra realt, la realt statica. Il potere che si nutre delle
masse, il potere allo stato grezzo, resta a lungo l'unico di cui egli disponga, e sebbene cresca
rapidamente non  affatto ci che egli veramente vuole: il suo delirio esige il potere politico assoluto
nello Stato. Non appena lo ha raggiunto, allora s che si accosta alla realt.  capacissimo di
distinguerla dal suo delirio. Il suo senso della realt, del quale  molto orgoglioso, consiste
nell'esercizio del potere. Ed egli adopera il potere per imporre grado a grado il contenuto del suo
delirio al suo ambiente e ai suoi apparati. Finch tutto va bene,  per essi impossibile rendersi conto (n
sarebbe da augurarglielo) del carattere delirante della struttura in cui sono inseriti e della quale
partecipano. Solo con gli insuccessi, l'irrevocabile rigidit e l'autentica follia della sua impresa
cominciano a diventare visibili in modo sorprendentemente chiaro. L'abisso si allarga fra delirio e
realt, e la saldezza della sua fede in se stesso al tempo della sua buona sorte si rivela la sventura della
Germania, cos come fin dagli esordi era stata la sventura del resto del mondo.
Ma egli continua a rivendicare il diritto alla preveggenza. Lui solo e nessun altro pu prevedere
ci che accadr. Pi volte s' dimostrata l'esattezza delle sue previsioni. La realt del futuro gli
appartiene, egli l'ha compresa nella sfera del proprio potere. Egli considera gli avvertimenti altrui come
un turbamento del suo futuro. Lo esasperano anche se provengono dai suoi collaboratori pi fidati. Li
respinge con la massima asprezza, come una sorta di insubordinazione.
Per lui ormai le sue previsioni hanno acquistato il carattere di ordini che egli impartisce al
futuro.
La capacit di intuire i pensieri altrui, tipica del paranoico non meno che del potente, comincia a
dimostrare il suo carattere delirante. Gli era stata utile per valutare gli avversari. Riusciva infatti a
penetrarne le intenzioni anche quando erano ancora nascoste. A tale capacit e alla esattezza delle sue
previsioni egli si riferisce quando parla del suo sesto senso. Ma ora che  incalzato dalle difficolt, si
comincia a capire quanto possa essere falsa la sua capacit d'intuizione. Hitler crede per parecchio
tempo che lo sbarco in Normandia sia una finta: il vero sbarco avverr nella zona di Calais. Le misure
che prende contro il nemico sono dettate da questa falsa intuizione, dalla quale nulla pu distoglierlo,
alla quale si attiene, irremovibile, fino a quando sar troppo tardi.
Il fallito attentato del 20 luglio ha come conseguenza l'ultima, efficace crescita del suo senso
del potere. Hitler  sopravvissuto come per miracolo,  stato dunque davvero un miracolo. Per una
volta, Stalin diventa il suo modello. Hitler approva il modo in cui Stalin ha eliminato i generali russi, e
sebbene non sappia nulla di concreto circa il loro tradimento, ammette che debbano essere colpevoli
poich lui stesso odia i propri generali. Ordina infatti che siano perseguiti con la massima durezza e li
fa uccidere nel modo pi infamante. Dalla loro esecuzione ricava la forma pi primitiva di potere:
quella del sopravvivere ai nemici. Si gode i film di quelle esecuzioni e li fa proiettare nella sua cerchia
intima. Qualche vittima per la tiene in serbo per dopo, e predispone di tanto in tanto ulteriori
esecuzioni, a seconda delle circostanze e del suo bisogno.
Il 12 aprile 1945, diciotto giorni prima della morte di Hitler, Speer viene chiamato d'urgenza da
lui.  Mi vide e si lanci verso di me con una vivacit rara in lui, quasi invasato, con un dispaccio
d'agenzia in mano: Qui, legga qui! Qui! Non ci volevano credere! Qui!. Le sue parole si
accavallavano: Ecco, qui, il grande miracolo che io ho sempre predetto. Chi ha ragione adesso? La
guerra non  perduta. Legga! Roosevelt  morto!. Non riusciva a calmarsi .
Il prolungarsi della guerra fino a quell'istante appare giustificato. Sembrano ripetersi le vicende
della fine della Guerra dei Sette Anni, quando Federico fu salvato dal pericolo incombente poich mori
la sua acerrima nemica. Poche cose hanno contribuito in modo cos determinante al proseguimento del
tutto assurdo della guerra come il pensiero di questa svolta di un destino storico. Federico il Grande fu
uno dei primi modelli durevoli di Hitler: alla fine, l'unico.
Nel suo bunker, che Speer paragona a una prigione, null'altro che rovine intorno a s, i Russi
alle porte di Berlino, di cui quasi pi nulla  rimasto intatto, Hitler  in grado di sperare in una svolta
della guerra poich  morto un suo personale nemico. Per lui, fino all'ultimo, la storia vera e propria 
soltanto una lotta fra alcuni, pochissimi, potenti; solo essi contano; quale di essi riesca a sopravvivere
agli altri,  ci che determina il corso del mondo - e nulla rivela pi chiaramente la devastazione
provocata nella mente di Hitler dall'idea del potere e dalla sua cieca dedizione a essa. Alla scomparsa
di Roosevelt, l'uomo che egli irrideva e disprezzava chiamandolo  il paralitico , si aggrappa ora la
sua ultima speranza.
Se si considera l'efficacia dei modelli storici e la loro pericolosit mai del tutto compresa,
sarebbe opportuno riportare in tutti i libri di lettura del mondo la scena del bunker cos come Speer l'ha
narrata. Per ora non possiamo fare molto di pi che addurre immagini di verit assoluta in grado di
contrapporsi alla persistente efficacia di quei modelli tanto funesti. La vergogna per questa situazione,
l'esame della sua ignominia, l'essenza della visione falsa - tutto questo insieme dovrebbe poter
suscitare un'impressione incancellabile.
1971
1. A. Speer, Erinnerungen, Berlin, 1969 (trad. it., Memorie del Terzo Reich, Mondadori,
Milano, 1971) (N.d.T).
2. Al concetto di  cristalli di massa  Canetti ha dedicato un paragrafo di Massa e potere, cit.,
pp. 88 sgg. (N.d.T.).
3. Cfr. Massa e potere, cit., pp. 47-50 (N.d.T),
4. Si veda il mio libro Masse und Macht, cit., pp. 500 sgg. (trad. it., Massa e potere, cit., pp. 528
sgg.).
5. Si vedano sopra, nel saggio Potere e sopravvivenza, le pp. 56 sgg. (N.d.T.).
CONFUCIO NEI SUOI DIALOGHI
Traduzione di Furio Jesi
L'avversione di Confucio per l'eloquenza, il peso delle parole scelte con propriet. Egli teme
che l'uso facile e scorrevole le indebolisca. L'esitazione, la riflessione, il momento che precede la
parola  tutto; ma anche il momento che la segue. Nel ritmo della domanda e della risposta isolate c'
qualcosa che ne accresce il valore. Confucio odia la parola veloce dei sofisti, il concitato palleggio
delle parole. Ci che conta non  il colpo della risposta immediata, ma l'affondare della parola alla
ricerca della sua responsabilit.* Confucio ama attenersi a qualcosa che sia presente, e ama spiegarlo.
Dibattiti pi lunghi, da parte sua, non ci sono stati tramandati e apparirebbero innaturali.
In contrasto con lui, i suoi allievi diventano utili ai principi regnanti pi per la loro eloquenza
che per il loro sapere. Quelli tra loro che si fanno innanzi nel mondo grazie ai discorsi non sono dunque
i veri allievi del suo cuore.
Nella vita di Confucio spicca la sua mancanza di successo, specie durante il periodo di
peregrinazioni di citt in citt. Sarebbe difficile prenderlo sul serio se in qualche luogo fosse
effettivamente divenuto e rimasto ministro. Trascura il potere reale, gli interessano soltanto le sue
possibilit. Per lui il potere non  mai fine a se stesso, bens un compito, la responsabilit per la totalit.
Egli diventa cos il maestro della negazione e si dimostra perfettamente in grado di preservarsi.
Tuttavia non  affatto un asceta, prende parte a ogni aspetto di questa vita e mai si ritrae veramente da
essa. Solo nei periodi di lutto per i morti ammette qualcosa di simile all'ascesi: essa serve alla
conservazione vivente del morto.
La sua felicit, che non ha mai fine,  lo studio.
I suoi interessi antiquari si collegano sempre all'umano e servono all'ordinamento
dell'esistenza. In lui la propensione all'ordine si spinge molto in l, e la ritualit dell'ordine si incide
profondamente in lui.  Non si sedeva su una stuoia che non fosse ben disposta . Egli ha fiuto per le
distanze e le rispetta scrupolosamente.
Confucio non permette ad alcun uomo d'essere uno strumento. A ci si riconnette la sua
avversione per gli specialisti: un tratto, questo, particolarmente importante, giacch ancora oggi lo si
trova in Cina. Non importa che si sia capaci di far questo o quello, importa che con ogni singola
capacit si sia uomini.
Con grande vigore Confucio insiste per anche sulla necessit che non si agisca per calcolo; ci
significa, a ben considerare, che non si trattino gli uomini come strumenti. Per quanto si voglia tener
conto dell'origine sociale di questo principio, che reca in s il disprezzo verso l'attivit commerciale -
il fatto che esso sia espresso chiaramente e che dallo studio dei dialoghi di Confucio risulti comunque
operante, bench non decisivo, ha una notevole importanza per ci che si potrebbe definire nel
complesso il residuo della civilt cinese.
L'uomo esemplare resta quello che non agisce per calcolo.
Confucio  paziente nelle sue fatiche per ottenere udienza da parte di coloro che detengono il
potere, i principi regnanti. Non si pu dire che li aduli, e quando riconosce la loro autorit lo fa solo
perch dall'esercizio di tale autorit pretende moltissimo.
In genere egli non rivela d'aver alcuna nozione della natura del potere, di ci che il potere 
intimamente. Nozioni di tal genere le forniranno poi i suoi tardi avversari, i legalisti.  molto
significativo che tutti i pensatori della storia dell'umanit i quali comprendono qualcosa del potere
effettivo, lo affermino. I pensatori che sono contro il potere ne penetrano difficilmente l'essenza.
Provano per il potere un orrore talmente grande che non riescono a occuparsene; temono d'esserne
contaminati; il loro atteggiamento ha qualcosa di religioso.
Hanno elaborato una scienza del potere solo quei pensatori che lo approvano e sono disposti a
farsi suoi consiglieri. Qual  il modo migliore per ottenere e conservare il potere? A cosa bisogna
specialmente badare per difenderlo? Quali scrupoli, che ne ostacolano l'esercizio, bisogna metter da
parte?
Il pi interessante fra questi conoscitori del potere che lo valutano positivamente  Han Fei Tzu
(vissuto 250 anni dopo Confucio). Studiarlo  indispensabile per gli avversari pi incalliti del potere.
I Dialoghi di Confucio sono il pi antico ritratto spirituale completo di un uomo. Si leggono
come un libro moderno;  importante non solo tutto ci che contengono, ma anche tutto ci di cui sono
carenti.
L'uomo che vi si impara a conoscere  un uomo assolutamente completo, ma non un uomo
qualsiasi.  un uomo che tiene conto della propria esemplarit e che, grazie a essa, vuole agire sugli
altri. Ogni singolo tratto, e moltissimi ne sono delineati, ha un suo significato. Secondo un ordine non
rigido, non predisposto in base a norme identificabili, si manifesta nella sua globalit una creatura che
agisce in modo credibile, che pensa, respira, parla, ammutolisce, e che, soprattutto,  un modello.
Studiando Confucio si pu imparare con particolare chiarezza come sorga un modello e come si
conservi. Bisogna innanzitutto gi essere ricolmi di un modello al quale ci si attiene in ogni circostanza,
del quale non si dubita; un modello cui non si rinuncia mai, che si potrebbe raggiungere e che tuttavia
non si raggiunge mai del tutto. Anche se lo si fosse raggiunto, non si dovrebbe voler mai ammettere di
averlo raggiunto davvero. Giacch il modello raggiunto perde la sua forza. Nutre soltanto chi, di
lontano, vi aspira. Il tentativo di superare questa distanza, il tentativo di stringere dappresso il modello,
dovr sempre essere rinnovato, ma non potr mai riuscire. Finch non riesce, finch dura la tensione
della distanza, il salto in direzione del modello pu continuamente essere ritentato. Ci che importa, sia
pure in modo apparentemente vano, sono questi tentativi, anch'essi vani in apparenza; nel compierli,
infatti, si acquista un'esperienza, una capacit, una qualit riguardo agli altri.
Confucio si pone dinanzi a grande distanza il proprio modello:  il duca di Tsu, che visse
cinquecento anni prima di lui e al quale veniva attribuita la maggior parte delle istituzioni della dinastia
allora nuova. Per capirlo, Confucio si occupa di tutto ci che allora e da allora era accaduto, e inoltre
dei documenti storici, dei canti, dei riti. Esamina queste tradizioni, le vaglia e le ordina; in seguito si
suppose che tutto quanto si sapeva di quel periodo fosse stato definito da Confucio. Il suo modello gli
appare in sogno; negli anni successivi egli diventa inquieto se queste apparizioni non si ripetono per un
certo tratto di tempo. Considera infatti la mancata apparizione un segno di disapprovazione: vuol dire
che egli ha fallito troppo, l dove il duca aveva ottenuto successo.
Non  per il suo unico modello. Si pu dire che Confucio abbia raggruppato intorno a dei
modelli l'intera storia cinese, almeno fin l dove credeva di conoscerla: al principio di ciascuna delle
tre dinastie tradizionali, ma anche immediatamente prima della prima di esse, egli colloca una o due
figure che con il loro valore esemplare improntano a lungo il periodo successivo. Non solo si rende
conto dell'enorme importanza dei modelli, ma sa anche che essi si logorano e perci si preoccupa del
loro rinnovamento. Da se stesso e dai suoi allievi apprende l'efficacia degli esempi positivi. Dai
principi che cerca di consigliare e che non vogliono ascoltarlo impara a conoscere gli esempi negativi.
Per quanto gli siano sgraditi, egli non li sopprime. Li introduce nella storia e li colloca preferibilmente
alla fine delle dinastie. Si preoccupa sempre, per, che nella storia gli esempi negativi siano vinti ed
eliminati dagli esempi positivi.
Occupandosi cos dei propri modelli, egli stesso diventa uno di questi, ed  degno di nota che
egli sia diventato un modello molto pi di quelli, e per un arco di tempo di gran lunga maggiore.
 Un giovane  dice Confucio  dovrebbe essere trattato con il massimo rispetto. Come fai a
sapere che un giorno egli non varr quanto tu vali oggi? Chi ha raggiunto i quaranta o cinquant'anni
senza essersi distinto in qualche modo, quegli non merita alcun rispetto .
Confucio ha applicato questo principio durante la sua lunga consuetudine con gli allievi. Come
li osserva! Con quanta prudenza li valuta! Si guarda bene dal nuocere loro con una lode troppo precoce.
Si lascia andare ed  felice quando meritano lode incondizionata. Non biasima senza aver tolto al
biasimo la sua punta nociva. Si lascia criticare dagli allievi e risponde loro. Nonostante il grande
numero di principi da cui egli prende le mosse, la sua valutazione del carattere resta empirica. Quando
due allievi si ritrovano insieme, egli li interroga sui loro pi intimi desideri e poi rivela  propri. In ci
non si deve ravvisare una critica, piuttosto un confronto fra nature diverse.
Egli tuttavia non fa mistero del suo profondo amore per Yen Hui, il Puro e l'inutile al mondo; e
non nasconde la sua disperazione quando l'allievo prediletto muore a trentadue anni.
Non conosco alcun saggio che come Confucio abbia preso la morte tanto sul serio. Alle
domande intorno alla morte rifiuta una risposta.  Se ancora non si conosce la vita, come si potrebbe
conoscere la morte?. Su questo tema non  mai stata detta una frase pi appropriata. Confucio sa
benissimo che tutte le domande di tal genere riguardano un periodo dopo la morte. Ogni risposta  una
scappatoia che non tiene conto della morte,  cos che viene elusa la morte e la sua incomprensibilit.
Se dopo c' qualcosa, come qualcosa c'era prima, la morte in quanto tale perde il suo peso. Confucio
non si presta a questo, che  il pi indegno dei trucchi. Non dice che dopo non c' nulla, non pu
saperlo. Ma si ha l'impressione che se anche fosse possibile non gli importerebbe affatto di saperlo.
Ogni valore viene cos spostato sulla vita; alla vita viene restituito quel tanto di seriet e di splendore
che gli uomini le avevano sottratto, trasferendo di l dalla morte buona parte, e forse la parte migliore,
della loro forza. In tal modo la vita resta interamente ci che , e anche la morte rimane intatta; vita e
morte non sono permutabili n confrontabili, non si mescolano fra loro, restano diverse.
La purezza e l'orgoglio umano di questo principio possono conciliarsi perfettamente con la
netta accentuazione del ricordo dei morti che  palese nel Li Chi, il Libro dei Riti dei Cinesi. In questo
libro si trova ci che di pi credibile io abbia letto in tutta la mia vita sull'approccio ai morti, e sul
significato della loro presenza nei giorni destinati alla loro memoria. A questo proposito il contenuto
del Libro dei Riti  perfettamente nello spirito di Confucio; sebbene sia stato esposto in tale forma solo
in epoca successiva, vi ritroviamo ci che sempre si avverte quando si leggono i dialoghi di Confucio.
Con tenerezza e tenacia, unite in modo che raramente si incontra altrove, Confucio s'adopera ad
accrescere il senso di venerazione per certi morti.  stato troppo poco sottolineato che egli si sforza
cos di diminuire il piacere del sopravvivere, uno dei compiti pi ardui, il quale fino a oggi non  stato
affatto assolto.
Chi piange per tre anni il proprio padre, interrompendo radicalmente e cos a lungo il corso
della propria attivit consueta, non pu provare alcuna gioia di sopravvivere; ogni soddisfazione di
sopravvivere, quand'anche fosse ancora possibile, verrebbe estirpata alla base dalla pratica degli
obblighi del lutto. In questo periodo, infatti, bisogna anche dimostrarsi degni del padre. Ci si carica
della sua esistenza in ogni particolare, si diventa lui, mediante un'incessante venerazione. Non soltanto
non lo si rimuove, ma anzi si mira al suo ritorno e con determinati riti si ottiene la sensazione di tale
ritorno. Il padre morto continua a esistere come figura e modello. Ci si guarda dal non fare il proprio
dovere nei suoi confronti: dinanzi a lui bisogna dar buona prova di s.  Dopo tre giorni si mangia di
nuovo, dopo tre mesi ci si lava di nuovo, dopo un anno si indossano di nuovo abiti di seta grezza sotto
il costume di lutto. Il tormento di s non deve spingersi fino all'annientamento dell'essere, affinch la
vita non sia danneggiata dalla morte. Il lutto non supera i tre anni .
 I sacrifici non devono essere troppo frequenti, poich altrimenti divengono gravosi e la loro
solennit ne soffre. Ma non devono neppure essere troppo rari, poich altrimenti si diventa pigri e ci si
dimentica dei morti .
 Il giorno del sacrificio, il figlio pens ai genitori, richiam alla memoria la loro abitazione, il
loro sorriso, il tono della loro voce, il loro modo di sentire; pens a tutto ci che li rallegrava e a ci che
mangiavano volentieri. Dopo che in questo modo ebbe digiunato e meditato per tre giorni, vide coloro
per i quali digiunava .
 Il giorno del sacrificio, quando entr nella stanza degli antenati, aspettava con ansia di
rivederli sul seggio degli antenati; muovendo intorno, entrando e uscendo, era certo di sentirli muovere
o parlare; quando usc dalla porta, stette con il fiato sospeso ad ascoltare, come se li udisse sospirare .
Per quanto ne so, e considerando tutte le civilt, questo  l'unico tentativo serio di eliminare la
cupidigia di sopravvivere. Almeno sotto questo aspetto,  necessario dunque che il confucianesimo
delle origini - nonostante le degenerazioni successive - sia preso in considerazione senza alcun
pregiudizio.
Con tutto il rispetto che perci si deve a Confucio, non si potr negare che un'altra questione
era per lui pi importante. Si trattava di utilizzare il ricordo dei morti per fissare stabilmente la
tradizione. Egli prefer questo mezzo alle sanzioni, alle leggi e alle pene. La trasmissione di padre in
figlio gli parve pi efficace, ma solo nella misura in cui il padre stesse dinanzi al figlio come persona
intera, modello mai sgretolato. Tre anni di lutto gli parvero necessari affinch il figlio divenisse
interamente ci che il padre era stato.
Questo implica molta fiducia in ci che il padre era, e vuole impedire un peggioramento di
padre in figlio. Resta per da considerare se in tal modo non si renda anche pi difficile un
miglioramento.
1971
* Notiamo che in tedesco vi  un legame, che non pu essere reso in italiano, tra Antwort (
risposta ) e Verantwortung ( responsabilit ) (N.d.T.).
TOLSTOJ, L'ULTIMO AVO
Traduzione di Furio Jesi
La mania di autoaccusarsi di Tolstoj, fin dagli anni giovanili,  un'infezione derivante da
Rousseau. Le sue autoaccuse, tuttavia, vanno a urtare contro un io compatto. Pu rinfacciarsi tutto ci
che vuole, ma non si distrugge.  un'autoaccusa che gli d importanza, fa di lui il centro del mondo.
Sorprendentemente presto, egli scrive la storia della propria giovinezza : di l ha inizio la sua attivit di
scrittore.
Non pu sentir parlare di un nuovo argomento senza volerne subito definire le regole. Le
leggi, che egli deve sempre trovare, sono il suo orgoglio; cos, tuttavia, va anche alla ricerca di stabilit.
Ne ha bisogno a causa della morte, che ha sperimentato presto e in gran quantit. A due anni perde la
madre, a nove il padre, e a brevissima distanza la nonna, di cui osserva e bacia il cadavere nella bara.
Non  per precoce. Raccoglie a lungo la sua ostinazione. Tutte le sue esperienze si tuffano
immutate nei suoi racconti, romanzi, drammi. Sono esperienze forti, e poich non si sgretolano mai gli
conferiscono qualcosa di monumentale. Ogni uomo che si conserva cos  una specie di mostro. Gli
altri si indeboliscono scorrendo via da s.
Egli vede troppo la verit come legge e accorda ai propri diari una sorta di onnipotenza.
Mediante la lettura dei suoi primi diari, che brulicano di verit su di lui, penose ma sopravvalutate,
vuole educare la moglie diciottenne a comportarsi secondo le proprie leggi, ancora vacillanti. Lo shock
che in tal modo le provoca avr conseguenze per cinquant'anni.
Egli appartiene a coloro che non smarriscono un'osservazione, un pensiero, un'esperienza di
vita. Tutto in lui rimane singolarmente cosciente.  spontaneo nelle antipatie, nelle ripulse; ingenuo
nell'attenersi a costumi e immagini tradizionali. La sua forza consiste nel non lasciarsi convincere: per
giungere a nuove convinzioni ha bisogno di violente esperienze personali. I suoi resoconti sul modello
di Franklin, cui d inizio molto presto, sarebbero un po' risibili se tutto ci che contengono non si fosse
ripetuto con spaventosa tenacia. Ci sono per dei brani suoi, affascinanti, che risarciscono di molte cose
che compaiono nei diari: cos, in una lettera alla moglie, egli include totalmente nella propria esistenza
la guerra russo-turca del 1877-78: Finch durer, non potr pi scrivere.  come se la citt ardesse.
Non si sa cosa fare. Non si pu pensare ad altro .
L'evoluzione religiosa del tardo Tolstoj sta sotto il segno di una coazione inevitabile. Ci che
egli considera libera decisione del suo spirito,  determinato da un'equiparazione mostruosa: con
Cristo. Ma la sua gioia, ogni lavoro agricolo, il predominio in lui delle attivit manuali, hanno ben poco
in comune con Cristo.
Pi che assomigliare a Cristo, egli  un regressivo possidente, il padrone che torna a essere
contadino. Per riparare a tutto ci che i padroni hanno commesso, si serve del Vangelo. Cristo  la sua
stampella. Suo dovere  la propria ritrasformazione, assolutamente personale, in contadino. A lui non
importano i diritti del contadino, ma la sua esistenza. Gli importa inoltre di essere riconosciuto come
contadino.
La sua famiglia, che lo ostacola in questa metamorfosi, gli diviene molesta. Sua moglie ha
sposato il conte e lo scrittore, del contadino non vuol saperne. Lo attornia con i loro otto figli viventi,
che non sono per nulla figli di un contadino. Le sue propriet vengono spartite mentre egli  ancora in
vita. Vuole esserne libero; e tutte le dispute consuete fra eredi si svolgono tra la moglie e i figli sotto i
suoi occhi.  come se egli avesse previsto di far scaturire il peggio dai suoi familiari. La moglie si
nomina editrice delle sue opere. E si consulta sulla faccenda con la vedova di Dostoevskij, di cui fa la
conoscenza appunto per quella ragione. Ci si immagini: due vedove, due vedove abilissime, riunite
insieme.
Negli ultimi anni della sua esistenza Tolstoj viene fatto a pezzi da vivo, per opera di due
iniziative, si pu dire di due imprese d'affari, risultato di ci che egli veramente fu per decenni.
Sua moglie rappresenta l'affare editoriale e vuol ricavare il pi possibile dallo smercio delle
Opere complete. Certkov, il suo segretario, rappresenta la sua fede, la nuova religione o setta che viene
fondata.  abile anche lui, sta attento ad ogni parola di Tolstoj e lo mette sulla buona strada. Diffonde
in tutto il mondo a buon mercato pamphlets e trattati. Usurpa ogni riga del fondatore che possa tornare
utile alla fede e pretende copie del diario in statu nascendi. Tolstoj  legato al discepolo prediletto e gli
permette tutto. Tiene a questa iniziativa, mentre per quella della moglie spesso non prova altro che
amaro rancore. Le due imprese, del resto, vivono di vita autonoma e in generale non si danno pensiero
di lui.
Quando egli subisce un grave attacco e si ha l'impressione che potrebbe morire da un momento
all'altro, la moglie grida d'improvviso :  Dove sono le chiavi? , e vuol dire le chiavi dei suoi
manoscritti.
Ho trascorso tutta la notte, quasi stregato, sulla vita di Tolstoj. Nella vecchiaia, vittima dei
parenti e dei seguaci, oggetto di tutto ci che egli specialmente combatte, la sua vita acquista un
significato che nessuna delle sue opere riesce ad attingere. Egli strazia l'osservatore, ogni osservatore,
poich ognuno scopre incarnate in quella vita convinzioni che sono per lui capitali, strette ad altre che
egli aborre sopra ogni cosa. Tutte sono articolate, vengono cacciate fuori senza riguardo, non cadono
nell'oblio, tornano sempre. In lui appaiono conciliabili cose che altrimenti nell'uomo si combattono
aspramente. Le sue contraddizioni lo rendono sommamente credibile.  l'unica figura di uomo anziano
dei tempi nostri che si possa prendere sul serio. Poich egli lascia che tutto si manifesti, non pu
rinunciare ad alcun biasimo, ad alcuna sentenza, ad alcuna legge, resta aperto da ogni lato, anche l
dove traccia i suoi confini con maggiore nettezza.
Per me  molto doloroso constatare che un uomo, il quale penetra e rifiuta spietatamente il
potere in ogni sua forma, guerra, tribunale, governo, denaro -che un uomo di cos inaudita e
incorruttibile chiarezza, stipuli una sorta di patto con la morte che per lungo tempo ha temuto. Per uno
sviante itinerario religioso, egli s'avvicina alla morte e si inganna su di essa tanto a lungo da essere
infine capace di adularla. In tal modo riesce a dimenticare gran parte della sua angoscia dinanzi alla
morte. La accetta con l'intelletto, come se essa fosse un bene morale. Si esercita a osservarla
tranquillamente quando muoiono le persone che gli sono pi care. Sua figlia Masa, l'unica tolstoiana
adulta della famiglia, muore a trentacinque anni. Egli sta a guardare la sua malattia e la sua morte,
partecipa alla sua sepoltura.  soddisfatto di ci che verifica in quell'occasione: s' spinto innanzi nel
suo allenamento alla morte, ha fatto progressi, approva l'orrore; ci che doveva estorcere da s con la
violenza qualche anno prima, quando era morta, a sette anni, la figlia prediletta Vanicka, ora non gli
riesce pi affatto difficile.
Egli stesso, cos, continua a sopravvivere e diventa sempre pi vecchio. Gli manca ogni
conoscenza profonda del processo del sopravvivere. Inorridirebbe all'apprendere che la morte di
giovani membri della sua famiglia rafforza il suo senso di vita e di fatto prolunga la sua esistenza.
Certo, egli si augura, pensando a Cristo, la sorte di un martire; ma i poteri di questo mondo, che egli
aborre, si guardano bene dal toccarlo. Tutto ci che gli capita  d'essere scomunicato dalla Chiesa. I
suoi seguaci pi fedeli vengono esiliati, ma lui  lasciato nella sua propriet e pu muoversi
liberamente ovunque. Continua a scrivere ci che vuole e, in un modo o nell'altro, a poter pubblicare:
non  persona che si possa far tacere. Supera anche le malattie pi gravi.
Ci che lo Stato non gli fa, gli giunge dalla sua famiglia.  sua moglie, non il governo, che
apertamente sorveglia il suo bene. La lotta per la vita e per la morte che egli deve combattere con lei
non riguarda i pamphlets e gli appelli - riguarda bens la pi intima resa dei conti che egli ha
quotidianamente con se stesso: il suo diario.  sua moglie, alleata con i figli, che gli d una caccia
mortale. Ella si vendica della guerra che Tolstoj ha combattuto contro il suo sesso e contro il denaro; e
bisogna dire che soprattutto le importa il denaro.  lei che in sua vece sviluppa quella mania di
persecuzione che propriamente sarebbe dovuta nascere in lui, come conseguenza della battaglia senza
compromessi condotta contro nemici potenti. Di lui, il pi franco degli uomini, ella fa nell'estrema
vecchiaia un congiurato. Fino alla fine egli ama la sua dottrina, grottescamente incarnata nel segretario
Certkov. La ama a tal punto che il suo rapporto con Certkov assume carattere omosessuale agli occhi
folli della moglie. I diari, che sono collegati al principio del loro matrimonio, rappresentano per lei
l'autentico Tolstoj. Si  perci appropriata dei suoi manoscritti, che ha faticosamente ricopiato. La sua
paranoia le dice che di Tolstoj non rester altro che i manoscritti e i diari; quelli devono essere suoi.
Ella tuttavia odia la qualit esemplare della sua vita, l'incessante dibattito con se stesso, in cui
lei stessa  coinvolta. E le riesce, con virt diabolica, di devastare gli ultimi anni di quella vita. Non si
pu dire che prevalga totalmente, poich alla fine, dopo tormenti indicibili, Tolstoj fugge. Ma anche
negli ultimi giorni, quando crede di essersene liberato, lei gli  segretamente vicinissima; nei momenti
estremi gli mormora all'orecchio che  stata l tutto il tempo.
Per dieci giorni mi sono occupato della vita di Tolstoj. Ieri  morto ad Astapovo ed  stato
sepolto a Jasnaja Poljana.
Una donna entra nella camera in cui giace malato; egli crede che sia la figlia prediletta morta e
grida forte:  Masa! Masa! . Dunque ha provato la gioia di ritrovare uno dei suoi morti; e anche se
quella donna non era Masa, l'istante ingannevole di questa gioia fu uno degli ultimi della sua vita.
Tolstoj mor faticosamente; come sempre chi ha vissuto con tenacia. Non s' riconciliato con la
Chiesa. Ma era circondato dai discepoli, che l'hanno difeso dagli ultimi emissari della Chiesa.
Sua moglie e i suoi figli - i quali, ad eccezione del maggiore, Sergej, erano tutti dei pessimi
soggetti -s'erano insediati in un vagone di lusso nella stazione di Astapovo, nelle immediate vicinanze
del morente. Questi s'avvide che la moglie spiava dalla finestra, e si dovette tirare una tenda. Sei
medici, e non erano troppi, stavano intorno a lui: per quanto li avesse disprezzati, li preferiva alle
attenzioni di sua moglie.
Non conosco nulla di pi avvincente e toccante della vita di quest'uomo. Che cosa in essa mi
soggioga a tal punto? Che cosa da dieci giorni mi vieta di liberarmene?
 una vita completa fino all'ultimo istante; fino alla morte vi  tutto ci che sta in una vita. Non
c' punto sul quale sia stata decurtata, frodata, falsata. Entro questa vita stanno tutte le contraddizioni
di cui un uomo  capace. Ci  dinanzi completa, nota in ogni particolare: tutto, dalla giovinezza agli
ultimi giorni, in qualsiasi forma,  stato registrato.
Ci che spesso mi disturba nella sua opera, una certa assennatezza e mancanza di slancio, torna
a profitto della sua narrazione autobiografica. Ha una sola tonalit,  credibile, la si abbraccia con lo
sguardo e si soggiace all'illusione che una vita possa davvero lasciarsi afferrare cos.
Forse nessuna illusione  pi importante di questa. Che la vita di un uomo si frammenti in
innumerevoli dettagli che non hanno fra loro alcun rapporto  una concezione che si pu anche
sostenere, ma  stata spinta troppo in l e le sue conseguenze non sono positive. Essa sottrae all'uomo il
coraggio di resistere, poich per avere questo coraggio l'uomo deve sentire che resta uguale a se stesso.
Nell'uomo ci deve essere qualcosa di cui egli non si vergogni, qualcosa che ponga dinanzi agli occhi e
registri le vergogne che sono necessarie. Questa parte impenetrabile della natura pi intima di un essere
umano possiede una sua relativa costanza, rintracciabile gi nei suoi primi anni se la nostra ricerca 
scrupolosa. Quanto pi a lungo riusciamo a inseguire le tracce di tale costanza, quanto pi ampio 
l'arco di tempo in cui si estende l'attivit di quest'uomo, tanto pi la sua vita acquista peso. Un uomo
che per ottant'anni abbia posseduto consapevolmente questo elemento costante offre uno spettacolo
tanto terrificante quanto necessario. Egli rende vera la creazione in un modo nuovo, quasi potesse
giustificarla col suo discernimento, con la sua resistenza, con la sua pazienza.
Mi sono qui occupato soltanto della vita di Tolstoj, non delle sue opere.* Cos non poteva
fuorviarmi ci che nelle sue opere mi riesce stucchevole. Non lo  mai la sua vita, la sua vita 
mostruosa, con questa fine  una vita esemplare. La sua evoluzione religiosa e morale sarebbe priva di
valore se non l'avesse condotto alla situazione terribile degli anni tardi ed estremi.
Il fatto che Tolstoj sia fuggito ancora una volta e non sia morto nel suo letto ha fatto della sua
vita una leggenda. Ma forse ha valore superiore il periodo che precedette la fuga. La resistenza di
Tolstoj contro tutto ci che gli pareva non vero gli rese nemiche le persone pi vicine, la moglie, i figli.
Se egli avesse subito abbandonato la moglie, se non fosse stato in pensiero per la sua vita, se le avesse
voltato le spalle (e ve n'erano ragioni a sufficienza) non appena l'esistenza vicino a lei divenne
insopportabile - non sarebbe da prendere sul serio. Ma  rimasto e, vecchissimo, ha affrontato le sue
minacce diaboliche. La sua pazienza ha suscitato lo stupore dei contadini intorno a lui, e pi d'uno con
il quale parlava glielo ha anche detto. Non lo disprezzavano: di tutti gli uomini appariva loro ancor
sempre il migliore.
Nelle battaglie che dovette patire divenne, come egli stesso scrive, un oggetto; era questa per lui
la cosa pi insopportabile.
Non era del tutto solo. Aveva discepoli fedeli, e uno che specialmente am poich volgeva
contro lui stesso, contro il maestro, il rigore della sua dottrina. Ebbe anche una figlia ciecamente
devota. Ma proprio questo  ci che rende cos evidenti e concreti gli avvenimenti che lo riguardano.
Non si svolgono in lui solo. Coinvolgono gli altri.
Alla fine, la vita di Tolstoj si svolge come nel mio libro Auto da f: la battaglia per il
testamento, il rovistare fra le carte. Un matrimonio che era iniziato in un clima di venerazione e
comprensione, con la moglie che copiava ripetutamente, senza tregua, ogni pagina scritta dal consorte,
termina nella guerra pi spaventosa a causa di un'assoluta incomprensione. Negli ultimi anni Tolstoj e
sua moglie sono lontani tra loro quanto Kien e Therese. Il loro tormento  per pi intimo, poich dopo
decenni di convivenza, sanno di pi uno dell'altra. Sono nati dei figli da questo matrimonio, il profeta
ha dei seguaci, e dunque lo scenario non  cos spaventosamente vuoto come l'appartamento di Kien.
In Auto da f la rappresentazione del conflitto ha maggiore rilievo e perci  forse pi chiara, ma
siccome si avvale di mezzi che Tolstoj respinge, apparir meno attendibile a persone che posseggano la
sua visione della natura. Anche nei peggiori tormenti, egli non si sarebbe riconosciuto in Kien,
mentre probabilmente avrebbe riconosciuto sua moglie in Therese.
Nell'estrema vecchiaia Tolstoj ricerca nel trattato di psichiatria di Korsakov i sintomi della
follia di sua moglie. Dovrebbe gi conoscerli tutti con estrema esattezza. Ma non si  mai interessato
seriamente alla follia, l'ha sempre schivata, lasciandola con sprezzo a Dostoevskij.
Poco prima della sua fuga, egli legge I fratelli Karamazov, e in particolare legge qualcosa
sull'odio di Mitja per il padre, o comunque sull'odio. Lo rifiuta, non lo ammette; pu darsi che il suo
rifiuto morale dell'odio offuschi la sua valutazione dinanzi alla soggiogante narrazione di Dostoevskij?
E tuttavia, per la fuga, si procura dalla figlia Sasa il secondo volume dei Karamazov.
1971
* Devo molto alla stimolante biografia di Troyat (H. Troyat, Tolsto, Paris, 1965) che utilizza
una quantit di materiali accessibili solo in lingua russa.
IL DIARIO DA HIROSHIMA DEL DOTTOR HACHIYA
Traduzione di Furio Jesi
A Hiroshima i volti che si disfanno, la sete dei ciechi. Denti bianchi sporgenti in un volto
sparito. Vie bordate di cadaveri. Su una bicicletta un morto. Stagni colmi di morti. Un medico con
quaranta ferite.  Siete vivo? Siete vivo? . Quante volte deve udirlo. Visita illustre: l'Eccellenza. In
suo onore, egli si alza a sedere nel letto e pensa, va meglio.
Di notte come unica luce i fuochi della citt, cadaveri che bruciano. Odore come di sardine che
bruciano.
Quando accadde, la prima cosa che d'improvviso not su di s: era completamente nudo.
Il silenzio, tutte le figure si muovono senza rumore, come in un film muto.
Le visite ai malati nell'ospedale: primi resoconti di ci che  stato, l'annientamento di
Hiroshima. La citt dei quarantasette Ronin  stata scelta per questo?
Il diario del medico Michihiko Hachiya comprende 56 giorni a Hiroshima, dal 6 agosto, il
giorno della bomba atomica, al 30 settembre 1945.
 scritto come un'opera della letteratura giapponese: precisione, delicatezza e responsabilit
sono i suoi tratti essenziali.
Un medico moderno, che  tanto giapponese da credere irremovibilmente nell'imperatore,
anche quando questi annuncia la capitolazione.
In questo diario quasi ogni pagina  degna di riflessione. Se ne impara pi che da ogni altra
descrizione successiva, poich si  coinvolti nell'inesplicabilit dell'accaduto fin dal principio: tutto 
assolutamente inesplicabile. Fra le sue sofferenze, in mezzo ai morti e ai feriti, l'autore va raccogliendo
pezzo per pezzo la situazione di fatto; i suoi sospetti cambiano a mano a mano che egli ne sa di pi, e si
trasformano in teorie che esigono esperimenti.
Non c' una riga falsa in questo diario; e nessuna vanit che non si fondi sul pudore.
Se avesse un senso riflettere su quale forma di letteratura sia oggi indispensabile, indispensabile
a un uomo che sa e non chiude gli occhi, si dovrebbe dire: eccola,  questa.
Tutto si svolge in un ospedale, e perci l'osservazione  interamente vincolata agli uomini: a
quelli che lo cercano e a quelli che lo gestiscono. Vengono menzionate delle persone, e quelle entro
pochi giorni sono morte. Altre persone giungono da luoghi e citt diversi a visitare Hiroshima. 
sconvolgente ritrovare in vita amici creduti morti. L'ospedale  il migliore della citt, una sorta di
paradiso in confronto agli altri, ognuno cerca di arrivarvi e molti ci riescono. Di notte le uniche luci
sono i fuochi nella citt; i morti che vengono cremati elargiscono quella luce. Pi tardi si forma intorno
a un'unica candela un gruppo di tre, che parlano del pikadon, ci che  accaduto.
Ognuno cerca di integrare quanto sa con il resoconto d'un altro, come se si dovesse ricomporre
un film con fotogrammi frammentari e casuali, e di tanto in tanto se ne aggiungesse un pezzo. Si va
nella citt, ci si apre il passo fra le rovine o si scava alla ricerca di tesori, si ritorna nella nuova
comunit dei moribondi e si spera.
Mai come in questo diario sono riuscito a conoscere un giapponese. Per quanto abbia letto, gi
prima, su di loro. Solo ora, per la prima volta, sento di conoscerli realmente.
 vero che possiamo capire intimamente gli uomini solo nella loro massima sventura? 
soprattutto la sventura ci che accomuna gli uomini?
Pu darsi che a ci si connetta la mia profonda avversione per ogni idillio, il fatto che mi sia
insopportabile la letteratura idillica.
Nel caso di Hiroshima si tratta della pi concentrata catastrofe che mai sia piombata sugli
uomini. In una pagina del suo diario il dottor Hachiya pensa a Pompei. Ma anche Pompei non vale
affatto come termine di confronto. Su Hiroshima  piombata una catastrofe provocata dagli uomini che
l'hanno calcolata. La  natura  non c'entra.
L'aspetto della catastrofe  diverso a seconda che la si sia osservata dall'interno della citt, dove
si vede tutto ma non si ode nulla, e allora la si chiama pika, oppure dall'esterno, ove si pu anche udire,
e allora si dice pikadon. Molto avanti nel diario si trova la descrizione di un uomo che ha visto la 
nube  senza esserle immediatamente esposto.  sbalordito dalla sua bellezza: lo splendore colorato
della nube, i contorni netti, le linee rette che da essa si espandono nel cielo.
Che cosa significa sopravvivere in una catastrofe di tali proporzioni? Come ho gi detto, le
annotazioni di questo diario sono di un medico, di un medico moderno e particolarmente scrupoloso,
che  abituato a pensare in modo scientifico e che, dinanzi a questo fenomeno totalmente nuovo, non
riesce a rendersi conto della cosa con cui ha a che fare. Solo il settimo giorno, ricevendo una visita
dall'esterno, apprende che era una bomba atomica ci che  caduto su Hiroshima.
Un capitano amico gli porta in dono un cestino di pesche :   un miracolo che lei sia
sopravvissuto,  dice al dottor Hachiya  in fin dei conti l'esplosione di una bomba atomica  una
faccenda orribile .  Una bomba atomica! gridai, e mi alzai sul letto ma allora  la bomba di cui ho
sentito dire che potrebbe far saltare in aria Formosa con non pi di dieci grammi di idrogeno!.
E giungono ben presto visitatori che si congratulano con Hachiya poich  ancora vivo.  un
uomo stimato e amato, ci sono pazienti riconoscenti, compagni di studi, colleghi, parenti. La loro gioia
per la sua sopravvivenza  senza limiti, sono stupefatti e felici, non c' forse felicit pi pura. Gli sono
affezionati, ma in lui inoltre ammirano stupiti una sorta di miracolo.
 una delle situazioni del diario che si ripetono pi spesso. Cos come amici e conoscenti si
rallegrano di trovarlo in vita, allo stesso modo egli si rallegra quando viene a sapere che altri sono
sopravvissuti. Questa esperienza ha alcune varianti: egli apprende, per esempio, che lui stesso e sua
moglie erano creduti morti. Un ricoverato nell'ospedale, che era fuggito dalla sua casa in fiamme senza
riuscire a salvare la moglie, la considera morta. Appena pu, ritorna nella casa distrutta e cerca i resti di
lei. Nel punto in cui l'aveva sentita gridare aiuto per l'ultima volta, trova delle ossa; le porta
all'ospedale e con grande piet le posa dinanzi all'altare domestico. Dieci giorni dopo, quando si reca
in campagna per consegnare le ossa alla famiglia della moglie, la ritrova l salva, e incolume. Era
riuscita in qualche modo a fuggire dalla casa incendiata e un autocarro militare che passava l'aveva
portata in salvo.
Qui vi  gi pi che una sopravvivenza:  un ritorno dai morti, l'esperienza pi intensa e
meravigliosa che sia data agli uomini.
Nell'ospedale di cui il dottor Hachiya era direttore e nel quale ora egli giace in una condizione
ibrida tra medico e paziente, uno dei fenomeni pi singolari  l'irregolarit della morte. Ci si aspetta
che le persone giunte ustionate o segnate nell'ospedale muoiano o guariscano.  molto duro assistere ai
loro continui peggioramenti; ma alcuni sembrano resistere, gradualmente si sentono meglio. Vengono
gi dati per salvi, quando inaspettatamente si aggravano e d'improvviso sono in imminente pericolo.
Altri, e tra questi infermiere e medici, da principio appaiono illesi. Lavorano giorno e notte con tutte le
loro forze, poi d'improvviso mostrano i segni del male, peggiorano di giorno in giorno, muoiono. Non
si  mai certi che uno sia sfuggito al pericolo; gli effetti ritardati della bomba eludono qualsiasi normale
prognosi clinica. Il medico si rende conto molto presto di andare a tastoni nel buio pi completo. Egli si
adopera in tutti i modi possibili, ma finch resta all'oscuro dell'effettiva natura del male si trova ad
agire come ai tempi che precedettero la medicina scientifica, e deve accontentarsi di confortare anzich
di curare.
Mentre affronta l'enigma delle manifestazioni del male negli altri, il dottor Hachiya  egli
stesso un paziente. Ogni sintomo che scopre negli altri lo preoccupa anche per se stesso, e segretamente
ne va in cerca sul proprio corpo. La sopravvivenza  precaria e non ancora certa per lungo tempo. Non
perde mai il rispetto per i morti e inorridisce al vederlo scemare negli altri. Quando si reca nella
capanna di legno in cui un collega venuto da fuori esegue le autopsie, non tralascia di inchinarsi dinanzi
al cadavere.
Ogni sera i morti vengono cremati di fronte alle finestre della sua camera d'ospedale. Proprio di
fianco al luogo delle cremazioni si trova una vasca per il bagno. La prima volta che egli assiste dall'alto
a una cremazione, sente qualcuno chiedere forte dal bagno:  Quanti ne hai bruciati oggi?.
L'irriverenza di questa situazione, qui un uomo che poco prima era ancora vivo e ora viene cremato, e
l, proprio di fianco, un altro nudo nel bagno, lo rivolta profondamente.
Ma dopo poche settimane egli consuma la cena insieme con un amico, su nella sua camera
d'ospedale, durante una cremazione. Osserva che l'odore   come di sardine bruciate , e continua a
mangiare.
La buona fede e la sincerit di questo diario sono al di sopra d'ogni dubbio. Chi scrive  un
uomo di alta civilt morale. Come chiunque,  soggetto alle tradizioni della sua origine : di esse non
dubita. I suoi interrogativi e i suoi dubbi restano compresi all'interno della sfera della medicina, ove
sono permessi e necessari. Ha creduto nella guerra, ha accettato la politica militaristica del suo paese, e
sebbene abbia osservato nel comportamento della casta degli ufficiali parecchie cose che non gli
piacciono, ha considerato suo dovere patriottico tacere. Ma proprio questo stato di fatto rende tanto pi
interessante il suo diario. Il quale non si limita a informarci della distruzione di Hiroshima sotto la
bomba atomica - si  testimoni dell'effetto che provoc su di lui il divenir consapevole della sconftta
del Giappone.
In questa citt assolutamente distrutta, le persone a cui si sopravvive non sono i nemici, ma la
propria famiglia, i colleghi, i concittadini. La guerra dura ancora e i nemici a cui si augura la morte
sono altrove. Da essi ci si sente minacciati, la scomparsa della propria gente accresce la minaccia. Con
la caduta della bomba la morte giunge dall'alto, si pu soltanto respingerla lontano, e bisognerebbe
venirlo a sapere.
Il desiderio che ci accada  fortissimo, e infine sembra trovare adempimento. Dopo pochi
giorni giunge da un'altra localit uno che riferisce come cosa certa -l'ha saputo da fonte sicurissima -
che i Giapponesi hanno colpito a loro volta con la medesima arma, devastando nello stesso modo non
una sola ma parecchie grandi citt americane.
Nell'ospedale lo stato d'animo si capovolge di colpo, l'euforia s'impadronisce perfino dei feriti
gravi. Ci si sente di nuovo massa; poich la morte  stata deviata su altri, ci si crede salvi da essa. 
probabile che molti, finch dura questa euforia, siano persuasi che ormai non moriranno pi.
Tanto pi dura s'abbatte poi, dieci giorni dopo la bomba, la notizia della capitolazione.
L'imperatore non aveva mai parlato per radio, prima. Certo anche ora il suo discorso rimane
incomprensibile, egli lo pronuncia nel linguaggio arcaicizzante della corte. Ma i superiori, che devono
conoscerla, riconoscono quella voce per sua; il contenuto del proclama viene tradotto. Quando viene
menzionato il nome dell'imperatore, la gente radunata nell'ospedale si inchina. Nessuno finora  mai
riuscito a udire la voce dell'imperatore, non  quella voce che ha proclamato la guerra. Ma  quella
voce che ora la revoca. A essa si crede quando dichiara la sconfitta, che altrimenti verrebbe messa in
dubbio.
I ricoverati nell'ospedale ne sono colpiti pi duramente che non dalla distruzione della loro
citt, dalla loro malattia, dalla morte dolorosissima che molti di essi hanno dinanzi agli occhi. Ora non
 pi pensabile alcuna diversione, la ferita e la morte vanno sofferte in tutto il loro peso. Tutto 
incerto, ma senza speranza. Molti si ribellano contro questa disperazione che  passiva e preferiscono
combattere ancora. Si formano due partiti, uno a favore e l'altro contro la cessazione dei
combattimenti. La massa degli sconfitti, prima di sciogliersi del tutto, si suddivide in una massa doppia.
Ma la parte favorevole al proseguimento della guerra ha questo punto decisivo di debolezza: si pone
contro l'ordine dell'imperatore.
 interessante osservare, nel corso dei giorni seguenti, che nella coscienza del dottor Hachiya il
potere, gi supremamente centralizzato durante la guerra, si divide in due parti: da un lato il potere
cattivo, i militari, che hanno condotto il paese alla sventura; dall'altro il potere buono, l'imperatore, che
vuole il bene del paese. In tal modo sussiste ancora per Hachiya un'istanza di potere, e la vera e propria
struttura della sua esistenza non viene lesa. I suoi pensieri girano continuamente intorno all'imperatore.
Egli, cos come il paese,  stato vittima dei militari. Va profondamente compianto; la sua vita 
divenuta ancor pi preziosa.  stato umiliato per qualcosa che non voleva affatto, la guerra. Ci
permette a ogni leale suddito d'andare alla ricerca anche nel proprio io di qualcosa che non volle la
guerra. Le osservazioni che s'erano sempre fatte a proposito dei militari, senza che si osasse
manifestarle : la loro arroganza, la loro stupidit, il disprezzo verso chiunque non appartenesse alla loro
casta, diventano improvvisamente potenti. In luogo del nemico, contro il quale non si pu pi
combattere, sono essi che divengono il nemico.
Ma l'imperatore esisteva sempre, la continuit della vita dipende da quella di lui: anche durante
la catastrofe che colp la citt, il suo ritratto viene salvato.
Verso la fine del diario - al trentanovesimo giorno, poich solo allora il dottor Hachiya  venuto
a saperla -  narrata la storia del salvataggio del ritratto dell'imperatore.  dipinta in ogni particolare. In
mezzo alla folla degli agonizzanti e dei feriti gravi della citt, poche ore dopo l'esplosione della bomba
atomica, il ritratto dell'imperatore viene portato al fiume. I moribondi fanno posto: Il ritratto
dell'imperatore! Il ritratto dell'imperatore! . Bruciano ancora a migliaia dopo che il ritratto  stato
tratto in salvo e portato via da un battello.
Questa prima narrazione del salvataggio del ritratto non basta a saziare il dottor Hachiya. La
cosa non d requie, egli va in cerca di ulteriori testimoni, in particolare di quelli che presero parte
all'alta impresa. Nel suo diario inserisce un altro resoconto. Durante quei giorni a Hiroshima sono
accadute molte cose degne di lode. Hachiya  giusto e non sminuisce alcun merito. Elargisce la sua
lode con sollecitudine e scrupolo. Ma con entusiasmo senza limiti parla del salvataggio dell'effgie
imperiale. Si avverte che, di tutto quanto  successo, questo  per lui il fatto pi ricco di speranza:
equivale alla sopravvivenza dell'imperatore.
Continuano a giungere persone che si meravigliano di trovarlo in vita e si congratulano con lui.
La loro gioia si avverte ancora nei suoi appunti e si trasmette al lettore. A lungo si continuano a
cremare dinanzi alle finestre dell'ospedale pazienti defunti, la morte prosegue.  come un'epidemia
nuova, sconosciuta. La sua origine e il suo decorso non sono stati ancora indagati con precisione. Solo
con le autopsie si comincia gradualmente a capire con che cosa si ha a che fare. Hachiya non perder
neppure per un istante la sua avidit di ricerca nei confronti della nuova malattia. Cos come dura
intatta in lui la struttura del suo paese, che culmina nell'imperatore, del pari egli non  minimamente
leso nella sua indole di studioso moderno della medicina. Ho qui compreso appieno per la prima volta
come questi due elementi possano combaciare naturalmente, quanto poco l'uno sia disturbato dall'altro.
Soprattutto intangibile  per in quest'uomo il rispetto per i morti. S' detto quanto poco egli
tolleri che ci si abitui alla morte: la morte resta sempre per lui qualcosa di molto serio. Non si ha
l'impressione che per lui i morti si amalgamino in una massa entro la quale i singoli non contano pi.
Egli pensa ai morti come a persone. Non si deve dimenticare che Hachiya  un medico, dunque esposto
a una sorta di smussamente professionale nei confronti della morte. Ma in qualsiasi circostanza si sente
che ai suoi occhi  importante ogni persona che ha vissuto, ogni persona cos com'era realmente, cos
come gli si  manifestata nella sua unicit.
Il quarantanovesimo giorno dopo la sventura ha luogo una giornata di commemorazione dei
morti. In bicicletta egli si reca in citt e visita ogni luogo che  consacrato dai morti, dai suoi morti e
anche da quelli di cui ha sentito parlare.
Chiude gli occhi per vedere una vicina che  perita, ed ella gli appare. Non appena riapre gli
occhi l'immagine svanisce; li richiude, e riappare. Egli si apre la via fra i resti della citt e non si pu
dire che girovaghi a caso, poich sa bene quel che cerca, e lo trova: i luoghi dei morti. Non si risparmia
nulla. Si figura tutto. Dice d'aver pregato per ognuno. Mi chiedo se nelle citt d'Europa ci furono
uomini che andarono frugando tra le rovine alla ricerca dei luoghi dei morti, e in questo modo, avendo
negli occhi le sembianze nitide dei defunti, pregando per loro, non solo per la propria famiglia, ma per i
vicini, gli amici, i conoscenti, e perfino per i morti mai incontrati, di cui soltanto era stata narrata loro
la morte. Ho esitato prima di usare la parola pregare a proposito di ci che fece Hachiya quel giorno,
ma questa parola la usa egli stesso e non solo in questa circostanza si definisce un buddhista.
1971
GEORG BCHNER
Discorso pronunciato il conferimento del Premio Georg Bchner
Traduzione di Renata Colorni
Signore e Signori, mi sembra un'impresa folle e temeraria ringraziare per una onorificenza che
viene conferita nel nome di Bchner.  a parole, infatti, che si ringrazia, e a chi, sentendo pronunciare
il nome di Bchner, non verrebbero subito in mente le sue parole, e chi potrebbe mai, in un paese
qualsiasi del mondo, arrogarsi il diritto di accostare le proprie alle sue parole!
Vorrei dunque dirvi soltanto una cosa semplicissima: per me non esiste al mondo un solo
premio per il quale potrei sentirmi pi onorato, e dunque sono felice di essere qui a riceverlo. Ringrazio
l' Accademia Tedesca della Lingua e della Letteratura , ringrazio la regione dell'Assia e la citt di
Darmstadt, nei confronti delle quali, come si pu constatare, man mano che passano gli anni cresce il
nostro debito per aver esse dato i natali a due tra gli spiriti pi liberi e illuminati dell'umanit,
Lichtenberg e Bchner.
Io non sono un conoscitore della letteratura critica su Bchner e dubito fortemente di avere il
diritto di esprimermi su di lui davanti a voi, che certo invece la conoscete tutti molto bene. C' una
cosa per che parla in mio favore e che qui potrei addurre a mia discolpa: Bchner ha cambiato la mia
vita pi di qualsiasi altro scrittore.
La vera sostanza di uno scrittore, ci che in lui appare inconfondibile, si forma a mio avviso in
pochissime notti che per la loro intensit e capacit di illuminazione si distinguono da tutte le altre.
Sono notti rarissime in cui lo scrittore si sente angustiato, eppure a tal punto  presente a se stesso che
pu calarsi fino in fondo nella propria totalit. L'oscuro universo di cui egli  fatto e per il quale sente
di possedere uno spazio, pur senza comprendere ancora che cosa esso contenga, si fa largo in lui tutt'a
un tratto recandogli un mondo nuovo, articolato, e l'urto  talmente forte che tutto il materiale sparso e
abbandonato a se stesso che urgeva in lui rifulge all'improvviso in un solo e medesimo istante. 
l'attimo in cui, superando atroci incertezze, le sue stelle pi intime si riconoscono a vicenda. Ora che
sanno di esistere, tutto diventa possibile. E la lingua finalmente lancia i suoi segnali.
Una simile notte io l'ho vissuta nell'agosto 1931 quando ho letto per la prima volta il Woyzeck.
Avevo passato tutto l'anno precedente immerso in Auto da f. Era stata, la mia, una vita ritiratissima,
una sorta di servit, nient'altro contava per me, tutto ci che in quell'anno era accaduto lo avevo
scartato e respinto. Ma ora Kien si era dato fuoco insieme ai suoi libri e io percepivo in maniera
indistinta che in questo destino venivano coinvolti anche i miei libri; forse per colpa del fatto che avevo
permesso a Kien di fare violenza ai libri; forse perch era giusto che sacrificassi i miei libri per i suoi;
quale che fosse la ragione di tutto questo, i libri mi vennero meno e cos mi ritrovai cieco e solo nella
terra bruciata che io stesso mi ero creato intorno.
Accadde dunque una notte che prendendo in mano un volume di Bchner esso mi si apr nel
punto in cui Woyzeck si reca dal dottore. Rimasi come fulminato, e anzi questa espressione mi sembra
deplorevolmente fiacca. Lessi tutte le scene contenute in quel volume di quest'opera cosiddetta 
frammentaria , e poich non riuscivo a capacitarmi e anzi semplicemente non credevo che potesse
esistere una cosa simile, le lessi tutte da capo a fondo cinque o sei volte. Nella mia vita, che pure non
era stata povera di impressioni, non saprei indicare nient'altro che mi avesse colpito cos fortemente.
Quando si fece giorno non mi riusc pi di star da solo con quel testo, e cos mi recai di buon mattino
nel centro di Vienna, da lei, la donna che per me era pi di una moglie : in seguito l'ho sposata; e oggi
che non  pi in vita vorrei saperla qui. Era molto pi colta di me, lei Bchner l'aveva letto a vent'anni.
Subito la rimproverai aspramente perch davanti a me non aveva nominato il Woyzeck nemmeno una
volta, eppure non c'era quasi nulla di cui non avessimo parlato insieme.  Devi essere contento di non
averlo mai conosciuto,  disse lei  come avresti potuto altrimenti scrivere qualche cosa di tuo! Ma
ormai l'hai fatto, e sarebbe ora che tu leggessi anche Lenz! .
 ci che feci in casa sua quella stessa mattina e a causa della novella Lenz si incrin
tremendamente l'immagine che avevo di Auto da f, di cui pure ero molto orgoglioso; compresi inoltre
che lei con me si era comportata benissimo.
Non ho altra giustificazione per il fatto che oggi mi azzardo a parlare di Bchner dinanzi a voi.
Pensando alle tappe della vita di Bchner (Darmstadt, Strasburgo, Giessen, Darmstadt,
Strasburgo, Zurigo) mi colpisce che si tratti di citt cos vicine una all'altra. Anche per allora erano
veramente distanze brevi. E dall'ultima lettera che Bchner ricevette da sua madre, la quale si trovava a
Darmstadt, si capisce che da l la cosa era molto sentita, almeno in relazione a Strasburgo. Bench sia
sollevata da quando il figlio  giunto a Zurigo, lei gli scrive cos:  Mi sembra che tu sia all'estero solo
da quando hai lasciato Strasburgo, finch eri a Strasburgo mi sembrava di averti sempre vicino.
Soltanto Zurigo, che pure non  lontana, le sembra una citt straniera. A questa vicinanza non si pensa
mai, e ci sta a indicare certamente il grande slancio dell'opera di Bchner. Se per altri scrittori, che
pure non si sono allontanati pi di lui, la cosa ci appare appropriata, in Bchner invece ci stupisce.
In ogni caso bisogna considerare tutto ci che Strasburgo rappresentava a quell'epoca:
l'incubatrice della nuova letteratura tedesca, la citt nella quale avevano dimorato in giovent Herder e
Goethe, e anche Lenz, che in quegli anni era un autore non meno incisivo, ci che con tardiva giustizia
gli va riconosciuto. Per Bchner si trattava di ricordi che risalivano a non pi di sessant'anni addietro,
come se uno di noi volesse fare riferimento all'epoca che ha preceduto la Prima guerra mondiale. Ma in
quel lasso di tempo c'era stata la Rivoluzione francese, l'evento pi significativo e ricco di
conseguenze della storia moderna, che solo nell'epoca della nostra generazione  stato sostituito da altri
eventi pi significativi. A Strasburgo, gli effetti di questa rivoluzione ancora non si erano esauriti come
invece era accaduto nella Germania di allora. Bchner arriva in Francia nell'epoca del trionfo della
borghesia, proprio quando comincia a dispiegarsi in varie direzioni una vita intellettuale interamente
permeata dalla politica e fecondissima di nuove concezioni sui problemi della collettivit, una vita
talmente vivace e moderna che sotto certi aspetti rappresenta tuttora il nostro alimento.
A Strasburgo Bchner ha la sua prima esperienza della massa: poche settimane dopo il suo
arrivo, Ramorino, reduce dall'insurrezione liberale in Polonia, viene ricevuto dagli studenti e dalla
cittadinanza. Tre o quattrocento studenti che inalberano una bandiera nera guidano un enorme corteo di
popolo che attraversa la citt cantando La Marsigliese e La Carmagnola. Ovunque risuona il grido: 
Vive la libert! Vive Ramorino!  bas les ministres!  bas le juste milieu! .
Nella cattedrale di Strasburgo Bchner incontra un giovane sansimonista con barba e capelli
molto lunghi, che nonostante il costume variopinto lo impressiona non poco. Sempre a Strasburgo vede
la polizia che attacca un folto gruppo di dimostranti, i quali protestano vivacemente. Per ben due anni
Bchner rimase in questo mondo cos libero e aperto. Ci che in esso aveva portato da casa sua aveva
un grandissimo, inestimabile valore. Era arrivato a Strasburgo non come un piagnucoloso adolescente,
anzi gli antenati medici da pi generazioni e le impressioni ricevute nella casa paterna gli avevano
trasmesso un interesse preciso per la corporeit, per il singolo, per il concreto. C', nella giovinezza di
Bchner, che pure non  un insensibile, una forte inclinazione al rigore e alla solidit: non c' traccia di
progetti o tentativi letterari, non un'ombra di narcisismo, n le pose presuntuose delle persone deboli. 
il figlio maggiore di un padre robusto e avveduto che morir a settantacinque anni, n mi sembra inutile
rammentare l'et cui giungeranno i suoi tre fratelli: settantasei, settantacinque, settantasette anni.
Anche la madre e le sorelle non moriranno giovani. Egli  l'unico di questa grande famiglia destinato a
morire in giovane et a seguito di una fatale infezione.
A Strasburgo impara a muoversi nel francese con assoluta libert, il francese diventa una lingua
che il tedesco non respinge. Egli si fa degli amici, conosce a fondo l'Alsazia e la Catena dei Vosgi. La
nuova citt e il nuovo paesaggio non sono tali da sommergerlo. Se fosse stato per due anni a Parigi, le
cose si sarebbero svolte certamente in maniera diversa. Ci che colpisce, nella vita di Bchner,  che
nulla in essa va sprecato. La sua  una natura che custodisce gelosamente i propri oggetti ed  in grado
di distinguerli come persone, come organi di un essere umano, nulla per lui, neanche il gioco e lo
scherzo,  fine a se stesso, e perfino il sogno e la levit hanno una certa asprezza. Una natura libera, la
sua, bench intricata e complessa, per la quale per nulla  irresolvibile : in questo, ma solo in questo, 
diversissimo da Lenz e casomai pi simile a Goethe.
Cos come accade per le persone e le cose, anche gli impulsi che Bchner ha avvertito non
vanno perduti: tutto si estrinseca, mai egli si chiude in se stesso per molto tempo.  stupefacente la
rapidit e l'energia con cui reagisce alle situazioni nuove. Da Strasburgo ritorna a Darmstadt e poi a
Giessen, ma l'angustia del nuovo tipo di esistenza lo tormenta come una grave malattia. Riesce
comunque a liberarsi da quella gretta oppressione nell'unica maniera possibile, cio propagando le
spinte rivoluzionarie che ha assimilato, e lo fa senza riguardo alla persona, con la massima genuinit,
rivolgendosi a tutti quelli che per loro natura non sono inclini a ritirarsi in un superbo isolamento.
Fonda la  Societ dei diritti umani  e con questo comincia l'epoca della cospirazione, cio della sua
doppia vita.
Si pu mostrare in quale forma questa sua doppia vita prosegue anche dopo il fallimento
dell'azione, come diventa feconda, perch ad essa si devono le opere letterarie, come sfocia nella
novella Lenz e poi addirittura nel Woyzeck. Come Bchner ha portato nella sua patria, piccola e
angusta, la vastit dei rapporti vissuti a Strasburgo, cos quando fugge da Darmstadt per ritornare a
Strasburgo egli reca in s l'angustia pi grande da cui l si era sentito minacciato, il carcere, l'angoscia
del quale rimarr desta in lui anche quando riuscir a raggiungere il paradiso zurighese.
 questa un'angoscia che non lo lascer mai pi, e la sua peculiarit deriva dal fatto che si tratta
dell'angoscia di un uomo che ha contrastato attivamente il pericolo. La sfrontatezza di Bchner davanti
al giudice istruttore, i suoi sforzi di liberare dalla prigione l'amico Minnigerode, il suo mandare avanti
il fratello Wilhelm quando egli stesso  chiamato a deporre in istruttoria, la sua lettera a Gutzkow e
infine la fuga -tutto questo testimonia un carattere assai energico, che si rende perfettamente conto della
propria situazione e ad essa non si rassegna.
Ma ci si rende il compito troppo facile se si trascura La morte di Danton, che Bchner scrisse di
getto nel mese in cui preparava la fuga. Anche Danton  in grado di vedere con chiarezza la propria
situazione : quando parla con Robespierre fa anzi del suo meglio per peggiorarla. La vuole irreparabile,
la vuole scottante, ma quando si tratta di prendere una decisione per la propria salvezza o per la propria
fuga, egli si paralizza con una frase che poi ritorna sovente:  Non oseranno.  la frase pi ossessiva
di tutto il dramma; gi la prima volta desta nel lettore un certo disagio, e poi, dopo varie ripetizioni, si
ha il senso che possa essere considerata una specie di motto della rivoluzione con il segno cambiato. In
essa si rivela il tema fondamentale del dramma: bisogna salvarsi? Danton vuole restare: la sua voglia di
perseverare  pi forte del pericolo. Veramente dovrei ridere di tutta questa faccenda  sostiene
Danton.  C' in me un sentimento di continuit che mi dice: domani sar come oggi e dopodomani e
cos di seguito, tutto come sempre. Tanto rumore per niente, vogliono spaventarmi, ma non oseranno!
.*
Per potersi salvare Bchner ha dovuto creare la figura di quest'uomo che non si vuole salvare.
Nel dramma si tratta del pericolo che corre egli stesso, la Conciergerie e la prigione di Darmstadt sono
tutt'uno. Egli scrive in preda alla febbre, non ha altra scelta, non riesce a darsi pace fino a quando
Danton non viene ghigliottinato. Questo dice a Wilhelm, il fratello pi giovane che in quelle settimane
gli  pi vicino di chiunque altro, e gli dice anche che sa di dover fuggire. Ma varie cose lo trattengono
ancora: il pensiero di un dissidio col padre, la preoccupazione per gli amici che si trovano in prigione,
la persuasione che non potranno prenderlo e la mancanza di denaro.
In bocca a Danton  la persuasione che non potranno prenderlo si esprime nella frase: Non
oseranno! . Con questa frase di Danton Bchner cerca di liberarsi dalla propria paralisi,  un pungolo
che deve indurlo a reagire in maniera opposta. A me sembra indubitabile che per sottrarsi al proprio
destino Bchner accetti il destino di Danton e sia spinto irresistibilmente a portarlo a compimento.
Dalle azioni che ha compiuto, Bchner si sente soffocare, e dopo molto tempo ripensa ad esse
come se fossero fatte ma anche, contemporaneamente, non fatte. La fuga, che  l'evento centrale della
sua esistenza, esteriormente  riuscita, ma il terrore del carcere non lo ha mai abbandonato. Egli si
scarica del senso di colpa per gli amici che ha lasciato a Darmstadt in quanto si mette al loro posto. Le
lettere che da Strasburgo indirizza ai suoi familiari con l'intento di tranquillizzarli, lettere in cui
racconta del suo lavoro e delle sue prospettive, traboccano in realt di una persistente inquietudine. Da
altri fuoriusciti viene a sapere di nuovi arresti avvenuti in patria e tutte queste notizie le comunica ai
familiari in ogni dettaglio. E bench accada spesso che lui sia pi informato di loro, si aspetta dai suoi
ulteriori informazioni sull'argomento. Non c' niente che lo tocchi pi da vicino, niente che lo interessi
di pi. Proprio lui che conosce cos bene il valore della libert e che tanto si adopera per non perderla
con le sue attivit e la grande vigilanza che gli permette di valutare lucidamente ogni pericolo, proprio
lui, nello stesso tempo, continua a sentirsi accanto agli amici in prigione. Egli fa propri i timori dei suoi
amici, di questo ci si accorge quando scrive di esecuzioni che in realt non hanno avuto luogo. Da
quando arriva a Strasburgo per la seconda volta, si pu parlare, a proposito di Bchner, di una nuova
doppia vita, che continua in una forma diversa la precedente esistenza cospirativa da lui condotta in
patria. Una di queste vite, quella esteriore e fattiva, egli la porta avanti tra gli altri fuoriusciti, ed  tutta
protesa a evitare ogni pretesto di estradizione. Nello stesso tempo per egli conduce un'altra esistenza,
emotivamente e spiritualmente si trova ancora in patria, accanto ai suoi amici pi sfortunati. La
necessit della fuga  ancora ininterrottamente davanti ai suoi occhi, non si  mai concluso per lui il
mese passato a Darmstadt per prepararla.
Fa parte del destino del fuoriuscito voler credere di essere salvo. Ma egli non potr mai essere
salvo, perch tutto ci che si  lasciato alle spalle - gli altri - non  salvo.
Due mesi dopo l'arrivo di Bchner a Strasburgo, Gutzkow gli scrive una lettera in cui nomina 
la Sua novella Lenz. Bchner gli aveva dunque parlato, probabilmente poco dopo il suo arrivo, del
progetto di una simile novella.
Ci sarebbero un'infinit di cose da dire sul significato di questo racconto e su ci che lega
Bchner a Lenz. Qui voglio solo far notare una cosa, che certo  insignificante se si considera tutto
quello che ci sarebbe da dire: quanto questo racconto sia intriso e alimentato dal tema della fuga. I
Vosgi, che Bchner conosceva perfettamente per esserci stato pi volte in gita con i suoi amici e che
due anni prima aveva anche descritto in una lettera ai suoi genitori, si trasformarono il 20 gennaio,
quando Lenz travers la montagna, in un paesaggio d'angoscia. Lo stato d'animo di Lenz, ammesso
che lo si possa compendiare in un termine solo,  uno stato di fuga, che per si scinde in numerose
piccole fughe particolari in apparenza prive di senso. La minaccia che incombe su Lenz non  la
prigione, ma anche Lenz  un reietto, un uomo che la patria ha messo al bando. La sua patria, l'unica
plaga nella quale gli era dato di respirare liberamente, era Goethe, e Goethe lo ha cacciato via. Allora
egli cerca rifugio in localit pi o meno lontane, che per sono in rapporto con Goethe; arriva in un
posto, stabilisce dei rapporti, tenta di rimanere. Ma la messa al bando che egli ha subito e i cui effetti
persistono nel suo animo lo spinge di nuovo a distruggere tutto. Con piccoli reiterati movimenti ripetuti
di continuo in una specie di stordimento, Lenz cerca riparo nell'acqua, o affacciandosi alla finestra, o
nel villaggio vicino, nella chiesa, in una casa di contadini, fino a quando giunge da una bambina morta.
Se si fosse creduto salvo, quella bambina sarebbe riuscito a risuscitarla.
Bchner ha ritrovato in Lenz la propria irrequietezza, l'angoscia per la fuga che sempre lo
assaliva ogni volta che metteva piede in una prigione per visitarvi i suoi amici. Un tratto del suo
impervio cammino Bchner lo ha percorso con Lenz, si  identificato con lui e, nello stesso tempo, si 
posto come suo accompagnatore e lo ha guardato dall'esterno con l'occhio imperturbabile di chi guarda
un altro. Perci la messa al bando non finiva, e neppure la fuga, tutto seguitava come prima.  Cos
continu a vivere...  scrisse Bchner, e dopo quest'ultima frase abbandon Lenz.
Ma l'altro Bchner, quello che nell'ambiente in cui visse in quel periodo tutti conoscevano
bene, si conquist con un lavoro scientifico tenace e rigoroso sul sistema nervoso del barbo il rispetto
degli scienziati di Strasburgo e di Zurigo. E, dopo aver ottenuto il titolo di dottore, si rec a Zurigo per
tenervi la sua prima lezione.
Durante il periodo zurighese, che dura non pi di quattro mesi, Bchner riesce ad affermarsi e a
farsi valere. Subito gli viene affidato un corso universitario, e tra coloro che lo seguono figurano
personalit di un certo rilievo. Il padre gli manda una lunga lettera nella quale gli concede il suo
perdono. A Bchner la Svizzera piace, in essa vede  dovunque villaggi accoglienti con belle case  e
loda il suo  popolo sano e forte , nonch il governo semplice, buono e veramente repubblicano .
Subito dopo, nella stessa lettera del 20 novembre 1836, l'ultima alla sua famiglia che ci  stata
conservata, vien fuori ad un tratto la notizia per lui pi tremenda:  Minnigerode  morto, come mi
scrivono, vale a dire che egli  stato torturato a morte per tre anni. Tre anni! . Cos vicine sono in
questa lettera la salvezza nel paradiso zurighese e la tortura mortale subita dall'amico rimasto in patria.
Ritengo che fu questa notizia a scatenare in Bchner l'impulso per la stesura definitiva del
Woyzeck. La dedizione per l'umanit  di casa in questo dramma come in nessun'altra delle sue opere.
 probabile che egli non abbia mai saputo che la notizia era errata. In ogni caso essa ha prodotto in lui
notevoli effetti. Sono passati due anni e quattro mesi dall'arresto di Minnigerode, e non c' da stupirsi
che il periodo della sua prigionia si sia esteso per Bchner, che pure in quel tempo si trovava a
Darmstadt, a tre anni. Quell'enfatico  tre  ricorda in effetti il periodo passato in prigione da un altro
uomo, il Woyzeck storicamente esistito. Pi di tre anni erano infatti trascorsi dall'assassinio della sua
amante fino alla sua esecuzione in pubblico. Bchner naturalmente conosceva questo caso per aver
letto la perizia del consigliere aulico Clarus sull'assassino Woyzeck.
Oltre alla notizia della morte del suo amico in prigione, oltre al cocente ricordo delle
depressioni, ma anche delle esaltazioni di coloro che erano rimasti in patria,  confluito qualcosa nella
concezione del Woyzeck a cui normalmente non vien fatto di pensare : nel Woyzeck  entrata la
filosofia.
Per comprendere Bchner nella sua interezza, bisogna tener conto che verso la filosofia il suo
atteggiamento era di grande insofferenza. Eppure aveva per essa una innata disposizione : Lning, che
quando era studente lo incontr a Zurigo, not in lui  una speciale ed estrema risolutezza di tipo
assertivo . Ma dal linguaggio dei filosofi Bchner si sente respinto. Gi tempo addietro, in una lettera
all'amico alsaziano August Stber, si era espresso cos:  Mi sono buttato con tutte le mie energie sulla
filosofia. Il linguaggio specialistico  detestabile; a me pare che per le questioni umane si dovrebbero
trovare anche espressioni umane . E a Gutzkow due anni dopo, quando ormai quel linguaggio lo
possedeva a fondo :  Io mi istupidisco completamente nello studio della filosofia, imparo a conoscere
ancora una volta, da un nuovo lato, la meschinit dello spirito umano . Pur occupandosi di filosofia,
egli non ne  soggiogato e ad essa non sacrifica un solo grano di realt. La prende sul serio quando
opera nel pi misero degli uomini, cio in Woyzeck, e invece la sbeffeggia nei personaggi che si
sentono superiori a lui.
Il soldato Woyzeck, come la scimmia di cui parla l'imbonitore,   il grado pi basso della
razza umana , continuamente braccato da ordini e voci, un prigioniero in libert predestinato a essere
catturato e nutrito con il vitto dei carcerati, piselli, sempre e solo piselli, nient'altro che piselli,
degradato dal dottore al rango di una bestia, quel dottore che ha il coraggio di dirgli: Woyzeck,
l'uomo  libero, nell'uomo l'individualit si trasfigura nella libert. Ma con queste parole non intende
niente di pi se non che lui, Woyzeck, dovrebbe essere capace di trattenere l'urina -parla insomma
della libert di indulgere a ogni tipo di abuso della sua umana natura, la libert di farsi schiavo per
ricevere i tre soldi che gli servono per quel suo vitto di piselli e nient'altro. E quando con stupore
sentiamo che il dottore gli dice :  Woyzeck, adesso vi mettete ancora a filosofare , espressione di
omaggio simile a quella che il padrone della baracca ha test rivolto a un cavallo ammaestrato, gi alla
frase successiva vediamo che questo ossequio si riduce a una aberratio, che nella frase ancora dopo
viene ulteriormente precisata scientificamente come aberratio mentalis partialis, per la quale, dice,
gli dar un  supplemento .
Il capitano, invece, che  convinto di essere un buon uomo perch si sente a posto, quello che si
spaventa a veder correre Woyzeck  come un rasoio aperto , e a vedere che tutti si precipitano bench
abbiano davanti a s un tempo smisurato, quello che ha paura per questo mondo se pensa all'eternit, il
capitano rivolge a Woyzeck il seguente rimprovero:  Ma pensi troppo, e questo consuma; hai sempre
quell'aria di bestia inseguita .
La dimestichezza di Bchner con alcune dottrine filosofiche ha influenzato la genesi del
Woyzeck anche in un'altra maniera, sia pure meno scoperta. Mi riferisco alla presentazione frontale dei
personaggi importanti del dramma, quello che potremmo chiamare il loro autostigmatizzarsi.
La sicurezza con cui essi escludono tutto ci che non sono, l'aggressivo arroccarsi in se stessi
financo nella scelta delle parole, la sprezzante rinuncia al mondo reale su cui pure infieriscono con
astio impetuoso, tutto questo assomiglia in qualche modo all'arroganza offensiva dei filosofi. Ognuno
di questi personaggi si presenta nella propria interezza gi dalle prime frasi.
Il capitano, il dottore, e pi di tutti il tamburmaggiore appaiono i banditori del proprio
personaggio. Con scherno, o vanagloria, o invidia, tracciano essi stessi le proprie barriere, e si pongono
tutti contro l'unico essere che disprezzano, la creatura che vedono sotto di s e che si trova in quel
luogo solamente per servirli, in quanto loro subalterno.
Woyzeck  la vittima di tutti e tre. Alle imparaticce filosofie del dottore egli  in grado di
contrapporre pensieri che corrispondono a qualcosa di vero. La sua  una filosofia concreta, legata
all'angoscia, al dolore, alla sua visione delle cose. Ogni volta che pensa il terrore lo assale, e le voci da
cui  inseguito sono assai pi vere sia della commozione del capitano per la sua giubba appesa alla
parete sia dei perpetui esperimenti del dottore con quei suoi piselli. Al contrario di costoro, Woyzeck
non viene presentato frontalmente, dall'inizio alla fine le sue reazioni sono vivaci e inattese. Essendo
sempre alla merc degli altri, non cessa mai la sua vigilanza e le parole che in essa riesce a trovare le
pronuncia in uno stato di totale innocenza. Non sono parole logore, e neanche abusate, non sono
moneta spicciola, o armi tenute in serbo, sono parole istantanee, nate al momento. E anche quando egli
le accoglie con noncuranza, si fanno strada autonomamente : i framassoni hanno scavato la terra per lui
: Il vuoto, lo senti? Tutto  vuoto qua sotto! I framassoni! .
In quanti diversi esseri umani  frammentato il mondo nel Woyzeck! I personaggi della Morte di
Danton hanno ancora troppe cose in comune, sono tutti pervasi da una trascinante eloquenza, e certo
non si pu dire che lo spirito alberghi solamente in Danton. Una possibile spiegazione  che l'epoca
stessa  intrisa di retorica, in fin dei conti i portavoce della Rivoluzione, che sono i protagonisti del
dramma, si sono conquistati fama e rispetto proprio mediante l'uso delle parole. Ma poi, rammentando
la storia di Marion ** -che pure perora la propria causa come meglio non potrebbe - accettiamo, sia
pure a malincuore, la tesi seguente: La morte di Danton  un dramma che appartiene a una scuola
retorica, sia pure la pi straordinaria che ci sia, la scuola di Shakespeare.
Dalle altre opere di scuola, questo dramma si differenzia per la sua veemenza, per la sua
rapidit, ma anche per la sua particolare sostanza, costituita in parti uguali di fuoco e di ghiaccio, della
quale non c' altro esempio nella letteratura tedesca.  un fuoco che costringe a correre, e un ghiaccio
che rende trasparente ogni cosa, e cos corriamo per tenerci al passo col fuoco, e ci fermiamo per
guardare nel ghiaccio.
A meno di due anni di distanza, Bchner  riuscito, con il Woyzeck, a operare un totale
capovolgimento nella letteratura: sua  infatti la scoperta del misero. Questa scoperta presuppone la
piet, ma solo se la piet viene tenuta nascosta, se  una piet muta e non proclamata, solo allora il
misero  intatto. Lo scrittore che fa sfoggio dei suoi sentimenti, che enfatizza pubblicamente la figura
del misero ostentando piet nei suoi confronti, in realt lo contamina e lo distrugge. Woyzeck, invece,
che pure  braccato dalle voci e dalle parole degli altri,  lasciato intatto dallo scrittore. In questo
pudore di fronte alla miseria, non c' a tutt'og-gi un solo scrittore che possa essere messo alla pari con
Bchner.
Negli ultimi giorni della sua vita, Bchner fu scosso da fantasie febbrili sulla cui natura e sul cui
contenuto disponiamo di pochi e approssimativi elementi. Quel poco lo si desume dalle parole che
Caroline Schulz annot al riguardo in un quaderno di appunti. Vi si legge:
 14 (febbraio)... Verso le otto riprese a delirare e, cosa strana, parl varie volte delle sue
fantasie riprovandole lui stesso, una volta persuaso che erano tali. Una fantasia ricorrente era questa: si
immaginava di essere estradato...
 15... Quando era in s parlava con una certa difficolt, ma non appena cominci a delirare si
mise a parlare spedito. Mi raccont una lunga storia, sensata e coerente: come gi ieri lo avessero
condotto alle porte della citt, e che poco prima aveva tenuto un discorso nella Piazza del Mercato, e
cos via...
 16... L'ammalato tent pi volte di andare via, perch immaginava che lo stessero
imprigionando o pensava di essere gi in un carcere dal quale voleva evadere .
Io credo che se conoscessimo l'esatto enunciato di questi deliri di Bchner, ci troveremmo assai
vicini a Woyzeck; qualcosa di Woyzeck  rimasto perfino in questo resoconto, che pure l'amore e il
dolore hanno certo mitigato e attenuato, e dove manca il terrore di chi si sente braccato. Quando
Bchner mor, il 19 febbraio, Woyzeck lo aveva ancora dentro.
Non  ozioso almanaccare sulla vita di Bchner dopo la sua morte, perch cercare in essa un
senso  davvero impossibile. La morte di Bchner  stata insensata come ogni altra morte, ma nel suo
caso l'insensatezza della morte si  manifestata con particolare evidenza. Bchner non si era compiuto,
malgrado il peso e la maturit di ognuna delle opere letterarie che ci ha lasciato. Appartiene alla sua
natura che le sue opere non siano state portate a termine, e certo non lo sarebbero state nemmeno in
seguito. Egli si staglia come puro esempio dell'umana incompiutezza. Le sue molteplici attitudini, che
alternandosi si rincorrono a vicenda, testimoniano di una natura che nella sua inesauribilit ha diritto di
pretendere la vita eterna.
1972
* Si veda La morte di Danton, in Georg Bchner, Opere, a cura di Giorgio Dolfini, Adelphi,
Milano, 1963, p. 39. Da questo stesso volume sono tratte le altre citazioni di Bchner che compaiono in
questo saggio (N.d.T.).
** Il riferimento  a Marion Delorme, dramma storico in cinque atti di Victor Hugo,
rappresentato nel 1831 (N.d.T.).
IL MIO PRIMO LIBRO: AUTO DA Fɻ
Traduzione di Renata Colorni
Il titolo  fuorviante; infatti, quello che poi divent il mio primo libro fu concepito come uno
degli otto libri da me contemporaneamente abbozzati nel corso di un anno, dall'autunno 1929
all'autunno 1930. Il manoscritto del primo di questi romanzi, sul quale poi mi concentrai lavorando alla
sua stesura ancora per un anno, era intitolato  Kant prende fuoco . Con questo titolo  rimasto presso
di me sotto forma di manoscritto per quattro anni, e soltanto quando stava per uscire, nel 1935, gli ho
dato il titolo Die Blendung, che da allora gli  rimasto.*
Il protagonista di questo libro, oggi noto come Kien, era indicato nei miei primi abbozzi con la
sigla B., abbreviazione di  Bchermensch  (Uomo dei libri). A tal punto, infatti, io me lo figuravo
cos, come l'uomo dei libri, che il suo legame con i libri era di gran lunga pi importante della sua
stessa persona. Era fatto di libri, era questa, allora, la sua unica caratteristica, per il momento non ne
aveva altre. Quando finalmente mi accinsi a scrivere la sua storia in un tutto coerente, il nome che gli
diedi fu Brand (Incendio). Nel nome era contenuta la sua fine: egli, infatti, sarebbe morto in un rogo.
Mentre non avevo ancora la minima idea di come il romanzo si sarebbe sviluppato nei particolari, una
cosa era certa fin da allora: Brand avrebbe dato fuoco a s e ai suoi libri e nel rogo da lui stesso
appiccato sarebbe perito fra le fiamme con la sua biblioteca. Per questo si chiamava Brand, e cos le sue
primissime connotazioni,  Uomo dei libri  e  Incendio , erano l'unica cosa di lui stabilita con
certezza fin dall'inizio.
Ma un altro elemento fu stabilito subito, e si tratta senz'altro dell'elemento decisivo del libro: la
figura antagonista della governante Therese, una donna di cortissime vedute. Il suo archetipo era tanto
reale quanto era irreale quello dell'Uomo dei libri. Nell'aprile del 1927 avevo preso in affitto una
stanza fuori Vienna su una collina oltre Hacking, nella Hagenberggasse. Precedentemente ero stato in
varie camere ammobiliate per studenti nel centro di Vienna, e ora, per cambiare, desideravo abitare
fuori citt. Il Lainzer Tiergarten con i suoi alberi secolari mi attraeva e l'annuncio di una camera libera
vicinissima alle mura del giardino zoologico mi salt agli occhi. Andai subito a vederla, la padrona di
casa mi apr e mi port al secondo piano, che conteneva quell'unica stanza. Lei stessa abitava con la
sua famiglia gi al piano terra. Il panorama mi entusiasm, al di l di un parco giochi si vedevano
lungo il pendio gli alberi del grande giardino arcivescovile e, dall'altra parte della valle, sulla cima
della collina di fronte, lo sguardo si posava sullo Steinhof, la citt dei pazzi cintata da una muraglia.
Dopo la prima occhiata la mia decisione fu presa, quella stanza la volevo per me, e subito, davanti alla
finestra aperta, presi accordi su tutti i particolari con la padrona di casa. La donna portava una sottana
che arrivava a terra e teneva la testa obliqua, gettandola ogni tanto dall'altra parte; il primo discorso che
mi fece lo si ritrova parola per parola nel terzo capitolo di Auto da f:  il discorso sulla giovent di
oggi e sulle patate che ormai costano il doppio. Fu un discorso piuttosto lungo, che mi irrit
moltissimo, tant' che subito mi rimase in mente.  vero che spesso, nel corso degli anni successivi, mi
tocc di risentirlo esattamente con le stesse parole, ma sono certo che gi dopo quella prima volta non
avrei pi potuto dimenticarlo.
Durante quel primo colloquio chiesi il permesso di ricevere le visite della mia amica. La
padrona di casa me lo concesse, ma insistette che fosse sempre e soltanto la stessa  signorina fidanzata
. Il tono di sdegno con cui io protestai che di fidanzate ne avevo una sola la tranquillizz. Avevo
anche molti libri, le dissi.  Non si preoccupi,  mi rispose  coi signori studenti  giusto che sia cos .
Qualche difficolt in pi la ebbi con la mia ultima richiesta: dovevo assolutamente poter appendere alle
pareti le riproduzioni che portavo sempre con me. Lei disse :  Con queste belle tappezzerie. Dovr
usare per forza le puntine? . Io, spietato, le risposi di s. Da anni vivevo con alcune grandi riproduzioni
degli affreschi della Cappella Sistina, e tale era la mia devozione per i Profeti e le Sibille di
Michelangelo che neanche per quella stanza li avrei sacrificati. Lei vide la mia risolutezza e, sia pure a
malincuore, acconsent.
A quella stanza, nella quale vissi per sei anni, non devo soltanto la figura di Therese. La vista
quotidiana dello Steinhof, dove vivevano seimila pazzi,  stata la spina nella mia carne. Sono
assolutamente certo che senza quella stanza non avrei mai scritto Auto da f.
Ma i tempi non erano maturi, a quell'epoca ero ancora uno studente di chimica che andava ogni
giorno in laboratorio e soltanto di sera si dedicava allo scrivere. Inoltre non vorrei far credere il falso, e
cio che la figura di Therese, nata soltanto tre anni e mezzo dopo, possa essere accomunata con quella
della mia padrona di casa in altro che per il modo di parlare e per una certa rassomiglianza esteriore. La
mia padrona di casa era un'impiegata delle Poste in pensione, anche il marito aveva lavorato alle Poste,
insieme a loro vivevano in casa due figli gi adulti. Soltanto il primo discorso di Therese deriva da un
discorso reale, tutto il resto  pura invenzione.
A distanza di pochi mesi dal mio trasferimento in quella nuova stanza, accadde un fatto che
esercit un influsso profondissimo sulla mia vita successiva, nonch sulla genesi di Auto da f. Fu un
avvenimento pubblico, uno di quei rari avvenimenti che turbano a tal segno una citt intera che essa, da
allora in poi, non  pi la stessa.
La mattina del 15 luglio 1927 ero rimasto a casa, non ero andato come al solito all'istituto di
chimica nella Wahringerstrasse. Nel caff di Ober-Sankt-Veit mi misi a leggere i giornali del mattino.
Sento ancora l'indignazione che mi travolse quando presi in mano la  Reichspost  e lessi un titolo a
caratteri cubitali : Una giusta sentenza. Nel Burgenland c'era stata una sparatoria, alcuni operai erano
rimasti uccisi. Il tribunale aveva assolto gli assassini. L'organo di stampa del partito al governo
dichiarava, o meglio strombazzava, che con quella assoluzione era stata emessa una giusta sentenza.
Pi che l'assoluzione in quanto tale fu proprio questo oltraggio a ogni sentimento di giustizia che
esasper enormemente gli operai viennesi. Da tutte le zone della citt i lavoratori sfilarono, in cortei
compatti, fino al Palazzo di Giustizia, che gi per il nome incarnava ai loro occhi l'ingiustizia in s. La
reazione fu assolutamente spontanea, me ne accorsi pi che mai dai miei sentimenti. Inforcai la
bicicletta, volai in citt e mi unii a uno di questi cortei.
Gli operai di Vienna, che normalmente erano disciplinati, avevano fiducia nei loro capi del
partito socialdemocratico e si dichiaravano soddisfatti del modo esemplare in cui essi amministravano
il Comune di Vienna, agirono quel giorno senza consultare i loro capi. Quando appiccarono il fuoco al
Palazzo di Giustizia, il borgomastro Seitz, su un automezzo dei pompieri, cerc di tagliar loro la strada
alzando la mano destra. Fu un gesto assolutamente inefficace: il Palazzo di Giustizia and in fiamme.
La polizia ebbe l'ordine di sparare, i morti furono novanta.
Sono passati quarantasei anni, eppure sento ancora nelle ossa la febbre di quel giorno.  la cosa
pi vicina a una rivoluzione che io abbia mai vissuto sulla mia pelle. Non basterebbero cento pagine
per descrivere ci che vidi io stesso. Da allora so con assoluta precisione quel che accadde durante
l'assalto alla Bastiglia,  un tema sul quale non avrei pi bisogno di leggere una parola. Mi trasformai
in un elemento della massa, la massa mi assorb in s completamente, non avvertivo in me la bench
minima resistenza contro ci che la massa faceva. Mi meraviglio che in una simile disposizione di
spirito fossi ancora in grado di percepire in tutti i particolari ogni singola scena che si svolgeva davanti
ai miei occhi. Ne voglio raccontare una.
In una strada laterale non lontana dal Palazzo di Giustizia che stava bruciando, ma in posizione
defilata e comunque ben distanziata rispetto alla massa, un uomo con le braccia alzate e le mani
congiunte sopra la testa in un gesto di disperazione, gridava gemendo: Bruciano i fascicoli! Tutti i
fascicoli!.  Meglio i fascicoli che gli uomini!  gli dissi io, ma questo a lui non importava affatto,
aveva in testa soltanto i fascicoli, e a me venne in mente che forse in quel palazzo egli stesso aveva a
che fare, magari come archivista, con dei fascicoli; l'uomo era inconsolabile, e a me, malgrado la
situazione, fece un effetto comico. Al tempo stesso per mi indignava.  Ma non vede che laggi hanno
sparato sulla gente,  dissi iroso  e lei parla di fascicoli! . Lui mi guard in faccia come se neanche
esistessi e gemette di nuovo: Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli! . Pur essendosi messo in disparte,
la situazione non era per lui priva di pericoli, non era possibile non udire il suo lamento, anch'io infatti
l'avevo udito.
Qualche anno dopo, quando scrissi i primi abbozzi della  Comdie humaine dei folli ,
chiamai Brand -Incendio - il topo di biblioteca B. Che il suo nome e il suo destino avessero tratto
origine da quella giornata del 15 luglio allora non lo sapevo, certamente avrei provato un senso di grave
imbarazzo se avessi riconosciuto quel nesso, e forse, addirittura, avrei buttato all'aria l'intero progetto.
Tuttavia, durante la stesura del romanzo, cominciai a rendermi conto che il nome Brand mi stava
troppo stretto. Capitavano moltissime cose nel libro, e la sua conclusione, alla quale non bisognava
assolutamente pensare, appariva in quel nome troppo nitidamente indicata. Ribattezzai Brand in Kant, e
questo nome gli rimase a lungo, indisturbato. Nell'agosto del 1931, a quattro anni di distanza da quel
15 luglio, Kant diede fuoco alla sua biblioteca e per nell'incendio dei suoi libri.
Questa fu comunque una conseguenza tardiva e assolutamente imprevista del 15 luglio. Se
qualcuno allora mi avesse annunciato un simile esito letterario di quella giornata, certamente mi sarei
infuriato con lui e lo avrei messo alla porta. Subito dopo, infatti, in quei giorni di profondissimo
abbattimento in cui non riuscivamo a pensare ad altro e gli eventi di cui eravamo stati testimoni si
ripresentavano continuamente davanti ai nostri occhi perseguitandoci ogni notte fin dentro il sonno, in
quei giorni, dicevo, esisteva un unico collegamento legittimo con la letteratura: Karl Kraus. La mia
idolatrica venerazione per Kraus raggiunse allora il suo culmine. Provai, questa volta, un sentimento di
gratitudine per un'azione pubblica ben precisa, non saprei indicare nessun'altra persona per la quale io
abbia mai provato tanta riconoscenza. Sotto l'influsso del massacro di quel giorno, Kraus aveva fatto
affiggere dappertutto a Vienna dei grandi manifesti nei quali, rivolgendosi al capo della polizia Johann
Schober, responsabile di avere ordinato la sparatoria e responsabile dunque dei novanta morti, gli
intimava di  dare le dimissioni . Fu un atto individuale, Kraus fu l'unica figura pubblica che prese
un'iniziativa, e mentre gli altri personaggi celebri - a Vienna non ne mancavano mai - non volevano
esporsi o forse non volevano rendersi ridicoli, soltanto in Kraus il coraggio fu pari all'indignazione. I
suoi manifesti furono in quei giorni l'unico nostro sostegno. Io passavo da un manifesto all'altro, mi
fermavo davanti a ciascuno di essi, e avevo la sensazione che tutta la giustizia di questa terra fosse
penetrata nelle lettere dell'alfabeto che componevano il nome di Karl Kraus.
L'anno che segui fu totalmente dominato da questo avvenimento. Fino all'estate inoltrata del
1928, i miei pensieri ruotarono intorno ad esso, non mi occupai di nient'altro. Pi che mai ero deciso a
scoprire cosa sia veramente la massa, quella massa che mi aveva soggiogato dall'esterno e dall'interno.
Stando alle apparenze, continuavo i miei studi di chimica e cominciai a lavorare per la tesi di laurea,
ma l'argomento che mi avevano assegnato era talmente poco interessante che a stento scalfiva in
superficie la mia mente. Appena avevo un momento libero, passavo allo studio delle cose che
veramente ritenevo importanti. Per strade tra loro diversissime e in apparenza assai remote dal mio
tema, cercavo di accostarmi al fenomeno della massa cos come l'avevo vissuto. Cercavo la massa
nella storia, ma nella storia di tutte le civilt. La storia e l'antica filosofa cinese mi affascinavano ogni
giorno di pi. A occuparmi dei Greci avevo gi incominciato molto tempo prima, all'epoca di
Francoforte; ora mi immersi nello studio degli storici antichi, Tucidide in primo luogo, e inoltre nella
filosofa dei Presocratici. Che studiassi le rivoluzioni era naturale, la rivoluzione inglese, quella
francese e quella russa, ma ora cominci anche a balenarmi l'importanza delle masse nei fenomeni
religiosi, e quell'avidit di conoscere tutte le religioni, che da allora non mi ha pi abbandonato, si
manifest per la prima volta in quel periodo. Lessi le opere di Darwin nella speranza di trovarvi
qualcosa sulla formazione delle masse fra gli animali, e lessi anche, gi allora con notevole impegno,
alcuni libri sulle societ degli insetti. In quel periodo devo aver dormito poco, passavo notti intere a
leggere. Provai a scrivere qualcosa, mi cimentai in qualche saggio. Erano tutti lavori di sondaggio e di
preparazione per il mio libro sulla massa, eppure, ripensandoli adesso dal punto di vista del romanzo,
mi rendo conto che quegli studi appassionati e poliedrici hanno lasciato dietro di s numerose tracce
anche in Auto da f, che fu composto di l a qualche anno.
Nell'estate del 1928 arrivai per la prima volta a Berlino, e questo fu l'altro avvenimento per me
decisivo. Wieland Herzfelde, il fondatore della casa editrice Malik, cercava un giovane che lo aiutasse
per un certo lavoro su un libro, e un'amica gli aveva parlato di me. Cos egli mi invit ad andare a
Berlino per le vacanze semestrali dell'universit, proponendomi di abitare e lavorare in casa sua. Mi
accolse con grande cordialit e non mi fece pesare n la mia inesperienza n il fatto che ero uno
sconosciuto. All'improvviso mi trovai in uno dei punti nodali della vita intellettuale berlinese.
Dovunque andasse, Herzfelde mi portava con s, conobbi tutti i suoi amici e innumerevoli altre
persone, qualche volta - magari da Schlichter o da Schwanecke - mi capitava di conoscerne una
dozzina in un colpo solo. Nominer qui soltanto le tre persone che pi mi interessarono: Georges
Grosz, del quale ammiravo i disegni fin dagli anni di Francoforte, quando ancora andavo a scuola;
Isaac Babel', del quale poco tempo prima avevo letto due libri che mi avevano profondamente
impressionato, pi di qualsiasi altro libro della nuova letteratura russa; e infine Brecht, di cui avevo
letto solo qualche poesia, ma di lui si parlava talmente tanto che per forza ero curioso di conoscerlo; a
ci si aggiunga che Brecht era uno dei pochissimi giovani scrittori apprezzati da Karl Kraus. Grosz mi
don il suo album intitolato Ecce homo, di cui era proibita la circolazione, Babel' mi port in giro
ovunque, soprattutto da Aschinger, il posto dove si trovava meglio. Io ero soggiogato dalla loro
franchezza, sia Grosz sia Babel' parlavano apertamente con me di qualsiasi cosa. Brecht aveva subito
capito quanto io ero ingenuo, e poich i miei nobili sentimenti, com' facile immaginare, gli davano
ai nervi, cercava di scandalizzarmi con battute ciniche su se stesso. Immancabilmente, ogni volta che lo
vedevo, diceva su di s qualche cosa che mi lasciava sconvolto. Io sentivo che Babel', al quale pure
avevo ben poco da offrire, mi voleva bene proprio per quella mia innocenza che provocava le battute
ciniche di Brecht. Grosz, che non aveva letto molto, mi chiedeva pi che altro informazioni su dei libri,
e, senza mai darsi arie n fare il prezioso, si lasciava consigliare ogni sorta di letture.
Su questo periodo berlinese ci sarebbero una infinit di cose da dire, e io in verit non sto
dicendo nulla. L'unico aspetto che qui vorrei ricordare  quello del contrasto con Vienna. A Vienna
non conoscevo un solo scrittore, vivevo per conto mio, ma neanche li avrei voluti conoscere, dato che il
loro mondo era messo al bando da Karl Kraus. Allora non sapevo nulla n di Musil n di Broch. Molte,
anzi moltissime cose che allora a Vienna erano tenute in gran conto valevano pochissimo, e soltanto
oggi si riconosce l'importanza di ci che si svilupp in quel periodo quasi a porte chiuse, trascurato e
disprezzato da ogni ufficialit, come per esempio le opere di Berg e di Webern.
E ora, ad un tratto, mi trovavo a Berlino, dove tutto avveniva in pubblico, dove ogni cosa nuova
e interessante subito diventava celebre. Mi muovevo esclusivamente in mezzo a uomini celebri che si
conoscevano tutti tra loro. L'esistenza che conducevano era frenetica, impetuosa. Frequentavano gli
stessi locali, parlavano tutti insieme senza alcun ritegno, si amavano e si odiavano davanti a tutti,
ostentavano il loro modo di essere fin dalle prime frasi, sembrava che fossero sempre sul punto di
azzuffarsi. Mai prima di allora avevo visto riuniti tutti insieme uomini cos complessi e diversi tra loro,
cos agli antipodi, cos bizzarri. Era un gioco da ragazzi capire all'istante chi ci sarebbe andato di
mezzo, e, al contrario che a Vienna, le persone disponibili non mancavano mai. Sentivo il mio essere
espandersi enormemente, e questo mi eccitava, ma anche mi atterriva. Assorbivo in me una tale
quantit di cose nuove che per forza ne ero disorientato. Eppure ero ben deciso a non lasciarmi andare,
e questo mio rifiuto a cedere a un disorientamento comunque inevitabile ebbe conseguenze assai
dolorose.
La cosa pi difficile da accettare per un giovane puritano quale io ero ancora - date le
caratteristiche particolari della mia fanciullezza - era la sessualit nelle sue forme pi crude. A Berlino
vidi molte cose che avevo sempre esecrato. Tutto avveniva ininterrottamente alla presenza degli altri,
l'ostentazione apparteneva al carattere della vita berlinese dell'epoca. Tutto era lecito e tutto si faceva,
e la Vienna di Freud, nella quale si parlava di questo e di quello, appariva, al confronto con Berlino,
una citt di chiacchiere innocue. Mai prima di allora avevo avuto la sensazione di essermi tanto
avvicinato al mondo intero in ogni suo aspetto, e questo mondo, che in tre mesi non ero riuscito a
padroneggiare, mi appariva come un mondo di pazzi.
Eppure quel mondo mi affascinava a tal punto che mi sentii infelice quando, in ottobre, fui
costretto a ritornare a Vienna. Tutto continuava a vivere in me, indistinto e incontrollato, un groviglio
mostruoso. Durante l'inverno portai a termine gli studi universitari e in primavera superai gli esami.
Era un po' come se non sapessi quel che stavo facendo, perch sempre, nel sottofondo, urgeva in me
quel nuovo caos che non si lasciava sopire. Avevo promesso ai miei amici che nell'estate del 1929 sarei
tornato a Berlino. Il secondo soggiorno berlinese, che pure dur circa tre mesi, fu un po' meno febbrile.
Andai ad abitare per conto mio e mi imposi un ritmo di vita pi pacato. Molte di quelle persone le vidi
ancora, ma non tutte. Frequentai altri quartieri di Berlino, andavo nelle bettole da solo, e cos conobbi
persone di tutt'altro genere, operai soprattutto, ma anche borghesi e piccolo-borghesi che non facevano
n gli intellettuali n gli artisti. Insomma, me la presi con calma e cominciai a scrivere varie cose.
Quando questa volta nell'autunno ritornai a Vienna, l'informe groviglio cominci a districarsi.
Con la chimica avevo chiuso per sempre, d'ora in avanti volevo scrivere e basta. La mia sussistenza era
assicurata da alcuni libri di Upton Sinclair che dovevo tradurre per le edizioni Malik. Ero un uomo
libero, e cos seguitai a scrivere i vari saggi che mi stavano a cuore e che gi avevo iniziato prima di
andare a Berlino, insomma i lavori preparatori per il libro sulla massa. Ma dopo il mio ritorno da
Berlino un pensiero occup soprattutto la mia mente e non la lasci pi, il pensiero degli uomini
eccessivi e invasati che avevo conosciuto in quella citt. A Vienna ero tornato a vivere da solo nella
stanza di cui ho parlato sopra. Non frequentavo quasi nessuno e avevo sempre davanti agli occhi, sulla
collina di fronte, lo Steinhof, la citt dei pazzi.
Un giorno mi venne in mente che il mondo non s pu pi raffigurare come nei romanzi di un
tempo, per cos dire dal punto di vista di un unico scrittore, il mondo era andato in pezzi, e solo se si
aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare di esso un'immagine
veritiera. Ma non per questo bisognava accingersi a un libro caotico nel quale nulla fosse pi
comprensibile, al contrario, bisognava escogitare con grandissimo rigore dei personaggi estremi, come
quelli di cui in effetti il mondo era fatto, e questi individui bisognava raffigurarli in tutti i loro eccessi
uno accanto all'altro e ognuno separato dall'altro. Concepii allora il mio piano di una  Comdie
humaine dei folli  e scrissi l'abbozzo di otto romanzi. Tutti ruotavano intorno a una figura al limite
della follia, e ciascuna di queste figure era diversa dalle altre in tutto, perfino nella lingua e nei pensieri
pi reconditi. Ogni personaggio viveva un'esperienza talmente irripetibile che nessun altro avrebbe
potuto condividerla. Nulla doveva essere interscambiabile, non dovevano esistere commistioni di sorta.
Dicevo a me stesso che stavo costruendo otto riflettori coi quali avrei illuminato il mondo dall'esterno.
Per un anno scrissi su queste otto figure alla rinfusa, scegliendo di volta in volta quella che pi mi
attirava. C'era fra loro un fanatico della religione; un visionario della tecnica che viveva rimuginando i
suoi progetti sugli spazi interplanetari; un collezionista; un uomo ossessionato dalla verit; un
dissipatore; un nemico della morte e, infine, un uomo fatto solo per i libri, l'Uomo dei libri.
Alcune parti, brevi purtroppo, di questi stravaganti abbozzi le possiedo tuttora, e, quando
recentemente mi sono messo a leggerle, si  ridestato in me lo slancio di quel tempo e ho capito come
mai quell'anno sia rimasto impresso nella mia memoria come l'anno pi ricco di tutta la mia vita.
All'inizio dell'autunno del 1930, infatti, ci fu un cambiamento. Ad un tratto l'Uomo dei libri assunse
per me una tale importanza che trascurai tutti gli altri abbozzi e mi concentrai soltanto su di lui.
All'anno nel quale mi ero permesso tutto segu un anno di disciplina addirittura ascetica. Ogni mattina,
senza tralasciare un solo giorno, scrivevo un pezzo della storia di  Brand , come ora si chiamava il
mio personaggio. Non avevo un piano ben preciso, ma era un modo di proteggermi dai fervori
dell'anno appena trascorso. Per non lasciarmi trascinare troppo in l, leggevo e rileggevo
continuamente Il rosso e il nero di Stendhal. Volevo procedere passo per passo e mi dicevo che il mio
doveva essere un libro severo, spietato verso me stesso non meno che verso il lettore. Data la mia
profonda ripugnanza per la letteratura viennese che allora era di moda, mi sentivo immune da ogni
amabilit, da qualsiasi compiacenza. Gli autori che a quell'epoca andavano per la maggiore erano
affetti da sentimentalismo melodrammatico, senza contare poi gli squallidi elzeviristi e i chiacchieroni.
Non posso certo affermare che uno solo di questi individui abbia mai significato qualcosa per me, la
loro prosa mi riempiva di disgusto.
Se oggi mi domando da dove io abbia tratto la severit del mio stile di lavoro, il pensiero mi
riporta a influssi quanto mai eterogenei. Stendhal l'ho nominato, senza dubbio fu Stendhal che mi
ancor alla chiarezza. Avevo appena finito di scrivere l'ottavo capitolo di Auto da f, quello che ora 
intitolato  La morte , quando per un caso mi misi a leggere La metamorfosi di Kafka. Una fortuna pi
grande non sarebbe potuta capitarmi in quel momento. Vi trovai, nella sua massima perfezione, proprio
l'opposto dell'irresponsabilit letteraria che tanto odiavo, vi trovai la severit alla quale anelavo. In
quel libro era stato raggiunto qualcosa che io avrei voluto trovare con le mie sole forze. Mi inchinai di
fronte a questo che  il pi fulgido di tutti i modelli, ben sapendo che era irraggiungibile; eppure mi
diede forza.
Sono convinto che anche la familiarit con la chimica, coi processi e le formule della chimica,
sia confluita in questa severit. Cos, a uno sguardo retrospettivo, non posso deprecare in alcun modo i
quattro anni e mezzo che ho trascorso in laboratorio, impegnato in un'attivit che allora mi sembrava
limitante e niente affatto intellettuale. Quel tempo non and perduto, anzi si  rivelato ben speso in
un'insolita disciplina per la mia attivit di scrittore.
Anche l'anno degli abbozzi non and perduto. Poich nello stesso periodo lavoravo ora all'uno
ora all'altro progetto, mi ero abituato a muovermi contemporaneamente, saltando dall'uno all'altro, in
mondi diversi, che nulla avevano in comune tra loro, separati in tutto, perfino nei minimi elementi della
loro lingua. Ebbene, questo esercizio giov moltissimo alla rigorosa separazione dei personaggi di Auto
da f. La separazione tra i diversi romanzi si trasform in separazione all'interno di un unico libro.
Bench dunque la materia di quegli abbozzi sia rimasta quasi del tutto inutilizzata, si  formato, a
partire da essi, il metodo usato in A uto da f. E perfino tutto ci che in quegli otto romanzi non  stato
scritto, la linfa segreta della  Comdie humaine dei folli ,  confluita in A uto da f.
Provavo soddisfazione per il fatto che il mio lavoro procedeva ogni giorno, che non mi
abbandonava la voglia di continuarlo e non sentivo mai il desiderio di smettere, eppure soffrivo, mi
tormentava la realt concreta delle mie frasi non appena le mettevo sulla carta. La crudelt di un uomo
che si impone una verit ferisce lui stesso pi di chiunque altro, fa male allo scrittore cento volte di pi
che al lettore. In alcuni momenti questa vulnerabilit sembr volermi persuadere - contro ogni pi
lucida convinzione contraria - a concludere bruscamente il romanzo. Se non cedetti mai a questa
tentazione lo devo anche alle riproduzioni della pala di Isenheim che nella mia stanza avevano
sostituito gli affreschi della Cappella Sistina. Mi vergognavo di fronte a Grnewald che aveva
intrapreso quell'opera di immensa difficolt lavorandovi ininterrottamente per quattro anni. Oggi quei
miei pensieri mi sembrano ridicolmente tronfi. Ma il culto per le cose veramente grandi, quando
diventa troppo intimo, sempre sconfina nell'arroganza. A quell'epoca i particolari della pala di
Grnewald che vedevo di continuo intorno a me rappresentarono un indispensabile incitamento.
Dopo un anno, nell'ottobre del 1931, il romanzo era finito. Come gi sappiamo, Brand nel corso
del lavoro aveva cambiato nome, adesso si chiamava Kant. Ma io ero perplesso a causa dell'omonimia
con il filosofo e sapevo che anche quel nome non gli sarebbe rimasto.
Perci anche il titolo del manoscritto,  Kant prende fuoco , era un titolo provvisorio.
Il romanzo ha conservato in ogni particolare la forma che aveva allora. Tranne il titolo e il nome
del sinologo nulla in esso  stato mutato. Feci rilegare in tela ciascuna delle tre parti in cui il romanzo 
diviso e mandai a Thomas Mann i tre pesanti volumi in un enorme pacco. Certamente, aprendolo, egli
deve aver avuto l'impressione che si trattasse di una trilogia. La mia lettera di accompagnamento
esordiva in un tono solenne e altezzoso.  quasi incredibile, eppure ero convinto che inviandogli quel
pacco gli facevo un onore. Ero sicuro che non appena egli avesse aperto uno dei volumi, avrebbe
continuato a leggerlo senza pi riuscire a fermarsi. Dopo pochi giorni i tre volumi tornarono indietro
senza essere stati letti, Thomas Mann si scusava dicendo che le sue forze non erano sufficienti
all'impresa. Avevo la convinzione incrollabile di aver scritto un libro veramente singolare e da cosa
traessi questo convincimento  rimasto per me un mistero fino ad oggi. Come reazione al fatto di essere
stato cos ignominiosamente rifiutato, decisi di lasciare il manoscritto in un cassetto e di non farne
nulla.
Mantenni il mio proposito con coerenza per parecchio tempo, ma poi, in qualche occasione, mi
lasciai intenerire. Attraverso varie letture di alcuni brani del mio manoscritto, uscii sempre pi
dall'isolamento della mia vita viennese. Lessi Musil e Broch, rimasi profondamente impressionato
dalle loro opere, poi li conobbi entrambi di persona. Ebbi altri incontri che significarono molto per me :
Alban Berg, Georg Merkel e Fritz Wotruba. Per loro e per qualcun altro il mio libro c'era, anche se
ufficialmente ancora non esisteva. Soltanto davanti a questi uomini, le vere figure di Vienna, mi
importava di superare la prova, e alcuni di essi diventarono miei buoni amici. Per quattro anni non si
trov un solo editore che osasse pubblicare il mio romanzo, ma non per questo mi sentii umiliato.
Ogni tanto, ma piuttosto di rado, cedevo all'insistenza di qualche amico e presentavo il
manoscritto a un editore. Ricevetti varie lettere nelle quali mi venivano illustrati i rischi di una simile
pubblicazione, quasi sempre per furono lettere piene di rispetto. Soltanto Peter Suhrkamp mi fece
intendere con molta chiarezza la sua profonda avversione per il romanzo. Ognuno di questi rifiuti
rafforzava il mio convincimento che il libro in futuro sarebbe vissuto. Quando, nel 1935, finalmente
stava per uscire, Broch insistette con una caparbiet in lui insolita per farmi rinunciare al nome Kant.
Era un passo che avevo sempre pensato di fare, ma ora finalmente lo feci. Il protagonista si chiam
Kien, la sua infiammabilit riflu in parte nel nuovo nome.** Col nome Kant scomparve anche il titolo
 Kant prende fuoco  e cos decisi il nuovo e definitivo titolo Die Blendung.
Forse non dovrei sottacere il fatto che ora Thomas Mann lesse subito il libro. Scrisse che fra
tutti i libri dell'anno il mio Auto da f e l'Henri Quatre di suo fratello Heinrich erano quelli che pi lo
avevano interessato. La sua lettera, che conteneva qualche osservazione intelligente e molte frasi
lusinghiere, suscit in me sentimenti contrastanti; soltanto dopo averla letta seppi quanto era stata
insensata la ferita che quattro anni prima egli mi aveva inferto con il suo rifiuto.
1973
* Col titolo Die Blendung (Abbagliamento) il libro apparve a Vienna nel 1935 presso l'editore
Herbert Reichner. Fu tradotto in inglese nel 1946 per l'editore Jonathan Cape di Londra e in
quell'occasione l'autore scelse il titolo Auto da f. Nel 1947 usc a New York presso Knopf con il titolo
The Tower of Babel. Quando, nel 1967, fu tradotto in italiano per l'editore Garzanti, Canetti stesso
espresse il desiderio che il titolo Auto da f fosse usato anche nell'edizione italiana. Con questo stesso
titolo  ora disponibile nella  Biblioteca Adelphi  (N.d.T.).
**  Kien  significa legno resinoso (di pino) (N.d.T.).
IL NUOVO KARL KRAUS
Conferenza tenuta  Accademia berlinese delle belle arti 
Traduzione di Renata Colorni
 Dal censimento risulta che Vienna ha 2.030.834 abitanti. Cio 2.030.833 anime e me. Non
esiste dichiarazione di Karl Kraus che meglio definisca la sua posizione e la sua essenza di questa
glossa costituita da un'unica scarna proposizione. Si tratta di un censimento, del censimento di Vienna
che indica la presenza nella citt di tante e tante anime, laddove questa parola significa il contrario di
ci che originariamente e ancor oggi viene designato con la parola  anima. Il plurale rimanda alle
anime morte di Gogol', trattandosi appunto di anime che non sono pi tali. Il loro numero  cos grande
che ad esse  disdetta la vita. A tutte insieme si contrappone un singolo individuo, che si chiama io, e
proprio questo io le controbilancia, il suo peso e il suo valore sono pi grandi del peso e del valore di
tutti gli abitanti di Vienna messi insieme.
Mai una simile pretesa  stata avanzata con questa secchezza, e direi che sia una fortuna
disporre di una formulazione che non potrebbe essere pi concisa.  la stessa pretesa che sta dietro alle
30.000 pagine della  Fackel , a cui la vita non fa certo difetto, malgrado il linguaggio corazzato. Essa
significa che il singolo pu accettare la sfida di milioni di uomini, implica l'intenzione assassina di
questo singolo il quale si sente di affrontare tutti i cittadini di una metropoli, nel loro insieme e uno per
uno, ed  importante che questa citt sia chiamata per nome: Vienna.
Il fascicolo della  Fackel  in cui si trova questa glossa cos poco appariscente  datato 26
gennaio 1911. Vista a posteriori, si tratta di un'epoca relativamente innocua, e a qualcuno potr
sembrare incongruo che io attribuisca all'autore di questa semplice proposizione un intento assassino.
Di primo acchito sembra che egli non esprima nulla di pi che una propensione alla separatezza. 
insopportabile entrare nel conteggio di un censimento come un semplice numero. Quanto pi grande 
la cifra totale, tanto pi l'individuo che ne viene a conoscenza - essendo uno che respira, vive, legge,
giudica e odia - sente la propria inconfrontabile diversit rispetto a tutti coloro che sono entrati in quel
conteggio come puri numeri. Apparentemente in questa contrapposizione non si esprime altro che
questo, e bisogna essere stati personalmente contagiati da Karl Kraus e conoscere molto bene le sue
opere da anni e anni per subodorare qualche cosa di pi. La diffidenza era da lui considerata la virt
suprema, cominci a scrivere la  Fackel  con l'idea di scrutare ogni cosa con estrema spietatezza, il
che in effetti riusc a fare come nessun altro durante i trentasei anni di vita della rivista. Molti ne furono
contagiati, e alcuni probabilmente hanno elaborato grazie a lui una loro originale modalit di scrutare le
cose alla quale sono poi rimasti fedeli - come lui alla sua - per un tempo non meno lungo.
Kraus non pu dunque evitare di essere a sua volta scrutato a fondo, e deve accettare di
diventare l'oggetto di quella stessa spietata attenzione da lui esercitata per tutta la vita con
incomparabile maestria. Quanto a me, insisto nel subodorare in quella scarna glossa un'intenzione
assassina che si dirige contro tut-ta la popolazione statisticamente accertata di Vienna, e a supporto
della mia tesi cito qui alcune delle molte proposizioni da lui scritte nel 1911, o ancora prima.
La parola d'ordine che la  Fackel  si  scelta nel suo primo numero non  un tonante  Ci
che facciamo , ma un onesto  Ci che facciamo fuori , e questo potremmo ancora ricondurlo al
gusto del gioco di parole 1 a cui non  il caso di attribuire un significato eccessivo. Ma sfogliando vari
numeri della Fackel, ci si imbatte in frasi come queste:
 Quando crepa davanti ai miei occhi, mi sbeffeggia per la piccolezza dei miei trofei . E la
pagina dopo :  Che volete che mi importi di quello che succede? Qualunque sia la forma del sasso che
cade, la vista della materia cerebrale austriaca che schizza in alto  l'unica cosa che ancora mi induce a
pagare una tassa di successione in questo Stato . Cos troviamo scritto nella rivista dell'estate 1907.
Gli attacchi a Kerr dell'anno 1911 sono preceduti, in quattro numeri successivi della  Fackel ,
dalle seguenti epigrafi:  Il piccolo Pan  morto .  Il piccolo Pan rantola ancora .  Il piccolo Pan
gi puzza .  Il piccolo Pan puzza ancora . E troviamo inoltre frasi di questo genere :  Infatti, mentre
altri polemisti si fanno voler bene perch il fiato gli manca, io sono stimolato continuamente a nuove
polemiche dalla sopravvivenza dei miei oggetti. Sappiate che perseguito i grandi fino al regno delle
ombre, e neanche allora li lascio in pace .   mio destino che la gente che voglio far fuori mi muoia
tra le braccia. Se n' andato, e a me non resta altro da fare che comporlo nella bara .
Non credo affatto di falsificare la figura di Kraus se in cima a queste considerazioni che lo
riguardano metto in risalto le sue voglie assassine. Ci che mi propongo di scrivere non  un trattato
morale. Voglio solo tentare di coglierlo com'era veramente. Tuttavia, per evitare qualsiasi malinteso e
per non suscitare un'immagine falsa nei suoi detrattori - che non sono mai mancati - dir subito che
ritengo Kraus il pi grande scrittore satirico di lingua tedesca, l'unico nella letteratura di questa lingua
che si abbia diritto di nominare accanto ad Aristofane, Giovenale, Quevedo, Swift e Gogol'.  un
numero assai esiguo di nomi. Potremmo aggiungervi Ben Jonson e Nestroy. Rimane comunque una
piccola lista che chiaramente non abbraccia tutti gli autori che appartengono a un genere letterario in
senso stretto. Ci che essi hanno in comune  una sostanza del tutto peculiare, che io chiamerei la
sostanza assassina. Si rivolgono contro gruppi interi di esseri umani, aggredendo per anche i singoli, e
il loro odio  tale che in altre circostanze, se non fossero capaci di scrivere, certo porterebbe
all'assassinio. Non sempre conosciamo per nome le loro vittime, ma tra esse figurano alcuni grandi
spiriti come Socrate o Euripide, che per noi significano ancora qualche cosa e che potrebbero
testimoniare sulla furia degli attacchi che hanno subito.
Il caso di Karl Kraus  veramente peculiare perch in questo modo si riesce a cogliere l'essenza
di tutta la sua immensa opera. Possiamo aprire a caso uno qualunque dei suoi testi, e sempre lo
troveremo grondante della voglia insaziabile dell'attacco. Per quanto insignificanti possano sembrarci
molti dei pretesti e degli oggetti dei suoi attacchi, ci  comunque possibile dare di essi una spiegazione
esauriente. Non li sentiamo affatto troppo lontani nel tempo, non esistono solamente sulle pagine della
Fackel. Molte delle vittime di Kraus sono defunte, ma fino a poco fa erano in vita, e altre lo sono
tuttora. Io stesso ne ho conosciute parecchie e le ho continuamente confrontate coi personaggi che ad
esse corrispondono nell'opera di Kraus. Un fascino inesauribile emanava da questi paragoni, e da essi
ho potuto imparare un'infinit di cose sul processo della satira.
Ci che oggi infastidisce spesso i lettori della  Fackel  e rende insopportabile la lettura di
lunghi brani di questa rivista  l'indiscriminata uniformit degli attacchi. Tutto viene detto con la stessa
energia, tutto assume la stessa importanza essendo coinvolto nello stesso linguaggio, ci si accorge che
ci che conta  sempre e soltanto l'attacco in s, la superiorit delle forze viene esibita anche quando
non sarebbe necessaria, la vittima soccombe sotto i colpi ininterrotti, scompare del tutto, ma la lotta si
protrae per molto tempo ancora.
In effetti le vittorie ci appaiono oggi sospette. Nel nostro secolo sono state riportate
numerosissime vittorie, ma cos dispendiose, inutili e insensate che la maggior parte della gente, e non
solo chi  in grado di rifletterci sopra, di fronte a una nuova vittoria  colta da un senso di nausea che
forse in passato non si conosceva. Perfino i gesti che indicano vittoria suscitano il nostro disgusto: c'
qualcosa che sta mutando profondamente negli automatismi di reazione alla vittoria elaborati nel corso
di tutta la storia umana che noi conosciamo.
Cos, anche in presenza di coloro che si sono stabilmente affermati nel campo intellettuale, in
presenza degli uomini abituati ad aggredire e a lottare continuamente perch devono vincere per forza e
non possono far altro che dimostrare in ogni momento la loro superiorit, noi in realt non ci sentiamo
a nostro agio, quegli uomini ci sembrano fastidiosi e tendiamo a sfuggirli. Parecchie persone per questo
motivo non vogliono avere nulla a che fare con Karl Kraus e direi che tra i suoi denigratori sono i pi
degni. Ma essi trascurano un elemento decisivo: nessuno al mondo, letteralmente nessuno si 
adoperato come Kraus per diffondere il loro stesso modo di pensare.
Kraus  stato l'unico, in effetti, che ha violentemente osteggiato, dall'inizio alla fine e in ogni
sua particolarit, la Prima guerra mondiale, nel corso della quale i vincitori di ogni parte sono stati
messi su un piedistallo. Ed egli non lo ha fatto sul piano teoretico, non mancavano persone che
concepivano per la guerra un assoluto rifiuto intellettuale, e neanche si pu dire che egli abbia
sostenuto una posizione di partito. Erano cos importanti questi partiti e cos incommensurabili le
conseguenze dei loro atteggiamenti, ammesso che fossero dotati di una qualche coerenza, che Kraus la
sua battaglia l'ha condotta veramente da solo, e anche se di l a breve molte delle anime - pi di due
milioni - conteggiate in quel censimento viennese nutrirono probabilmente i suoi stessi sentimenti, egli
ha davvero affrontato ogni singolo fenomeno della guerra, non c' una voce che Kraus abbia lasciato
perdere, era invasato da ogni specifico accento della guerra e lo riproduceva con forza stringente. Certe
cose che in quel caso minimizzava con un intento satirico, risultavano in effetti efficacissime, e altre
cose le esagerava con una tale pregnanza che solo in questa forma esagerata acquistavano una vera
consistenza e diventavano memorabili. La guerra mondiale  entrata completamente negli Ultimi giorni
dell'umanit, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto,
questo  il punto pi importante, senza assuefazione. Tutto ci che nella guerra si ripeteva conservava
la propria atrocit in ciascuna delle ripetizioni di Kraus. Si rimane sbalorditi che un odio di tale
intensit sia mai potuto esistere, quest'odio era davvero all'altezza della guerra mondiale e in lui si
accan con furia visibile senza mai abbandonarlo nel corso di quattro anni.
Paragonato all'odio di Kraus, debole era l'odio dei combattenti stessi che si accanivano contro
un nemico che a loro veniva imposto e dipinto ogni giorno con tinte assolutamente false. Si scagliavano
gli uni contro gli altri, ma avevano la stessa mentalit, incombeva su di essi infatti una doppia minaccia
di morte, quella del nemico, coinvolto nella guerra esattamente come loro, e quella dei loro stessi
superiori. Karl Kraus invece portava da solo il peso di un odio vulcanico, nei quattordici anni di vita
della Fackel egli questo odio lo aveva esercitato in grandi, piccole e minuscole azioni che gli
avevano insegnato tutto ci che ora gli giungeva a proposito. Aveva predisposto, in quell'epoca, un
ricco arsenale di armi di ogni genere, pur non potendo ancora immaginare a che cosa in seguito gli
sarebbero servite; le sue esercitazioni le troviamo tutte quante nella  Fackel , ma non per questo
dobbiamo ritenere che ognuna di esse sia una battaglia sacrosanta; ce ne sono alcune veramente
ammirevoli, come ad esempio la liquidazione di Maximilian Harden o il saggio stupendo su Nestroy e
la posterit, altre invece sono mal riuscite o noiose. Nell'insieme comunque si rivelarono utilissime
all'impresa che sempre sar considerata la sua vera opera, quella per la quale egli viene annoverato tra i
pochissimi grandi autori dell'umanit che hanno scritto delle satire micidiali.
Il compito che oggi mi sono proposto non  di persuadervi della grandezza di quest'opera.
Certamente in proposito ci sarebbero da dire un'infinit di cose, ma quasi non riesco a credere che uno
solo di voi, ammesso che l'abbia affrontata, non ne sia rimasto soggiogato. Ben difficilmente qualcuno
potrebbe azzardarsi a scrivere un'introduzione agli Ultimi giorni dell'umanit. Sarebbe non solo
arrogante, ma superflua. Quell'introduzione la porta dentro di s chiunque sia nato in questo secolo e
dunque sia stato condannato a viverci. Il mostruoso secondamento della Prima guerra mondiale, cio il
movimento che ha portato all'ultima guerra, nonch l'esito di questa, stanno ancora davanti agli occhi
di noi tutti, che sappiamo bene con quale minaccia essa sia finita.  una minaccia entrata
nell'immagine del futuro nel quale, per la prima volta, siamo incastrati tutti insieme. Non  pi
possibile essere ciechi su questo. Non intendo tediarvi ripetendo ci che ho gi detto riguardo al futuro
che per noi si  scisso.2 Chi nutre ancora la speranza - e non saprei chi non dovrebbe nutrirla - che
forse riusciremo a sottrarci alla met scura di questo futuro, quella che minaccia di annientarci, per
volgerci a quell'altra, la met chiara della vita comoda, la quale ha le stesse possibilit della prima e in
pi dalla sua la massima desiderabilit, chi nutre questa speranza sa anche che la cosa pi importante di
tutte  la conoscenza di noi stessi, e che di questa conoscenza sono capaci uomini simili a noi sotto ogni
aspetto. Tale conoscenza non sar mai abbastanza completa, n abbastanza radicale.
Ci sono due modi di leggere Gli ultimi giorni dell'umanit: come tremenda introduzione ai veri
ultimi giorni che ci stanno davanti, ma anche come quadro d'insieme di ci che dobbiamo evitare se
non vogliamo che agli ultimi giorni si giunga davvero. La cosa migliore sarebbe che trovassimo la
forza di vivere quest'opera in maniera diversa a seconda delle circostanze, leggendola ora in un modo,
ora nell'altro.
Ma comunque quest'opera venga vissuta, finora  rimasto un mistero come si sia giunti a
poterla scrivere.  facile dire di uno che l'odio che reca in s ha la potenza di un vulcano, soprattutto se
a dire questo  stato lui stesso. Ma che cosa lo ha indotto ad alimentare un simile odio per quattro anni,
un odio straordinariamente complesso che ora non si dirige pi, come nelle precedenti satire della 
Fackel , volta a volta contro un nemico singolo o contro un fatto che egli ritiene mostruoso? Com'
possibile che un uomo per quattro anni interi diventi la voce di centinaia e centinaia di voci che nella
loro infamia recano in s la propria condanna, com' possibile sopportare un numero cos sterminato di
orrori? Io sono andato a sentire cento letture pubbliche di Karl Kraus : per nove anni ho lasciato agire
su di me ogni parola detta o scritta da lui, per cinque di quegli anni senza resistenza alcuna, per quattro
con atteggiamento sempre pi critico; eppure non ho mai capito chi lui fosse veramente, Kraus 
rimasto per me il pi incomprensibile di tutti gli uomini, nell'epoca in cui ero soggiogato da lui e cos
pure nel periodo dei miei primi dubbi coglievo il suo influsso su di me e sugli altri, ma chi lui fosse e
come facesse a resistere rimase sempre un insolubile enigma.
La chiave di accesso a Karl Kraus  stata trovata recentemente, un nuovo Karl Kraus esiste in
effetti da quando sono state pubblicate le sue lettere a Sidonie Ndhern,3 ed  di questo Kraus che
oggi desidero parlarvi. Per prima cosa vorrei dichiarare il mio debito di riconoscenza nei confronti dei
veri curatori di queste lettere, Walter Methlagl e Friedrich Pffflin, che hanno svolto un lavoro molto
difficile. Le delucidazioni di Friedrich Pffflin, che riempiono quasi interamente il secondo volume, si
distinguono per scrupolosit e delicatezza. Senza di esse una vera comprensione del primo volume
risulterebbe impossibile, e bisogna aver vissuto a lungo con le lettere a Sidonie per apprezzare l'alto
valore di questa impresa editoriale.
L'8 settembre 1913, nel Caff Imperiai Karl Kraus fu presentato a Sidonie da un cugino di lei, il
conte Max Thun. Su questo primo incontro Kraus non ha scritto praticamente nulla, tanto pi grati
siamo dunque a Pffflin che ha citato un passo dal diario di Sidonie di qualche giorno dopo. Si tratta di
poche frasi staccate, dalle quali per tralucono molte cose sull'intensit di quel primo incontro.
Parlarono degli autori pi rinomati della letteratura di allora. Con un certo stupore leggiamo di un
influsso di Sidonie sulle poesie di Rilke. Si trattava forse di un complimento esagerato di Kraus, ma
subito dopo c' la frase:  Per Lei non va bene. Adesso mi metto io al lavoro .
In quella stessa notte andarono insieme al Prater.  Fiacre, viale del Prater, stelle che scivolano
  scritto nel diario di Sidonie. Kraus parl della voce di lei, lamentevole, chiara ma quasi
impercettibile, assente. Dei suoi occhi che guardavano un punto lontano. Magari fosse stato l dove lei
dirigeva il suo sguardo! Gi prima, durante uno spuntino notturno nel bar di un albergo, lei gli aveva
parlato del deserto in cui ora viveva. Dalla morte del suo fratello prediletto Johannes erano passati
solamente tre mesi. Si era suicidato durante un viaggio a Monaco. Lei non riusciva a darsi pace, i
genitori erano morti gi da tempo e Johannes, di un anno maggiore di lei, era stato la persona pi
importante della sua vita. Aveva ventinove anni quando si era ucciso. Ormai le era rimasto soltanto
Karl, il fratello gemello con cui viveva a Janowitz. Da quello che di lei si sapr in seguito, si pu
pensare che Sidonie si fosse come raggelata nella sua pena: ogni sentimento si dissecca, tutto appare
privo di senso, niente pu pi commuovere dopo una morte cos atroce e improvvisa. Per questo la vita
le appariva un deserto. Kraus, dotato com'era di una speciale sensibilit per la morte (a diciassette anni
era stato inconsolabile per la scomparsa della madre, e in seguito per quella di Annie Kalmar, la
giovane di ventidue anni per la quale aveva un'adorazione simile a quella di Sidonie per il fratello
Johannes), sconvolto dal dolore di lei dilatatosi tutt'intorno come un deserto, ma anche dalla sua
bellezza, pervaso da piet e ammirazione, decise, con quella fulmineit che ha sempre caratterizzato le
sue reazioni pi importanti, di condurla per mano fuori dal deserto. L'intensit con cui Kraus la guard
e la comprese, il modo in cui si atteggi verso il morto che lei recava in s, con tatto e rispetto, come se
lo avesse conosciuto di persona e sapesse quanto egli meritasse un lutto cos profondo, la fermezza del
suo comportamento, la veemenza e l'accortezza con cui la circond di un'ammirazione a cui nulla
sfuggiva - tutto questo soggiog Sidonie, che sent, con la stessa sicurezza di lui, di aver incontrato
l'essere umano di cui pi aveva bisogno.
Durante la rapida corsa notturna attraverso il Prater, Kraus, parlando a Sidonie, le dice alcune
cose su di lei vagamente sonnamboliche : che lei ha bisogno di libert, di viaggi, di movimento. 
Capisce la mia natura   il commento di Sidonie. Ci che in seguito gli avrebbe procurato i pi gravi
tormenti, lo ammette lui stesso dinanzi a lei in quelle prime ore. Ma sempre durante quella corsa,
Sidonie gli disse una frase che allora non annot, e che troviamo in una lettera di Kraus otto anni pi
tardi. Gli disse: Mi accompagni!  intendendo con queste parole che lui poteva accompagnarla nella
libert. Era l'unico invito che lei gli aveva rivolto in tutti quegli anni, l'unica volont attiva che aveva
manifestato.
Alla fine di novembre egli si rec a farle visita per la prima volta a Janowitz, un castello situato
in un parco stupendo con alberi secolari, tra cui un pioppo di cinquecento anni che lo colp in modo
particolare. L viveva Sidonie, la signora degli animali, con cavalli, cani, cigni e usignoli. A chi volesse
farsi un'idea dell'impressione che suscitava Sidonie quando dava il benvenuto a un ospite in visita a
Janowitz, consiglio di leggere la lettera scritta da Rilke 4 sette anni prima, dopo aver visitato il castello.
L'impressione di Kraus fu diversa, pi sbalordita e sconvolta, quella visione fu per lui una specie di
antitesi paradisiaca rispetto al mondo esecrabile che notte dopo notte andava rovistando e fustigando;
ma ci non toglie nulla al valore della descrizione di Rilke. Giacch anch'essa testimonia che quello
non era un castello qualsiasi, n un parco qualsiasi, e che coloro che dimoravano in quel luogo non
erano persone qualsiasi. Anche Rilke sent l'unit tra il parco e colei che lo abitava e ne fu colpito pi
profondamente di quanto non os ammettere dinanzi ad alcune tra le sue pi influenti benefattrici. Il
carteggio che per vent'anni intrattenne con Sidonie fu indirizzato a Janowitz oltre che a lei, Rilke
amava pensare a quel luogo come a un'eventuale ultimo rifugio, che per non volle pi utilizzare da
quando seppe che vi era giunto Karl Kraus.
Gli ultimi giorni di dicembre del 1913 e i primi di gennaio del 1914 Karl Kraus li pass di
nuovo a Janowitz. Egli si sente empaticamente coinvolto dalla signora, come pure dal luogo e da quelli
che vi abitano. Entrano nel centro del suo essere, tutto ci che succede d'ora in avanti lo riferir a loro,
Janowitz diventa un luogo di fede, il saldo polo della sua esistenza. Qui tutto  buono e perfetto, nulla 
stato guastato. Non c' niente, qui, da scrutare a fondo, tutto  come appare, ma innalzato e
trasfigurato. Nel mondo di Karl Kraus non c' mai nulla che possa dirsi indifferente. Tra ci che 
esecrabile e ci che  elevato non c' via di mezzo. Kraus ignora completamente le cose scialbe e
medie di cui  fatto il mondo della maggior parte degli uomini, la materia vitale di cui egli si appropria
con piglio selvaggio non contiene mai nulla che sia indifferente.  Ti ricordi ancora come vedo io? 
scrive in una lettera, e allude al proprio sguardo a cui  stato concesso di cogliere le cose per sempre. 
uno sguardo, quello di Kraus, a cui non sfugge nulla, che significa altres una decisione, implica
adorazione o condanna, e poich perlopi si tratta di condanna, l'anelito all'adorazione diventa il suo
destino.
Ma poich ogni condanna  movimento, un continuo tuffarsi negli abissi dell'inferno - sempre
di pi Kraus sente il bisogno della pace, della inviolabilit e della imperturbabilit di ci che qui, nel
castello di Janowitz, si presenta dinanzi ai suoi occhi.
Sidonie non  sola a Janowitz, vive col suo fratello gemello Karl, che figura nelle lettere come
Charley. Lei gli  molto legata, Karl  l'unico parente stretto che le sia rimasto. Ma Sidonie vive anche
sotto una sorta di tutela,  una giovane donna ed  compito del fratello vigilare su di lei.  stato deciso
da molto tempo che Sidonie dovr fare un matrimonio adeguato al suo rango, un avvenire del genere
sembra ovvio anche a lei, e infatti nel suo diario ne parla spesso. Il fratello incarna questo aspetto
convenzionale dell'indole di Sidonie, la quale, bench abbia un grande bisogno di libert, non contesta
il diritto del fratello e di buon grado si sottomette alla sua tutela. La vera natura della sua relazione con
Karl Kraus dev'essere tenuta segreta.
 un segreto difficile da tutelare. Quando  in visita al castello, di notte, mentre il fratello di
Sidonie e i domestici dormono, Kraus s'infila furtivamente nella stanza di lei. Talvolta, sempre di
notte, vanno invece a passeggio nel parco, c' un prato che egli ama particolarmente, quel prato diventa
la parola chiave delle sue lettere e compare anche nelle sue poesie. Nel corso dell'inverno Sidi 
sopraffatta dall'amore per Kraus e lo nomina spesso nelle sue lettere a Rilke. Le sembra naturale
cercare presso uno scrittore comprensione per un altro scrittore, come se l'alleanza di questi due grandi
spiriti potesse darle la forza di sfidare i pregiudizi del suo ceto. Non  escluso che in questo periodo
Sidonie si sia baloccata con l'idea di rendere ufficiale la sua relazione con Kraus. Rilke, che gode della
fiducia di lei perch, pur essendole devotissimo, si  sempre tenuto a una certa distanza, subodora il
pericolo e si dimostra il nemico pi efficace di Karl Kraus. Nella sua discussa lettera del febbraio 1914,
egli la mette in guardia da un legame troppo stretto con Kraus. Con guardinga prolissit -  una delle
sue lettere pi lunghe - e senza mai adoperare la parola  ebreo , le insinua l'idea che Karl Kraus per
sua natura sar sempre un estraneo per lei.  una lettera imbarazzante, soprattutto per la cautela che si
nasconde dietro a quelle allusioni cos ben calibrate. Ci si accorge inoltre che la preoccupazione
manifestata per Sidi in realt ne dissimula un'altra, cio la preoccupazione per Janowitz: Rilke
vorrebbe conservare Janowitz per s come luogo in cui potersi rifugiare, e dunque desidera preservarlo
da altri pi potenti influssi.
Comunque, giustizia vuole che si rammenti che anche Kraus, sia pure nella sua maniera, che era
pi onesta, aveva aperto le ostilit contro il rivale gi la sera del suo primo incontro con Sidi. Quando il
discorso era caduto su Rilke, Kraus le aveva detto: Per Lei non va bene. Adesso mi metto io al
lavoro. Queste parole, da noi gi citate, si trovano nel diario di Sidi, e anche se si pu dubitare che
riproducano esattamente quelle di Kraus, certamente ne colgono il senso. Esistono indizi sicuri che la
messa in guardia di Rilke sort l'effetto voluto, il tono delle lettere di Sidonie a Karl Kraus sub un lieve
mutamento, ed egli se ne accorse, pur senza sapere nulla dell'attacco di Rilke. Certamente da allora in
poi Sidi non pens mai pi a un matrimonio con Kraus. Tanto pi importante divent dunque per
entrambi tutelare il segreto del loro amore. La vigilanza di Kraus  stupefacente. Il suo sospetto, puT
risparmiando Sidi, si dirige contro chiunque entra in rapporto con lei; sulle dichiarazioni che vengono
fatte su Sidi in sua presenza, ma anche su quelle che gli vengono riferite da qualcun altro, egli si scaglia
con lo stesso odio annientatore che riserva alle vicende pubbliche.
Poich vivono separati la maggior parte del tempo, va subito messa in rilievo la grande
eccitazione con cui Kraus aspetta le lettere di Sidi.  Ho passato la giornata di ieri ad aspettare. A stare
in ascolto sperando di sentire un telegramma cadere nella cassetta. Pi di venti volte sono corso sul
pianerottolo perch pensavo di aver sentito sbattere lo sportello . Egli accoglie le sue lettere
acusticamente: le sente cadere nella cassetta della posta.
La dipendenza dalle lettere di lei acuita all'estremo  uno dei pochi tratti di questa
corrispondenza che rammenta il rapporto di Kafka con Felice. Le aspettative di Kraus, come quelle di
Kafka, sono spesso deluse, ed egli, allora, pretende di nuovo delle lettere da lei influenzandola con
grande energia e addirittura tiranneggiandola pur di ottenere quello che desidera. Queste sue richieste
sono in notevole contrasto con il tono solitamente adorante delle sue lettere.
La necessit che questo amore rimanga un segreto per tutti, ma soprattutto per Charley, il
fratello gemello di Sidi, crea spesso situazioni mortificanti per Kraus, il quale per le accetta di buon
grado per amore di lei. Sidi da parte sua deve trovare un motivo plausibile per recarsi a Vienna in visita
da lui. Il loro amore diventa spesso impossibile a causa di questi condizionamenti che accrescono la
passione di Kraus. Siccome Sidi detta legge, essendo lei sola al corrente di come stanno esattamente le
cose a Janowitz, la padrona rimane lei. Ma poich spiritualmente il dominio di Kraus seguita a essere
incontrastato, questa opprimente sudditanza sul piano pratico lo fa soffrire ancora di pi.
Fin dall'inizio egli la invita ad assistere alle sue pubbliche letture, sperando con ci di attirarla a
Vienna. Nella sala ha una sedia riservata in seconda fila, a cui Kraus volge lo sguardo anche se lei non
 potuta venire. Quando ha in mente qualche progetto, glielo comunica con molto anticipo e dice che
durante le letture  lei la persona pi importante, come se contasse addirittura pi di lui che dovr
tenerle. Sidi gode dei suoi trionfi, che egli in effetti le consacra. Se lei non  potuta venire a una lettura
per qualche impedimento o perch si trova in viaggio in un paese lontano, lui le riferisce come si 
svolta. In tal modo veniamo a sapere molte cose sul significato che le letture hanno per lui. La seriet
con cui egli le prepara, la cura e lo scrupolo con cui volta a volta ne mette a punto il programma,
l'ebbrezza che prova quando hanno successo - di queste e di molte altre cose si trovano nelle lettere
testimonianze di inestimabile valore; varrebbe la pena di leggerle non foss'altro che per questo. Capita
perfino -ci che sembra incredibile a tutti quelli che lo hanno udito - che alla sola idea che lei non possa
venire, egli sia colto da una certa titubanza. Talvolta insiste, e dice che almeno prima della lettura vuole
vederla.  Sabato sera, domenica a mezzogiorno e lunedi sera dovr stare di fronte a della gente.
Ovviamente  del tutto escluso che io possa farlo se prima non ti avr vista .
Kraus, quando  in pubblico, non si prende mai in giro. Nella sua opera non si trova una sola
frase che egli rivolga contro se stesso. Kraus attacca, si aspetta che altri lo attacchino e si difende. Si
accorge se nella sua corazza c' una piccola fenditura, e subito la tappa. Nulla pu succedergli e nulla
in effetti gli succede. Gi solo per questo motivo  affascinante vederlo l dove  debole e dove si
concede la propria debolezza: appunto in queste lettere.
Lei non lo invitava a Janowitz con la frequenza che lui avrebbe desiderato, e cos Kraus concep
il sospetto che lei qualche volta, anche quando il fratello era in viaggio, preferisse rimanere al castello
da sola. Ma quando poco dopo si risvegli in lei l'antica voglia di viaggiare, egli corse un pericolo
ancora pi grande. Il conte Guicciardini di Firenze, un amico di Sidonie che lei aveva conosciuto un
anno prima di Kraus, le manifest il desiderio di incontrarla a Venezia per la Pentecoste. Lei disse di s
senza esitare, bench avesse promesso a Kraus di passare quei giorni con lui in una localit nei pressi di
Vienna.  Perch fai questo?  le scrisse lui ferito.  Forse un giorno sar io a partire per chiss dove e
nessun grido potr trattenermi . Eppure si rassegn, in fondo era stato proprio lui, gi la prima volta
che si erano incontrati, ad aver riconosciuto e apprezzato la sua brama di libert. Mentre lei era a
Venezia, sentendo la sua mancanza, gli venne ad un tratto l'idea di comprare un'automobile: sperava
cos di legare a s il desiderio di muoversi di Sidonie. Con un autista and a prenderla a Graz e pass
con lei un paio di giorni durante il viaggio di ritorno. L'automobile divent ora un elemento importante
del loro rapporto, poco dopo egli si trattenne a Janowitz pi a lungo. Il 28 giugno rientr a Vienna a
notte fonda e, sulla Nussdorferstrasse, apprese da un'edizione straordinaria che era stato assassinato
l'erede al trono Francesco Ferdinando.
Gi allora gli fu rimproverata una certa predilezione per gli aristocratici. L'accusa era legata
com' ovvio alle sue visite a Janowitz, del cui vero motivo nessuno doveva essere al corrente. A me
non sembra affatto che in quella che ritengo la sua vera opera, Gli ultimi giorni dell'umanit, gli
aristocratici ne escano meglio degli altri. Per la sorte di uno solo di loro Kraus dimostr partecipazione,
ma era un uomo assassinato, l'arciduca Francesco Ferdinando. Il dileggio del morto e l'ignominiosa
cerimonia funebre per la coppia assassinata scaten il suo furore, tale sdegno influenz le sue opinioni
riguardo ai vivi ed egli parl con rispetto delle qualit dell'erede al trono. In tutto il resto dell'opera fu
ancora pi spietato verso gli aristocratici che verso gli altri : essendo essi pi potenti, era giusto che la
responsabilit della catastrofe fosse attribuita pi a loro che ad altri, i quali non erano altro che misere
comparse impotenti di quella guerra. In luglio Kraus si rec nelle Dolomiti per qualche settimana con
Sidi e il fratello di lei Charley. Sul lago di Misurina seppero che era scoppiata la guerra. Charley ripart
subito per tornare a casa e vedere se a Janowitz tutto era in ordine. Kraus e Sidi rimasero da soli
nelle Dolomiti per una settimana. A me sembra di grande importanza che quei giorni cos agitati li
abbiano passati insieme, tagliati fuori dal resto del mondo. Sidi esecrava la guerra non meno di Kraus.
Era preoccupata per la sorte di Rilke, che credeva ancora a Parigi, e gli scrisse immediatamente. In
questa lettera si espresse con delle frasi che potrebbero essere di Kraus; non solo esecrava la guerra, la
esecrava con le parole di lui. Tornarono indietro, lui and a Vienna, ma pochi giorni dopo era di nuovo
a Janowitz. La mentalit che egli condivideva con Sidi, il rifiuto di entrambi dell'isteria della guerra, si
ritrova anche nelle lettere che le sped da Vienna:  Qui  sconsolante .  Da ieri, nei menu dei
ristoranti viennesi sono state depennate tutte le scritte in francese o in inglese. La situazione diventa
sempre pi idiota.  impossibile a Janowitz farsi un'idea della volgarit che qui si manifesta sotto
forma di entusiasmo. Un saluto ai cigni neutrali! . Se solo questo anno lo potessimo addormentare! O
se fossimo degni della bella pace di Janowitz! .
Egli non si accorse che si faceva vedere troppo spesso a Janowitz. Forse fu anche imprudente.
Charley aveva le sue preoccupazioni, anch'esse legate allo scoppio della guerra, ma di natura pi
pratica. Voleva che la sorella gli desse ascolto; gli dava sui nervi che Kraus assorbisse ogni giorno di
pi la sua attenzione. Si accorgeva della crescente intimit di quei due. Un giorno Kraus giunse a
Janowitz inaspettatamente con la sua automobile, per prelevare Sidonie e portarla con s in un viaggio
piuttosto lungo, e allora ci fu, a quanto pare, una penosa scenata. Sidi prov nelle sue lettere a mediare
tra i due uomini, ma tutto fu inutile, suo fratello non voleva che Kraus si facesse pi vedere a Janowitz.
In questo primo mese di guerra Kraus si sent paralizzato dagli avvenimenti, ne ebbe
un'impressione talmente profonda che non riusc a dir pi nulla. Lo scrivere gli venne in odio, dirad
anche le lettere. Si avvinghi all'immagine di Janowitz, l'isola come lui la chiamava. I motivi dei
suoi attacchi precedenti non erano paragonabili alla sventura che ora si abbatteva su tutti; nessuno
aveva mai sperimentato un simile mutamento di tutte le proporzioni. Gli intellettuali se la cavavano
perlopi immettendosi nella grande corrente e contribuendo in prima persona ad aizzare le masse alla
guerra. Anche alcuni scrittori che Kraus ammirava, Gerhard Hauptmann per esempio, si erano
abbandonati all'isteria della guerra senza opporre resistenza. Kraus pat questa cecit come un tormento
fisico. La prima cosa da imparare era il silenzio; la vera isola era il silenzio, che egli contrapponeva alle
false voci. Ma riconobbe anche il pericolo che questo silenzio potesse essere frainteso. In novembre
giunse al punto di dare di esso una pubblica giustificazione. Tenne un discorso che comincia con queste
parole:  In quest'era gloriosa...  e nel quale si trovano le frasi seguenti: Non aspettatevi da me una
sola parola. Non potrei dirvi comunque niente di nuovo; giacch nella stanza dove sto scrivendo
fortissimo  il frastuono delle voci, e non  il caso di decidere adesso se esse vengano da animali, da
bambini o anche soltanto da mortai. Chi parla in favore dei fatti, svergogna la parola e il fatto, ed  da
disprezzare due volte. Questa vocazione non si  ancora estinta. Parlino ancora quelli che adesso non
hanno niente da dire, poich la parola  passata ai fatti. Chi ha qualcosa da dire, si faccia avanti e
taccia! .
Questo discorso fu rettamente compreso, anche quando, in dicembre, apparve come unico testo
della  Fackel , che ormai usciva di rado. Quel silenzio di inaudita eloquenza fu sentito come un
pronunciamento. In dicembre ci fu ancora una pubblica lettura, non tratta per dalle sue opere, e
un'altra nel febbraio del 1915 con una nuova motivazione del silenzio. Era tutto. Per un lungo periodo
non ci fu pi nulla. Il silenzio dur molto a lungo. La prima vera  Fackel  riapparve pi di un anno
dopo lo scoppio della guerra, nell'ottobre 1915.
Solamente ora si pu capire che cos'era successo. In questo primo inverno di guerra Sidi ha
preso la voce di Kraus. E Sidi gliel'ha restituita nell'estate 1915. Chiarire questo nesso ha una certa
importanza. Dalla perdita di Janowitz, in conseguenza del rifiuto del fratello di lei a riceverlo ancora
nel castello, Kraus era rimasto colpito assai profondamente. Sidi gli scrisse che il suo tentativo di
mediazione era fallito. Charley era irremovibile. Lei stessa si trovava gi di nuovo in Italia, questa volta
a Roma e a Firenze, dove incontr Guicciardini. In una lettera a Kraus aveva preannunciato la sua
partenza con queste parole :  Sono attesa con ansia in Italia . Ancora una volta egli si rassegn, ma la
sua inquietudine crebbe, cominci a intuire che Guicciardini significava molto per Sidi. Gradualmente,
non senza tener conto della sensibilit di Kraus, lei lo mise al corrente dei suoi progetti: voleva sposare
Guicciardini.
Sidi era stufa della vigilanza oppressiva su di lei esercitata dal fratello, e cercava una via
d'uscita. Vedeva la libert solamente nel matrimonio, una donna delle sue origini non poteva sperare di
trovarla altrove. E poich aveva bisogno del consenso del fratello, doveva trattarsi di un matrimonio
adeguato al suo rango. Gi solo per questo Kraus era fuori discussione, e comunque lei non desiderava
certo una vita coniugale con lui, nella quale ben difficilmente avrebbe trovato la libert. Il conte
Guicciardini, che aveva la stessa et di Kraus, le sembr la persona giusta. Le faceva la corte gi da
parecchio tempo, era un uomo gradevole e inoltre era disposto a concederle quella libert senza la
quale il matrimonio non le appariva desiderabile. Il suo rapporto con Kraus non sarebbe cambiato,
anzich a Janowitz si sarebbero incontrati in Italia.
Kraus accolse con diffidenza questo progetto, il pensiero di doverla ufficialmente spartire con
un altro uomo gli riusciva insopportabile, e ancora di pi era colpito dall'idea del distacco di Sidonie da
Janowitz, l'unico posto in cui lei gli appariva la signora degli animali, pur non avendo il permesso di
recarvisi, era l che lui la vedeva.  Sono molto assillante,  scrive Kraus ancora un po' sostenuto
voglio salvare il mio mondo. Le manda la poesia Vita senza vanit, intitolata originariamente Tutto o
niente. Sidonie commenta: Mandatami in segno di protesta, perch a causa di altre considerazioni e
incombenze non ho potuto vederlo tanto quanto lui voleva . Inizia con questa la lunga serie di poesie a
lei dedicate. Sidi cerca di incoraggiarlo a lavorare, e lui, poco dopo il discorso del mese di novembre di
cui sopra si  detto, le risponde cos: Non parlarmi pi di lavoro. Mi son bastate quel paio di pagine5
per liberarmene. Per molto tempo a venire non ci sar nulla da fare, nulla da dire a questo mondo
imbecille che sanguina. Tutto ci che sono appartiene a te. Forse non lo vuoi? .
Soffre di un'angoscia mortale quando lei non scrive:  Non si sa forse che a Vienna c' un folle,
doppiamente sventurato perch consapevole della propria situazione?... . Ti prego, non
tranquillizzarmi. La vita non pu soddisfare la mia smoderatezza, e dunque non pu farlo neanche
l'amore che deve scendere a patti con la vita... . Sarebbe stato davvero celestiale. Ammesso che una
volta potessi essere un uomo positivo, il pi positivo di tutti, e mi mettessi a proclamare il mio amore
davanti a una creatura che rende onore al suo Creatore, il grido:  troppo tardi! mi bloccherebbe .
Ho citato solo poche frasi tratte da lunghe lettere che testimoniano la sua disperazione. Alla fine
dell'anno passa con lei alcuni giorni a Venezia. Sidonie prosegue poi per Roma, dove lui le scrive:  I
tuoi ultimi due giorni a Venezia - quale fiacco epilogo! Con occhi doloranti ti aggiravi tra i monumenti
come se la Natura te lo avesse imposto! .
Come una qualsiasi turista che non vuole trascurare nulla, Sidonie riempie le sue giornate con
visite frettolose a luoghi e oggetti obbligati. Quali che siano, in relazione a lei Kraus li percepisce come
oggetti di una falsa esaltazione, perch nulla  pi elevato di Sidonie. Non sopporta di saperla in
adorazione di fronte a qualcosa. Sarebbe assai meno irritato se lei, tranquilla e orgogliosa, andasse in
giro tra la gente e permettesse che i pi famosi quadri e le pi celebri sculture si inchinassero al suo
cospetto. Le scrive che lei, Sidonie,  l'unica e vera rarit da ammirare, quale significato possono
dunque avere per lei altre cose che valgono tanto meno?
Nel corso del mese di febbraio le scrive una serie di lunghissime lettere. Per timore che
finiscano nelle mani sbagliate, parla di s in terza persona indicandosi con la sigla B. Sono lettere in cui
cerca di padroneggiarsi e nelle quali descrive il proprio stato d'animo con estrema finezza. Con stupita
ammirazione lo si scopre romanziere. In nessun'altra delle sue opere ritroviamo questo legame tra
passione e scavo psicologico. Qui Kraus non attacca n inveisce, bens rappresenta, e la precisione con
cui egli sa guardarsi dentro rammenta i grandi autori della letteratura francese.
Eppure tutto questo non  un romanzo, ma un fedele resoconto, che quasi tutti i giorni, e talora
pi volte in uno stesso giorno, egli fa della propria situazione. Le risposte di lei non devono essere state
indegne di queste lettere, ed  un vero peccato che siano andate perdute. Spesso erompono dall'animo
di Kraus parole di pura disperazione. Come dice egli stesso, soffre di idee deliranti che si avverano una
per una in virt delle parole che riceve da lei. Proprio mentre contesta le ragioni del suo tormento, lei
gli dice delle cose che confermano il suo delirio. L'agitazione giunge al massimo in lunghi telegrammi
in cui egli cerca di strapparle il consenso per un incontro.
Ad un tratto e inaspettatamente giunge a Roma.  Sono arrivato qui da Firenze ieri sera per dirti
addio... Non so che cosa sto scrivendo. Son da ieri per strada e sono mezzo morto. La prega di
concedergli cinque minuti quella sera stessa, perch ha intenzione di ripartire subito. Un autista porta la
lettera a Sidonie. Lui aspetta l vicino in automobile.
Fu il momento culminante della crisi e l'inizio del suo superamento. Lei accett di incontrarlo
immediatamente. Lui rimase a Roma e il giorno dopo le scrisse in uno stato di esaltazione :  Ho
sentito i tuoi passi sul mio cuore, volevi calpestare la mia mente... ieri mi hai salvato, ed  stata una
grazia pi grande di tutti i dolori delle ultime settimane . Lei lo aveva persuaso a saggiare finalmente
la propria forza, ed egli si rassegn per la prima volta ai suoi progetti matrimoniali. Lei lo preg di
mandarle una poesia per festeggiare le nozze, egli la scrisse e gliela fece recapitare il giorno dopo. Era
intitolata A Sidi per il giorno delle nozze. In seguito fu chiamata Metamorfosi, la si trova in apertura
della raccolta Parole in versi.6 Sidonie aveva chiesto anche a Rilke una poesia per la stessa occasione, e
anch'egli l'aveva subito scritta.
Karl Kraus rimase a Roma ancora per un po', vicinissimo a Sidonie ma spaventato nel profondo
dai numerosi impegni di lei e dal fatto che la vedeva stremata. Kraus era ancora assai labile, lei si
lagnava che ogni giorno lui fosse diverso ed egli sentiva di avere una parte di responsabilit per quel
suo sfinimento. Comunque, questa volta, quando si separ da Sidi, non fu per molto. Dopo pochi giorni
lei lo raggiunse a Vienna, e insieme - meraviglia delle meraviglie! -partirono per Janowitz.  evidente
che avvenne allora una specie di riconciliazione tra lui e il fratello di lei. Mancava un mese alle nozze
che si sarebbero svolte a Roma, e sui preparativi, di cui molto si discuteva, i due uomini trovarono un
punto di incontro. Qui a Janowitz Karl Kraus rientr in se stesso. Qui Sidonie smise di affannarsi e
torn quella di prima. In quei due giorni entrambi ritrovarono fiducia in se stessi e l'uno nell'altra.
Kraus si rifer in seguito allo  spirito del 1 aprile , e firm  Karl di Janowitz  la prima lettera che
le indirizz a Roma.
La svolta era avvenuta. Di fronte a una sua frase non crediamo ai nostri occhi :  Qualche rara
volta scrivere non rende affatto inquieti . Egli non ha  la sensazione di essere sminuito  e anche
qualche semplice cartolina lo rende contento. Discute con Charley il regalo di nozze per lei, ha in
mente uno specchio. Una volta nomina perfino il lavoro:  Tutto  diventato molto pi facile . Ma
poco dopo dir:  Ho interrotto il lavoro per fare un grande ordine nelle vecchie cose, nella biblioteca e
negli scritti. Vorrei sistemare tutto in modo da poter eventualmente lasciare l'appartamento
all'improvviso. Sembra che non gli dispiaccia l'idea di trasferirsi in Italia, mentre poco prima la cosa
gli sembrava impensabile.
Poi part per Roma, in modo da poterle stare vicino il giorno delle nozze, che erano state fissate
per il 6 maggio. Gli ospiti invitati alla festa si erano tutti radunati a Roma. Ma la guerra, i cui effetti
sulla loro relazione Kraus aveva tanto temuto, divent ora la sua alleata. L'entrata in guerra dell'Italia
contro l'Austria era imminente, e gli ospiti austriaci, per i quali la dichiarazione di guerra avrebbe
significato l'internamento immediato in un campo, fuggirono da Roma in preda al panico. Le nozze
non ebbero luogo. Karl Kraus fu liberato di colpo da tutte le sue angosce: sembr quasi un premio per il
riacquistato controllo di s e per il fatto che alla fine si era rassegnato all'odioso progetto.
Sidi ora doveva andare in Svizzera per riprendersi da quell'agitazione. La sensazione di Kraus,
a Vienna,  che un nuovo incontro con lei dovesse meritarselo, ma gi dopo due settimane si rividero a
Zurigo. Una nuova automobile, comprata in Svizzera, era pronta per loro. Sidi al volante, accompagnati
dalla vecchia balia irlandese che viveva con lei fin dall'infanzia, per oltre cinque settimane
traversarono la Svizzera in lungo e in largo, si fermarono nei posti pi belli e ne scoprirono uno -
Thierfehd am Tdi - che gi li colp per il suo nome 7 e che, in seguito, avrebbe acquistato per loro una
grande importanza.
Kraus, questa volta, non appena tornato a Vienna si butt sul lavoro con furia selvaggia.  Fuori
 scrive  si respira l'aria di Sodoma e ovunque si sente l'orrendo grido Edizione straordinaria! sotto
cui i bambini vengono ora partoriti e gli uomini muoiono - ma tutto ci non pu pi nuocermi .
Comunque non era ancora un lavoro nuovo, stava solo mettendo insieme il volume Untergang der Welt
durch Schwarze Magie (Il declino del mondo a causa della magia nera) costituito da saggi apparsi nella
 Fackel  prima della guerra. Ogni proposizione, com' suo costume, viene completamente
rielaborata.  La gioia di questo lavoro  un risarcimento per la cupa attesa di questi anni, che per
certamente  stata necessaria .  Sto lavorando circondato da una immensa ostilit, sono forte soltanto
del mio lavoro e per poterlo continuare ho bisogno perci, pi ancora che nell'epoca del vuoto,
dell'ultimo cuore umano disposto a darmi ascolto .  Ci che penso  dedicato a te, ci che scrivo 
scritto per te, e tu lo sai che queste cinquecento pagine che ho rielaborato appartengono a te... .
Da quando la sua capacit di tormentarsi si  staccata da lei, egli la dirige sugli oggetti che
alimentano la sua vera vocazione.  Ieri...  stato un giorno tormentoso. La guerra ha bussato alla mia
porta, non solamente alla tua. Ho saputo che una delle poche persone che hanno avuto un
comportamento decoroso con me e con le cose che ho scritto si trova in una situazione talmente orribile
che aspetta la chiamata al fronte come una liberazione. La cosa  di una tale atrocit che preferisco non
illustrartela per iscritto . Si tratta di Ludwig von Ficker, l'editore della rivista Brenner, e Kraus
mette in moto mari e monti per alleviare il suo stato.
In questa stessa lettera racconta di un'altra avventura che potremmo considerare ridicola se non
si fosse rivelata per lui una fonte di energia, e perci non avesse acquistato una grande importanza. Il
grafologo e veggente Raphael Schermann, che a Vienna in quell'epoca faceva molto parlare di s,
aveva fatto una perizia della sua calligrafia senza conoscerlo personalmente e senza possedere il
minimo appiglio per desumere chi lui fosse. A Kraus questa perizia sembr fenomenale e la trascrisse
di suo pugno per Sidi. Giacch essa dimostra come egli desiderava essere visto - certamente infatti la
sped a Sidi per influenzarla - ne citer qui di seguito i passi pi importanti:
 Una testa come ce n' poche; uno scrittore che scrive in maniera tremendamente avvincente...
 Quando si prende a cuore una causa, le resta fedele fino alla morte. Le sue parole e la sua
lingua sono come un mortaio da 42... Quando affronta un nemico, non ha pace fino a che non lo ha
messo a terra. Nulla lo spaventa, e se sono presenti mille persone, sosterr la sua causa con una voce
cos forte e avvincente che tutti cadranno gi come ipnotizzati (Commento di Kraus: Visione di una
sala per conferenze)... Nella sua vita deve aver condotto lotte immani. Sempre pronto all'attacco,
l'arma che ha in mano  pronta a sparare, in guisa tale che l'attacco altrui non pu coglierlo
impreparato.
 L'impressione  talmente forte che non riesco a liberarmene. Tremendamente acuto come
osservatore, e pi ancora nella critica. Un comune mortale non  assolutamente in grado di
contrastarla...
 Il lavoro gli ha procurato molte mortificazioni e persecuzioni, dalle quali per  sempre uscito
vittorioso...
 Nessuna vanit, neanche personalmente...
 Nervi sovraffaticati. Non si concede riposo...
 Capisce della guerra pi di molti dei suoi capi, ma non gli  permesso di dire nulla .
Questa perizia, che ho qui citato circa per met, ha certamente un tono zoppicante da banditore
di piazza. Inoltre  scritta in un modo che se Kraus l'avesse letta su un giornale l'avrebbe di sicuro
dileggiata a morte. Ma qui l'unica cosa che importa  capire l'effetto che in questo particolare
momento essa esercit su di lui. C' in essa una frase che Kraus ha sottolineato di suo pugno  e se
sono presenti mille persone...  perch nella battaglia che tra breve decider di ingaggiare, egli da solo
dovr affrontare pi di mille avversari. La perizia calligrafica gli promette di uscire vittorioso anche da
questa lotta. La direzione del suo attacco  comunque anticipata dall'ultima frase :  Capisce della
guerra pi di molti dei suoi capi, ma non gli  permesso di dire nulla , la cui parte finale ( ma non gli
 permesso di dire nulla )  da lui sottolineata. La lettera termina con queste parole provocatorie e il
lettore si accorge, per restare nel gergo della perizia che  poi quello dell'epoca, che si sta preparando
un'esplosione.
Tuttavia, nella lettera successiva scritta due giorni dopo,  in seguito a una giornata delle pi
atroci  nella quale aveva  per di pi ricevuto lettere di prigionieri e un povero soldato ammalato,
Kraus trascrive per Sidi ventisei proposizioni tratte dalle Lettere ai Corinzi di Paolo. Ne citer tre:
 L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.
 Se ancora  necessario vantarsi, mi vanter delle mie infermit .
 Chi  debole, che non lo sia anch'io? Chi riceve scandalo, senza che io ne frema? .
E finalmente, una settimana dopo, giungiamo alla lettera per amor della quale ho preteso da voi
questo lungo cammino.  la lettera pi importante di questa corrispondenza e dunque ve la far
ascoltare quasi tutta:8
 Troppe cose tristi ho visto in questi giorni, eppure ne  nato un nuovo lavoro - un lavoro che
si chiude ogni volta la mattina alle sei, proprio quando sento marciare le vittime sotto la mia finestra.
Che specie di lavoro sia questo, di cui ho finito di scrivere una prima sezione in tre giorni e tre notti te
lo dir... .
Egli cita a questo punto una pagina di diario, scritta qualche giorno prima, che pure aveva
pensato di mandarle :
 Ora, mentre davanti al mio tavolino risuona il quotidiano, ineluttabile, orrendo grido:
Edizione straordinaria, che ormai affligger l'orecchio umano per tutti i tempi futuri, ora sono stato per
un'ora a Thierfehd. E nulla, nulla  cambiato! Nessun pensiero, pensato, detto, urlato sarebbe forte
abbastanza, nessuna preghiera sarebbe fervida abbastanza per trapassare questa materia. Non dovr
allora, per mostrare questa impotenza, far vedere tutto ci che ora non posso - e per lo meno fare
qualcosa : espormi? Che cos'altro rimane da fare?
 Questa via dovr essere presa... Quel che si dovrebbe urlare mi strangoler, perch non mi
soffochi in altro modo. Non sono pi sicuro della strada dei miei nervi. Ma sarebbe meglio che tutto
questo accadesse secondo un piano preciso, e che anche questo fosse dedicato a quella persona per la
quale vivo e non vorrei pi vivere se lei credesse che continuare a tacere minaccia la propria dignit
umana, al punto che non  pi tollerabile assistere in silenzio a fatti, no: a parole che hanno cancellato
per tutte le ere cosmiche la memoria dell'umanit. C' una persona, senza la quale nulla pu accadere,
perch tutto deve accadere per lei...
 Da questo stato di spossatezza si  sprigionata una scintilla ancora, e ne  nato il progetto di
un'opera che certamente, se mai potesse apparire, equivarrebbe a un espormi nel modo pi totale. Il
primo atto, il preludio al tutto,  finito e potrebbe stare anche a s. Ma a chi farlo avere? La Svizzera,
dove ci rifugiamo con la nostra piccola, cara automobile, in questo ci viene meno. Forse ci sar d'aiuto
in seguito, o altrimenti l'America.
 Comunque, qualsiasi cosa a questo punto possa o non possa succedere, ora mi sento pi libero
.
Dunque il Preludio degli Ultimi giorni dell'umanit  stato scritto,  nato in tre giorni e tre notti.
Della pericolosit di quest'opera Kraus  consapevole, la definisce un rischio totale. Egli si trova nella
capitale del paese che ha dato il via alle ostilit, e attacca, uno per uno e chiamandoli per nome, tutti
quelli che partecipano alla conduzione di questa guerra. Non risparmia nessuno, ma meno che mai
quelli che avendo pi potere e pi responsabilit potrebbero facilmente ridurlo al silenzio. Pu essere
mandato in prigione, forse sar assassinato. II fatto che ci non sia accaduto non ha niente a che fare
con il momento della sua decisione. Il pericolo lo vede e lo affronta : ha tutte le ragioni di affermare
che sta esponendosi a un grande rischio. Quando dice che ci che dovr urlare lo strangoler intende
che potrebbero impiccarlo come traditore della patria. Come scriver molto pi tardi, in questa guerra
sono state erette 10.000 forche. Se non lo urlasse ne sarebbe soffocato in altro modo. Ma non vuole che
ci accada senza un piano preciso, deve nascere un'opera che egli possa scrivere solo dedicandola a
Sidi, la persona per cui vive.
Giacch proprio Sidi, ravvisando nel silenzio di Kraus qualcosa che minacciava la sua stessa
dignit umana, aveva preteso che lui parlasse. Nel corso di quell'inverno tumultuoso lei gli aveva
parlato di lavoro, ma lui non ne aveva voluto sapere. La dichiarazione con cui in novembre Kraus
aveva pubblicamente giustificato il proprio silenzio era a quell'epoca commisurata ai fatti, ma in
seguito si era trasformata in un guscio vuoto a cui lui, tenace come sempre, era rimasto fedele; un
giorno finalmente, grazie anche all'influsso di Sidi e per amor suo, decise di infrangerlo.
Nella decisione di scrivere quest'opera, cui prima non si sarebbe arrischiato perch non avrebbe
trovato in s la forza sufficiente, confluirono vari elementi. La guerra privata dell'inverno appena
trascorso che lo aveva profondamente lacerato e quasi distrutto, un senso di minacciosa disperazione
che gli faceva escludere tutto, tutto tranne Sidi. Il viaggio con lei in Svizzera, un mondo di pace nel
quale essi avevano suggellato la loro pace (Thierfehd ne era diventato il simbolo), seguito da un
improvviso ritorno a Vienna in mezzo alle voci stridenti della guerra. Da allora in poi Kraus parl di
queste voci in ognuna delle sue lettere, ne era invasato come dalle reclute, o vittime, che ogni mattina
alle sei sentiva marciare sotto la sua finestra. Gli giungevano inoltre notizie sulla guerra di persone
singole, lettere di sconosciuti o di amici ai quali lui spalancava il suo cuore. Ci fu poi quella perizia
grafologica - poich ha avuto un suo ruolo, non si pu sottacerla - la quale lo incoraggi a intraprendere
una lotta mortale contro un numero spropositato di nemici. Furono tutti questi elementi insieme che
diedero a Kraus ci di cui egli aveva bisogno per affrontare una simile battaglia. Si aggiunse da ultimo
l'influsso delle parole di Paolo, che gli ramment il dovere del sacrificio.
Ma l'elemento singolo pi importante di tutti fu Sidi: in quanto Kraus si riferiva a Sidi, trasse da
lei la propria unit senza la quale una simile opera non avrebbe neanche potuto essere incominciata. La
durata dell'amore che egli si aspettava da lei divent la durata della stesura di quest'opera. Lei lo
abbandon quando la guerra fin e quest'opera era ormai conclusa.
Ma con ci abbiamo largamente anticipato quella che fu la sua impresa. In questa stessa lettera,
cio quando inizi la stesura dell'opera, Kraus annuncia a Sidonie che andr a trovarla a Janowitz il 1
agosto carico di lavoro. Vi trascorse in effetti il mese intero a scrivere il suo dramma e un grosso
numero della Fackel  sulla guerra. Da allora in poi non interruppe pi il suo lavoro.
Sulle vicende ulteriori della sua grande passione da me non udrete pi nulla. Le lettere dei
successivi tre anni, cio fino alla fine della guerra, esigerebbero considerazioni di natura diversa. E
forse non sono altrettanto significative. Le cose pi importanti si trovano ora nella sua vera opera, Gli
ultimi giorni dell'umanit, e nei grossi numeri della  Fackel  dedicati alla guerra, il primo dei quali
viene pubblicato nell'ottobre 1915. Ci tenevo moltissimo a portarvi fino al punto in cui non fu pi
possibile mettere un freno a quest'opera. Per usare un'immagine di Stendhal,  l'attimo della
cristallizzazione. Anche se in questa cristallizzazione convergono insieme passionalit e creazione
letteraria, Kraus riesce ugualmente a fare in modo che nell'opera, cio negli Ultimi giorni dell'umanit,
non entri affatto la donna senza la quale l'opera stessa non sarebbe mai nata.
Ci di cui Kraus ha bisogno d'ora in poi  una speciale tensione. Ha bisogno di Janowitz, che
certo  un'isola, ma un'isola di un paese nemico, ogni suolo su cui si combatte  per lui un paese
nemico. Ha bisogno anche di passare in Svizzera, un luogo di pace paradisiaca,  un bisogno che sente
di continuo. Avrebbe potuto decidere di rimanerci, in Svizzera, come fecero altri che aborrivano la
guerra, per esempio Romain Rolland. Ma per lui era importante che la  Fackel  venisse pubblicata a
Vienna, ci teneva a condurre la sua battaglia contro la censura l dove per vincerla bisognava strappare
tignosamente ai suoi divieti ogni singola frase, una dopo l'altra. E ci teneva ancor di pi a sentire la
guerra proprio nel luogo, la capitale austriaca, in cui convergevano tutti i suoi fili. Cos si recava spesso
da Sidi in Svizzera, ma poi ritornava a Vienna. A ogni nuovo confronto con la guerra il suo odio
diventava pi acuto e pungente. E neanche doveva rimproverarsi di abbandonare troppo spesso il teatro
della guerra, perch proprio nelle regioni in cui regnava la pace, a Janowitz, ma soprattutto in Svizzera,
continu a scrivere Gli ultimi giorni dell'umanit con crescente energia e passione.
Le lettere che scrisse a Sidi abbracciano ventitr anni della vita di Kraus. Ho cercato di farvi
conoscere solo un paio delle sue lettere, le pi importanti. Il fatto che Kraus abbia desiderato che le sue
lettere a Sidi venissero pubblicate testimonia secondo me il suo grandissimo amore per la verit.
Abbiamo nei suoi confronti il dovere di prenderle in seria considerazione per esaudire cos il suo vero
ultimo desiderio.
1974
1. In tedesco Was wir bringen e Was wir umbringen (.N.d.T.).
2. Si vedano sopra, nel saggio Realismo e nuova realt, le pp. 108 sgg. (N.d..T.).
3. Karl Kraus, Briefe an Sidonie Ndhern von Borutin, a cura di Heinrich Fischer e Michael
Lazarus, redazione di Walter Methlagl e Friedrich Pffflin. Volume I: Briefe (Lettere) con una
postfazione di Michael Lazarus, 695 pagine; Volume II: Editorischer Bericht (Commento editoriale),
documentazione iconografica e delucidazioni di Friedrich Pffflin, Ksel Verlag, Mnchen, 1974, 440
pagine.
4. Rainer Maria Rilke, Briefe an Sidonie Ndhern von Borutin, a cura di Bernhard Blume,
Insel Verlag, Frankfurt a.M., 1974, 383 pagine.
5. Il discorso di novembre fu stampato con il titolo In dieser grossen Zeit come unico testo del
numero 404 della  Fackel , 5 dicembre 1914 (N.d.T.).
6. Karl Kraus, Worte in Versen, Mnchen, 1959 (N.d.T.).
7.  un nome che richiama gli animali in lotta contro la morte (N.d.T.).
8.  la lettera del 29 luglio 1915 contenuta in Karl Kraus, Briefe an Sidonie Ndherny von
Borutin, cit., vol. I, pp. 179-180 (N.d.T.)
LA MISSIONE DELLO SCRITTORE
Discorso tenuto a Monaco di Baviera nel gennaio 1976
Traduzione di Renata Colorni
Tra le parole che per un certo periodo hanno languito in uno stato di inerme estenuazione,
parole da tutti evitate e occultate giacch chi le usava si esponeva all'altrui dileggio, e a tal punto
svuotate di senso che ciascuno si teneva per detto che erano diventate parole orribili e come rinsecchite,
tra queste c' anche la parola scrittore.1 Chi malgrado tutto ha seguitato a dedicarsi all'attivit
letteraria, che in effetti non ha mai cessato di esistere, si  autodefinito  uno che scrive .
Si sarebbe potuto pensare che ci avvenisse per lasciar cadere una falsa pretesa, per trovare
criteri nuovi, per diventare pi severi con se stessi e, soprattutto, per evitare tutto ci che pu condurre
a successi immeritati. In verit  accaduto il contrario: proprio quelli che si sono scagliati senza piet
sulla parola  scrittore  sono gli stessi che hanno consapevolmente sviluppato e affinato i metodi per
fare scalpore. La meschina opinione che ogni letteratura sia morta  stata proclamata da qualcuno con
parole patetiche, stampata su carta costosa, e discussa con una tale solennit e seriet da farla apparire
una difficile e concettosa costruzione intellettuale.  chiaro che chi ha fatto cos  annegato ben presto
nel suo stesso ridicolo, ma anche altri autori, che non erano sterili al punto da esaurirsi in un solenne
proclama e dunque hanno scritto dei libri, libri amari e pieni di talento, anche costoro, che pure
continuavano a dire di se stessi : sono  uno che scrive , si sono conquistati ben presto una grande
notoriet, e hanno fatto poi ci che gli scrittori hanno sempre fatto: anzich tacere, hanno seguitato a
scrivere sempre lo stesso libro. E l'umanit, per quanto incorreggibile e meritevole di morte potesse
loro apparire, una funzione ce l'aveva ancora: quella di applaudirli. Chi non aveva voglia di farlo, chi
era ormai sazio di quei monotoni profluvi di parole, veniva colpito da una doppia condanna: come
uomo con il quale comunque non si aveva niente da spartire, e come uno che si rifiutava di riconoscere
nell'eterna brama di morte di colui che scriveva l'unico valore ancora esistente.
Capirete dunque che nei confronti delle opere sensazionali di  quelli che scrivono  io nutra
una diffidenza non minore di quella che ho verso le opere di coloro che continuano con imperterrito
compiacimento a chiamarsi  scrittori . Non vedo tra loro la minima differenza, si assomigliano come
due gocce d'acqua, e una volta acquisito un certo pubblico riconoscimento, lo ritengono un loro
inalienabile diritto.
Perch oggi in realt la situazione  tale che non esiste scrittore il quale non dubiti seriamente
del proprio diritto di esserlo. Chi non vede lo stato del mondo nel quale viviamo, difficilmente potr
dire qualche cosa al riguardo. I suoi pericoli e le sue insidie, che in passato rappresentavano uno dei
principali punti di forza delle religioni, si sono ora spostati sulla terra. La fine del mondo, di cui pi
volte si  gi avuto un saggio, viene presa in considerazione dai non scrittori con assoluta freddezza,
c' perfino qualcuno che del calcolo delle probabilit che il mondo finisca ha fatto un redditizio
mestiere che lo ingrassa sempre pi. Da quando abbiamo affidato alle macchine il compito di predire il
nostro futuro, le profezie hanno perso ogni valore. Quanto pi ci separiamo da noi stessi, quanto pi ci
consegnamo a istanze senza vita, tanto meno riusciamo a padroneggiare quello che accade. Il nostro
crescente potere su tutto, su ci che  vivente e su ci che non lo , e in special modo sui nostri simili,
si  trasformato in un contropotere che solo in apparenza riusciamo a controllare. Su questo argomento
ci sarebbero da dire centinaia e migliaia di cose, ma, questo  proprio stranissimo, son tutte cose
risapute, le troviamo atrocemente banalizzate sui giornali quotidiani, dove vengono divulgate fin nei
minimi dettagli. Non aspettatevi da me che io ripeta tutto questo: oggi mi sono proposto un tema
diverso e un poco pi modesto.
Forse val la pena di riflettere se esista qualcosa che gli scrittori, o quelli che finora abbiamo
considerato tali, possano fare per rendersi utili nell'attuale situazione del mondo in cui viviamo.
Nonostante sia caduta cos in disgrazia la parola che li indica,  rimasto ancora qualcosa di ci che essa
evoca e pretende. La letteratura pu esser quel che vuole, ma una cosa non , non  morta, come del
resto non  morta l'umanit che ancora le si aggrappa. Come ha da essere la vita di colui che oggi
rappresenta la letteratura, che cosa dovrebbe sapere offrire?
Recentemente mi sono imbattuto per caso nella seguente annotazione di un autore anonimo, di
cui non faccio il nome appunto per il buon motivo che nessuno lo conosce. Reca la data del 23 agosto
1939 - una settimana prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale - e suona cos:
 Comunque  finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la
guerra .
Quale assurdit e quale arroganza, ci diciamo oggi, dal momento che sappiamo cos' successo
da allora! Che cosa avrebbe mai potuto fare un singolo individuo per impedire la guerra, e in
particolare uno scrittore? Chi potrebbe mai immaginare una pretesa che fosse pi lontana dalla realt?
E che differenza c' tra questa proposizione e le frasi declamatorie di cui si sono consapevolmente
serviti quelli che la guerra l'hanno voluta?
Lessi questa frase con fastidio, e mentre la trascrivevo la mia irritazione aument ancora di pi.
Ecco, pensavo, qui ho trovato ci che pi mi disgusta nella parola  scrittore , una pretesa che si pone
in stridente contrasto con ci che gli scrittori sono in grado di fare nella migliore delle ipotesi, un
esempio lampante della boria che ha gettato il discredito su questa parola e ha fatto s che la gente sia
diventata sospettosissima nei confronti di ogni membro della nostra corporazione che battendosi il
petto se ne venga fuori con uno dei suoi propositi colossali.
Ma poi, nel corso delle giornate successive, mi accorsi con stupore che quella frase non riuscivo
a scordarmela, che mi tornava in mente di continuo, e cos la esaminavo, la scomponevo, la respingevo
per riprenderla di nuovo in esame, come se a me soltanto fosse dato di scovarne il riposto significato.
Gi l'inizio era strano :  Comunque  finita   un'espressione di totale e irrimediabile sconfitta in
un'epoca di vittorie imminenti. Siccome l'accento  stato posto sulla sconfitta, si esprime gi qui la
desolazione della fine della guerra, tra l'altro in un tono di assoluta ineluttabilit. Ma la frase vera e
propria: Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra  esprime, se la si
osserva pi da vicino, esattamente il contrario di un senso di boria: essa contiene infatti l'ammissione
di uno scacco totale. Ma pi ancora essa esprime l'ammissione di una responsabilit, e proprio in un
campo - questo  ci che sbalordisce -dove meno che mai si pu parlare di responsabilit secondo l'uso
corrente di questa parola. Questo individuo, che chiaramente pensa quello che dice, poich lo dice
senza svelarsi, si sta volgendo contro se stesso. Non accampa pretese, anzi vi rinuncia. Nella sua
disperazione per ci che dovr accadere, accusa se stesso e non i veri colpevoli, che certo conosce
molto bene, perch altrimenti la penserebbe in maniera diversa su ci che accadr. Cos, quale fonte
dell'irritazione che inizialmente abbiamo provato non rimane che questo : l'immagine che aveva
quest'uomo di ci che dovrebbe essere uno scrittore, e il fatto che egli si  ritenuto tale fino al momento
in cui  scoppiata la guerra e tutto gli  crollato addosso.
Ci che qui mi affascina e mi rende pensieroso  la pretesa irrazionale di avere una
responsabilit. Una cosa tra l'altro bisognerebbe aggiungere : alla situazione che ha poi reso la guerra
davvero inevitabile si  arrivati per mezzo di parole, parole su parole usate a sproposito. Se cos grande
 il potere delle parole, perch esse non dovrebbero anche essere in grado di impedire la guerra? Non
c' affatto da meravigliarsi che uno che ha a che fare con le parole pi degli altri, abbia anche, rispetto
a costoro, maggiori aspettative sulla loro efficacia.
Lo scrittore sarebbe dunque uno, ma forse  una scoperta a cui siamo giunti un po' troppo
frettolosamente, che alle parole tiene moltissimo, tra di esse si aggira con lo stesso piacere, e forse anzi
pi volentieri, che tra gli uomini, e, abbandonandosi totalmente sia agli uni che alle altre, ma alle
parole con maggiore fiducia,  capace, queste, di tirarle via dalle loro sedi per poi reinsediarvele in
maniera da farle cadere proprio a pennello, e le interroga, le saggia, le vezzeggia, le lacera, le pialla, le
imbelletta, ma  anche in grado, dopo averle arrogantemente strapazzate, di accucciarsi nuovamente di
fronte a loro con rispetto e devozione. Anche quando, come accade sovente, si comporta con le parole
da vero malfattore, le sue son malefatte compiute per amore.
Dietro questo enorme lavorio si nasconde qualcosa di cui egli non sempre  consapevole,
perlopi  una lieve sensazione, solo talvolta una volont selvaggia e trascinante, la volont dello
scrittore di farsi garante per tutto ci che si pu esprimere con le parole e di scontare personalmente la
pena di ogni loro sconftta.
Che valore pu avere per gli altri questa assunzione di una responsabilit fittizia? Non le viene
tolta qualsiasi efficacia a causa del suo carattere irreale? Io sono convinto che ci che l'uomo si impone
da s viene preso da tutti, anche da persone estremamente limitate, pi sul serio di ci che egli fa
perch qualcuno lo obbliga. E in effetti non c' rapporto pi stretto, n relazione pi profondamente
coinvolgente con un evento di quello che stabiliamo quando per quell'evento ci sentiamo colpevoli.
Se la parola  scrittore  si era come slabbrata per molte persone, ci fu dovuto al fatto che
queste la collegavano a una immagine di finzione e di scarsa seriet, a una sorta di scappatoia di chi
non vuole rendersi la vita troppo difficile. Non era certo molto adatto a ispirare rispetto l'atteggiamento
di quegli scrittori che continuarono a coltivare le pi squisite e variegate stravaganze estetiche proprio
alla vigilia di uno dei periodi pi cupi della storia umana, periodo del quale essi non seppero
riconoscere la natura neanche nel momento in cui ne furono travolti; la loro falsa fiducia, il loro
disconoscimento della realt, alla quale cercavano di accostarsi solo con sprezzante noncuranza, il loro
rifiuto di stabilire con essa qualsiasi collegamento, la loro profonda estraneit rispetto a tutto ci che
avveniva nei fatti - poich certo non erano cose che potevano trasparire nella lingua da essi adoperata:
in effetti si pu ben comprendere che chiunque fosse avvezzo a guardare le cose con pi durezza e
precisione si sentisse respinto e disgustato di fronte a tanta cecit.
A costui si potrebbe obiettare che esistono frasi come quella da cui sono partito nello svolgere
le mie considerazioni. Fino a quando esistono autori, e naturalmente ce n' pi di uno, che si assumono
la responsabilit delle parole che dicono, nel senso che soffrono profondamente quando si rendono
conto del totale fallimento di queste parole, fino a quel momento conserviamo il diritto di aggrapparci
al termine che  sempre stato usato per gli autori delle opere fondamentali dell'umanit, opere senza le
quali non avremmo neppure consapevolezza di che cosa questa umanit sia fatta. In rapporto a tali
opere, delle quali sia pure in maniera diversa ma non meno pressante abbiamo bisogno come del pane
quotidiano poich da esse veniamo alimentati e sostenuti, anche se non ci fosse rimasto nient'altro, e
anche se, non sapendo fino a che punto esse in effetti ci sostengono, ci dedicassimo intanto alla vana
ricerca di qualche altra cosa che nella nostra epoca potesse uguagliarle, in rapporto a queste opere non
possiamo pensare altro che questo:  vero che quando siamo molto severi con il nostro tempo e,
soprattutto, con noi stessi, possiamo giungere alla conclusione che oggi di veri scrittori non ce ne sono,
eppure dovremmo augurarci appassionatamente che ce ne fossero.
Tutto ci suona certo assai sommario e non ha un gran valore se non proviamo a chiarire ci
che uno scrittore di oggi dovrebbe avere in s per soddisfare questa pretesa.
Il primo e pi importante requisito direi che sia questo: lo scrittore  il custode delle
metamorfosi, e lo  in due sensi. Innanzitutto egli far propria l'eredit letteraria dell'umanit, nella
quale le metamorfosi abbondano. Solo oggi ci rendiamo conto di questa ricchezza, dal momento che
sono state decifrate le scritture di quasi tutte le antiche civilt. Ancora fino al secolo scorso, chiunque
avesse voluto occuparsi di questo aspetto altamente peculiare ed enigmatico dell'umanit, e cio della
sua capacit di metamorfosi, si sarebbe attenuto a due libri fondamentali: uno pi tardo, le Metamorfosi
di Ovidio, che si presenta come una raccolta pressoch sistematica di tutte le  pi elevate 
metamorfosi fino allora conosciute nella mitologia, e uno pi antico, l'Odissea, dove si narrano
essenzialmente le avventurose metamorfosi di un uomo chiamato appunto Odisseo. Esse raggiungono il
loro apice quando egli torna a casa nelle vesti di un mendicante, l'uomo pi misero che si possa
immaginare, e qui la simulazione  talmente perfetta che mai scrittore posteriore l'ha eguagliata e men
che meno superata. Sarebbe ridicolo soffermarsi sull'influsso che questi due libri hanno avuto gi
prima del Rinascimento, ma soprattutto poi, sulle vicende culturali dei paesi europei pi recenti. In
Ariosto come in Shakespeare, nonch in moltissimi altri autori, compaiono le Metamorfosi di Ovidio, e
sarebbe un grave errore pensare che il loro influsso sui moderni si sia esaurito. Quanto a Odisseo, o
Ulisse, lo si incontra sempre, fino ai nostri giorni :  la prima figura entrata a far parte del patrimonio
pi profondo della letteratura universale, sarebbe difficilissimo trovare pi di cinque o sei figure che
abbiano una simile forza irradiante.
Ulisse  certo la prima figura, quella che per noi  sempre esistita, ma non  la pi antica, infatti
ne  stata trovata una pi antica. Non sono passati ancora cent'anni da quando fu scoperta l'epopea
mesopotamica di Gilgamesh e ne fu riconosciuto il grande valore. Essa comincia con la metamorfosi di
Enkidu, uomo selvaggio e primitivo che vive tra gli animali della foresta, in un uomo civilizzato di una
grande citt; e questo  un tema che ci tocca solo oggi assai da vicino, poich di recente abbiamo
appreso alcune cose concrete e molto precise sui bambini vissuti in mezzo ai lupi. E quando Enkidu
muore lasciando solo l'amico Gilgamesh, l'epopea sfocia in un confronto straordinario con la morte,
l'unico da cui l'uomo moderno possa congedarsi senza che gli resti in bocca il sapore amaro
dell'autoinganno. E qui desidero offrirmi come testimone di un fatto che ha dell'incredibile: non c'
nessun'opera letteraria, ma proprio nessuna, che abbia esercitato sulla mia vita un influsso cos
determinante come questa epopea che risale a quattromila anni fa e che, fino al secolo scorso, nessuno
conosceva. In essa mi sono imbattuto all'et di diciassette anni e da allora non mi ha pi abbandonato,
come a una Bibbia sono tornato di continuo a quest'opera, che a prescindere dal suo effetto specifico
mi ha riempito di attesa per tutto ci che ancora ci  ignoto. Mi  impossibile considerare le opere che
ci sono state tramandate e che seguitano ad alimentarci come un corpus in s conchiuso, e anche se
all'epopea di Gilgamesh non dovessero far seguito opere scritte altrettanto significative, rimane pur
sempre l'enorme riserva delle tradizioni orali dei popoli primitivi.
Di metamorfosi, infatti, che  il tema che qui ci interessa, in queste tradizioni ce n' un'infinit.
Potremmo passare tutta la nostra vita a raccoglierle e a metterle in atto, e non credo affatto che sarebbe
una vita mal spesa. Trib che contano talvolta poche centinaia di esseri umani ci hanno lasciato una
ricchezza che certo non meritiamo, poich per colpa nostra quegli esseri si sono estinti o si stanno
estinguendo sotto i nostri occhi, mentre noi li guardiamo appena. Essi hanno salvaguardato fino alla
fine le loro esperienze mitiche e la cosa strana  questa: quasi nulla ci  utile e quasi niente ci riempie
di speranza pi di queste antiche e incomparabili creazioni poetiche scritte da uomini che sono finiti
nella pi amara miseria dopo essere stati da noi cacciati, truffati e rapinati. Gli uomini che noi abbiamo
disprezzato per la loro modesta civilt materiale e che da noi sono stati sterminati ciecamente e
spietatamente, sono gli stessi uomini che ci hanno tramandato un'eredit spirituale inesauribile. Per il
salvataggio di questa eredit non potremo mai ringraziare abbastanza la scienza; ma la vera
salvaguardia di questo patrimonio, la sua resurrezione per la nostra vita,  compito degli scrittori.
Li ho gi definiti i custodi delle metamorfosi, ma essi lo sono anche in un altro senso. In un
mondo impostato sull'efficienza e sulla specializzazione, che altro non vede se non le vette a cui
mirano tutti in una sorta di angusta tensione per la linearit, che indirizza ogni energia alla fredda
solitudine di queste vette e invece disdegna e cancella le cose pi vicine, il molteplice, l'autentico, tutto
ci che non serve ad arrivare in cima, in un mondo che sempre di pi vieta la metamorfosi in quanto
essa si pone in contrasto con il fine universale della produzione, che non esita a moltiplicare
dissennatamente gli strumenti della propria autodistruzione e cerca nel contempo di soffocare quel
poco che ancora l'uomo possiede delle qualit ereditate dagli antichi e che potrebbe servirgli a
contrastare questa tendenza, in un mondo cosiffatto, che siamo inclini a definire il pi cieco di tutti i
mondi possibili, appare di un'importanza addirittura cruciale che alcune persone continuino malgrado
tutto a esercitare questa capacit di metamorfosi.
Questo, secondo me,  il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacit che una volta era di
tutti e che ora  condannata all'atrofia, capacit che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli
scrittori dovrebbero tenere aperte le vie di accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di
diventare chiunque, anche il pi piccolo, il pi ingenuo, il pi impotente. La loro brama profonda di
vivere le esperienze degli altri non dovrebbe mai essere orientata dalle finalit che costituiscono la
nostra vita normale e per cos dire ufficiale, essa dovrebbe essere completamente esente dall'intento di
ottenere successi o riconoscimenti, dovrebbe essere una passione a s stante, la passione appunto della
metamorfosi.  chiaro che gli scrittori dovrebbero essere sempre pronti ad ascoltare, ma questo da solo
non basta, perch oggi c' un numero straripante di persone che quasi non sono pi capaci di parlare e
che si esprimono con le frasi dei giornali e dei mass media e sempre pi dicono tutti le stesse cose, che
pure in realt non sono le stesse cose. Solo grazie alla metamorfosi, assunta nel significato pi radicale
che qui ho dato a questa parola, sarebbe possibile sentire ci che un uomo  al di l delle sue parole, la
vera sostanza di un essere vivente non  possibile coglierla se non in questo modo.  un processo
enigmatico, di cui praticamente non  ancora stata esplorata la natura, eppure non c' altra maniera di
accedere davvero a un'altra persona. Si  tentato di definirlo in vari modi, si  parlato per esempio di
empatia o immedesimazione, ma per motivi che ora non posso esporre preferisco  metamorfosi , che
 una parola pi pretenziosa. Ma comunque lo si voglia definire, difficilmente qualcuno oser mettere
in dubbio che si tratti di un processo reale e molto prezioso. Sono dunque incline a ravvisare la vera
missione dello scrittore nel suo esercizio ininterrotto della metamorfosi, nel suo bisogno stringente di
calarsi nelle esperienze di uomini di ogni tipo, di tutti, ma specialmente di quelli che sono meno
considerati, nel far uso di questa capacit senza mai stancarsi e in un modo che non sia intristito o
paralizzato da schemi preordinati.  attendibilissimo, anzi  probabile, che solamente una parte di
questa esperienza confluisca poi nelle sue opere. Il giudizio che su di esse verr dato appartiene ancora
una volta al mondo delle realizzazioni e delle vette che egli vuole raggiungere, e oggi non pu certo
interessarci, oggi non ci stiamo occupando di ci che uno scrittore tramanda ai posteri, ma di come
dovrebbe essere uno scrittore, ammesso che ce ne fosse uno.
Se qui prescindo totalmente da ci che si suol chiamare successo, e addirittura ne diffido, ci 
legato a un pericolo che ciascuno conosce per averlo sperimentato di persona. L'intenzione di ottenere
il successo, cos come il successo in s, hanno un effetto limitante. Chi intraprende una certa strada con
l'idea di raggiungere un obiettivo, sente la maggior parte delle cose che non servono ad avvicinarlo alla
meta come un'inutile zavorra. Egli se ne libera per essere pi leggero. non pu preoccuparsi del fatto
che forse si sta liberando della parte migliore di s, ci che gli importa  il punto a cui  arrivato, da
quel punto si libra verso un punto pi alto, e il suo progresso lo misura a metri. La posizione per lui 
tutto,  stata stabilita dall'esterno, non  lui che l'ha creata, e neanche ha preso parte alla sua genesi. La
vede e cerca di raggiungerla, e per quanto un simile sforzo possa essere utile e necessario in molti
campi della vita, per lo scrittore come noi lo abbiamo in mente sarebbe solo uno sforzo distruttivo.
Questi, infatti, deve prima di tutto far posto in se stesso, sempre pi posto. Posto per il sapere,
di cui si appropria senza uno scopo preciso, e posto per gli esseri umani che conosce e accoglie in s
mediante la metamorfosi. Per quel che riguarda il sapere, egli potr conquistarlo solo ripercorrendo nel
loro nitido profilo i processi che determinano la struttura pi intima di ogni branca del sapere. Ma nella
scelta di questi campi conoscitivi, che possono essere fra loro assai difformi, egli non si far guidare da
regole ben precise, bens da un'inesplicabile bramosia. Siccome si apre contemporaneamente alle
persone pi diverse e le capisce in un modo antichissimo e prescientifco, ossia mediante la
metamorfosi, siccome per far questo  impegnato di continuo in un moto interiore che non deve
affievolirsi e non deve cessare - giacch egli non colleziona le persone, non le mette ordinatamente da
un lato, semplicemente le incontra e le accoglie in se stesso come creature vive - e siccome infine
riceve da esse dei violenti scossoni, non  affatto escluso che il volgersi improvviso a una nuova branca
del sapere sia anche determinato da questi suoi incontri.
Sono consapevole della stravaganza di questa richiesta, essa non pu far altro che suscitare
contestazioni. Sembrerebbe quasi che lo scrittore debba mirare ad accogliere in s un caos di contenuti
contrastanti e in lotta tra loro. A questa obiezione, che in effetti  molto seria, a tutta prima ho ben poco
da rispondere. Lo scrittore  l'essere pi vicino al mondo ogni volta che reca in s il caos, e tuttavia egli
sente la responsabilit di questo caos ( il tema da cui siamo partiti), non lo apprezza affatto, nel caos
non si trova a suo agio, non si sente un fenomeno perch fa posto in se stesso a tante cose
contraddittorie e sconnesse, quel caos lo odia e non rinuncia alla speranza di poterlo dominare per gli
altri e dunque anche per s.
Se vuole dire qualche cosa che abbia un certo valore riguardo al mondo in cui viviamo, lo
scrittore non pu n scansarlo n allontanarlo da s. Ma essendo il nostro mondo pi che mai un caos
malgrado tutti i piani e gli scopi che dice di perseguire, dato che con crescente rapidit sta percorrendo
la strada dell'autodistruzione, lui, lo scrittore, dovr recarlo in s cos com', e non lisciarlo e ripulirlo
ad usum delphini, cio ad uso del lettore. Nello stesso tempo non dovr abbandonarsi alla merc del
caos e anzi, basandosi sulla propria esperienza, dovr saperlo contrastare e opporre ad esso la forza
impetuosa della speranza.
Ma che cosa pu essere questa speranza, e perch mai essa ha un valore soltanto se trae
alimento dalle metamorfosi che lo scrittore attua in se stesso, con gli uomini del passato grazie alle
sollecitazioni derivanti dalla lettura, e coi contemporanei grazie alla sua disponibilit per il mondo
attuale che lo circonda?
Intanto c' la potenza delle figure che lo hanno investito e che, una volta insediatesi in lui, non
cedono il posto. Sono figure che reagiscono attraverso di lui, come se di esse fosse fatto il suo essere.
Queste figure sono la sua molteplicit, articolata e consapevole, e siccome vivono dentro di lui,
rappresentano la sua resistenza alla morte. Gi appartiene alle qualit dei miti tramandati per via orale
che essi siano detti e ridetti. La loro vivacit  pari alla loro determinatezza, ai miti  concesso di non
modificarsi. Solo considerandoli uno per uno si pu scoprire in che cosa consista la loro vitalit, e forse
ci si  soffermati troppo poco sul perch debbano essere continuamente ripetuti.
Sono certo che si potrebbe descrivere senza difficolt ci che accade a una persona che per la
prima volta si imbatte in un mito. Ma una simile descrizione particolareggiata (se cos non fosse non
avrebbe alcun valore) oggi da me non dovete aspettarvela. Intendo sottolineare una cosa sola : il senso
di certezza e di perentoriet che si trae dal mito, esso  cos e non potrebbe essere che cos. Quale che
sia il contenuto del mito di cui veniamo a conoscenza, per quanto inverosimile debba apparirci in altri
contesti, noi nel mito non lo mettiamo in dubbio, qui esso assume una sua indeformabile e irripetibile
configurazione.
Questa riserva di certezze, gran parte delle quali sono giunte fino a noi,  stata adoperata per gli
abusi pi peregrini. Conosciamo fin troppo bene gli abusi che ne hanno fatto i politici;  tipico di
queste basse strumentalizzazioni, che prendono a prestito il mito per deformarlo, annacquarlo e
distorcerlo, resistere qualche anno ma poi esplodere. Strumentalizzazioni di tutt'altra natura sono quelle
operate dalla scienza, di cui nomino qui un solo esempio, particolarmente clamoroso; si pu pensare
quel che si vuole del contenuto di verit della psicoanalisi, ma  chiaro che essa ha tratto buona parte
della sua forza dalla parola Edipo; ebbene, le critiche pi fondate che cominciano a esserle rivolte
puntano le loro obiezioni proprio sull'uso di questa parola.
Il rifiuto dei miti, che  un tratto caratteristico della nostra epoca,  spiegabile appunto in base
ad ogni sorta di abusi che di questi miti sono stati fatti. Essi sono visti come menzogne perch se ne
conoscono soltanto le strumentalizzazioni, e scartando queste si scartano anche i miti in quanto tali. Le
metamorfosi che ancora essi testimoniano sono ritenute indegne di fede. Dei miracoli in essi narrati si
crede soltanto a quelli che poi sono stati confermati dalle scoperte scientifiche, senza pensare che
ciascuna di esse ha nel mito il suo modello originario.
Ma ci che a prescindere dai loro specifici contenuti costituisce la peculiarit dei miti  la
metamorfosi che in essi si attua. Grazie alla metamorfosi l'uomo  diventato quello che . Grazie ad
essa si  appropriato del mondo, lo possiede in parte, e che alla metamorfosi egli debba il suo potere lo
si ammette facilmente, ma ad essa egli deve qualche cosa di pi e di meglio, le  debitore della sua
piet.
Non ho timore di usare questa parola che appare fuori luogo ai professionisti di cose spirituali:
essa  stata confinata, ci che pure va ascritto alla specializzazione, nell'ambito religioso, l'unico in cui
pu essere nominata e adoperata. Bandita  invece dalle decisioni concrete della nostra vita quotidiana,
che sempre di pi sono determinate da elementi tecnici.
Ho detto che pu essere scrittore solamente colui che sente la responsabilit, bench magari
nelle sue singole azioni egli la dimostri poco pi di tanti altri.  una responsabilit per la vita che si sta
distruggendo, e non bisogna vergognarsi di dire che questa responsabilit  nutrita dalla piet. La piet
non ha alcun valore se viene proclamata come sentimento generico e indeterminato. Essa esige la
concreta metamorfosi in ogni singolo essere che vive e che c'. Nel mito e nelle opere letterarie che ci
vengono tramandate lo scrittore apprende ed esercita la metamorfosi. Ma egli non vale nulla se non
l'applica incessantemente al mondo che lo circonda. La vita che lo pervade mille volte, e di cui egli
percepisce separatamente ogni singola manifestazione, non si compendia in lui in un mero concetto, ma
gli d l'energia di contrapporsi alla morte e di attingere cos a una sorta di universalit.
Non pu essere compito dello scrittore lasciare l'umanit in bala della morte. Apprender con
sgomento, lui che non si chiude di fronte a nessuno, che la morte sta assumendo in molti uomini un
potere crescente. Anche se dovesse apparire a tutti un'impresa disperata, egli a questo si ribeller, e
mai, in nessun caso, sar disposto a capitolare. Sar suo vanto opporre resistenza ai banditori del nulla,
che sempre pi numerosi allignano tra i letterati, e suo vanto combatterli con mezzi diversi dai loro. Lo
scrittore vivr secondo una legge che non  stata tagliata su di lui, ma  lo stesso la sua legge. Eccola:
Nessuno sia respinto nel nulla, neanche chi ci starebbe volentieri. Si indaghi sul nulla con
l'unico intento di trovare la strada per uscirne, e questa strada la si mostri ad ognuno. Si perseveri nel
lutto e nella disperazione per imparare la maniera di farne uscire gli altri, ma non per disprezzo della
felicit, che compete alle umane creature, bench esse la deturpino e se la strappino a vicenda.
...
.
...
FINE.